In uno dei post precedenti dicevo che in Germania non si mangia affatto male e che la principale difficoltà, per quanto mi riguarda, sono gli orarî. Così è stato almeno all’inizio, poi ovviamente mi sono abituato. Le abitudini alimentari qui sono leggermente diverse, perciò mi sono detto che una breve descrizione dei principali pasti potrebbe essere utile.
Frühstück (prima colazione)
Gli orarî dipendono dagli impegni della giornata. È un pasto generalmente abbondante, il nostro cornetto-e-cappuccino a un tedesco deve sembrare una colazione miserevole. Così come deve sembrargli noioso il nostro pane, protagonista assoluto della colazione tedesca. È generalmente più compatto del nostro pane comune (parlando del pane italiano, Guido diceva che era fatto con più aria che grano) e ce ne sono moltissime varietà. Il numero delle ricette è stimato intorno a 400, complici la molteplicità delle tradizioni regionali e la fantasia dei panettieri, che hanno saputo arricchire le tradizionali ricette a base di frumento e segale, per una diversità ineguagliata in Europa. Io vado matto per i panini ai semi di zucca, di finocchio o di papavero.
Il pane, grosse forme tagliate a fette o panini (Brötchen), è imburrato e mangiato con affettati, formaggî e talvolta verdure crude a fette (pomodori, cetrioli, peperoni, ecc.). Il burro può essere sostituito da panna densa (Quark), generalmente aromatizzata alle erbe. Uova e insalate varie completano il menu. È quindi un pasto tendenzialmente salato, ma, per chi vuole, ci sono anche marmellate, miele e yogurt. Quanto alle bevande, tradizionalmente sono calde: caffè o tè, eventualmente con panna o latte.
La colazione tedesca è un pasto a tutto gli effetti, con tutte le implicazioni, anche sociali, che questo implica. Quando non si è pressati dal ritmo della giornata lavorativa, non è raro invitare gli amici a colazione a casa propria e trascorrere un po’ di tempo insieme a loro tra fette di pane, burro e formaggio. I caffè e i bar propongono a loro volta vere e proprie formule (generalmente fino alle 11:00) e con pochi soldi si può iniziare la giornata con una capatina al paese della cuccagna.
I tedeschi hanno pure creato una community di internauti, che si danno regolarmente appuntamento a colazione. L’idea è nata a Darmstadt (Assia) nel 2001. Il servizio, gratuito, è stato battezzato Fühstückstreff ed è attualmente frequentato da circa 10'000 utenti. Gli incontri avvengono in una cinquantina di città europee e australiane.
Mittagessen (pranzo)
È un pasto caldo, come il pasto italiano. Salvo in occasioni particolari, si mangia tutto in un solo piatto – tranne l’eventuale dessert. Inoltre, durante il pranzo non si beve. Eventualmente dopo mangiato, ma non caffè.
Anche qui, gli orarî variano, a seconda di come è organizzata la giornata di ognuno. Ma la tendenza, anche nelle mense lavorative e scolastiche, è mangiare presto (alle 12-12:30). Spesso chi lavora tende a organizzarsi in maniera tale da prendere una pausa-pranzo molto breve, preferendo partire prima la sera e avere così più tempo da dedicare alla famiglia o al tempo libero.
Kaffeetrinken (pausa caffè)
Ma quand’è che i tedeschi mangiano dolci, torte, biscotti…? I pasticceri non sono meno creativi dei panettieri (d’altronde spesso sono le stesse persone ad occuparsi di pane e dolciumi) e sono recensiti almeno 1'200 tipi diversi solo di paste, ma abbiamo visto che a colazione dei dolciumi non si vede neppure l’ombra. In compenso sono soliti accompagnare il caffè di metà pomeriggio.
Tee-Tied (Ostfriesische Teezeit)
Ovviamente, chi lo desidera, può lasciar stare il caffè e sorseggiare una bella tazza di tè. In Ostfriesland, nel nord-ovest della Germania, è anzi l’abitudine. Il tè è una bevanda apprezzatissima in questa regione, a tal punto che in parte è possibile scrivere la storia dell’Ostfriesland facendo riferimento al consumo del tè: dall’introduzione della bevanda nel XVII sec. ad opera della Compagnia delle Indie Olandesi, alla “disobbedienza civile” del 1778, in seguito a una legge di Federico II di Prussia che limitava il consumo di tè, per arrivare – passando per il blocco continentale di Napoleone e la conseguente penuria di tè tra il 1810 e il 1813 – alle razioni speciali di tè previste dal regime nazista per il distretto di Weser-Ems (Ostfriesland) durante la seconda guerra mondiale, in periodo di razionamento alimentare.
La Tee-Tied è quasi una cerimonia. Il tè è preparato e gustato in assoluta calma. Si lascia infondere il tè nero in acqua bollente, poi lo si versa nelle tazze, in cui si è già provveduto a lasciar cadere dei cristalli di zucchero (Kandiszucker in tedesco, Kluntjes in plattdüütsch, la lingua locale). Una volta riempite le tazze, si aggiunge un po’ di panna. Il tè così preparato deve essere bevuto senza mescolare, così da poter gustare successivamente il sapore della panna, del tè e dello zucchero, sapori che si fonderanno solo in bocca.
Il tè è un po’ il simbolo della Frisia orientale. In particolare gli sbuffi di panna dentro alla tazza di tè ricordano il cielo nuvoloso di questa regione, in cui la Tee-Tied è parte integrante dell’ospitalità. Poco importa che voi rimaniate in una casa più giorni o che vi tratteniate solo qualche minuto per una visita di cortesia, al vostro arrivo sarete sempre invitati a concedervi il tempo per una tazza di tè con panna e kluntjes, simbolo dell’ostfriesische Geselligkeit und Gemütlichkeit.
Abendbrot
È il pasto serale. Tradotto letteralmente, il termine vorrebbe dire “pane della sera”. È un pasto freddo, molto simile alla colazione, con la possibilità di mangiare anche pesce. Le bevande in genere sono calde, quasi sempre tè (ormai mi sto abituando anche a bere un sorso di tè alle bacche di sambuco, poco dopo la fetta di pane con l’insalata di pesce…). Può capitare anche di cenare – nel vero senso della parola, con pietanze calde, ecc. – in special modo quando si esce, poiché i ristoranti non servono molto spesso l’Abendbrot: può succedere in campagna, in città quasi mai.
Anche la sera, la tendenza è mangiare presto (intorno alle 18-19). Così prima di andare a dormire c’è tempo per digerire – e magari anche perché torni la fame. Malignità a parte, c’è una certa coerenza anche nel cenare così presto. La programmazione televisiva di prima serata, per esempio, inizia intorno alle 20:15. Così – quiz imbecilli e serie televisive da esaurimento permettendo – uno può anche guardare qualcosa di carino in tv la sera, senza bisogno di arrivare l’indomani rintronato a scuola o al lavoro.
Stasera è ospite da noi un gruppo di un centinaio di parrocchiani di una comunità cattolica di Dresda. È un viaggio che organizzano ogni anno e a cui partecipano anche persone appena insediatesi nel territorio della parrocchia - lo scopo dell'iniziativa è proprio permettere ai nuovi arrivati di fare conoscenza e di allacciare più facilmente relazioni con il resto della comunità.
Guido ha preparato un aggancio e io ho contribuito fornendo due dei tre brani che abbiamo usato per la serata: Don't be afraid. You just have got your eyes closed dei Múm e Theme for great cities dei Simple Minds. Il terzo era un pezzo di cui non ricordo il titolo, dall'album Future di Herbie Hancock. Abbiamo preparato una scaletta, ma Guido non l'ha seguita proprio alla lettera e io ho leggermente pasticciato con i pezzi - come al solito, io sono quello che schiaccia il tasto PLAY... Non è stato un problema, i nostri ospiti si sono divertiti lo stesso.
Per finire con l'aggancio, ho persino accompagnato il gruppo al pianoforte. Cantavano He's got the whole world, una canzoncina semplicissima, 2 accordi in croce - che proprio per questo, se non sai riffare almeno un pochettino, diventa subito un pezzo di una noia mortale. L'avevo provata prima di cena con Guido ed era riuscita bene, ma con il gruppo è venuta fuori un po' sbrodolata. Paradossalmente sono contento: è la prima volta che suono in pubblico, per gente che nemmeno conosco, e non è andata poi tanto bene. Per carità, se al pianoforte ci fosse stata la scimmietta Jolie Coeur e avesse efferatamente massacrato la sigla di Dolce Rémi, sarebbero stati tutti contenti lo stesso... Ma il punto non è questo: la cosa bella è che non me ne importa nulla di non esser stato un granché, che suonerei volontieri ancora (magari mi riuscirebbe meglio). Insomma, una pipa mentale in meno...

La cupola della Frauenkirche a Dresda
La Dresdner Semperoper innevata
Ieri, come previsto, sono stato a Dresda e ho incontrato Rita. Prima che ci vedessimo, ho avuto il tempo di girare un po' per la Altstadt (città vecchia), nei pressi dell'Opera, della Hofkirche, della Frauenkirche, ecc. La città è molto bella: ieri c'era la neve, ma splendeva un bel sole e c'era una luce limpidissima. Poi il cielo si è come abbassato e, poco prima che arrivasse Rita, ha ripreso a nevicare. Ci siamo incontrati vicino alla Kreuzkirche e siamo andati a bere qualcosa al Café Aha, un posto molto carino e tranquillo, in cui i prodotti utilizzati vengono dal commercio equo e solidale.
Rita è lituana, ha più meno la mia età ed è molto simpatica. È in Germania da 6 anni, è arrivata qui come volontaria europea e ora sta finendo un corso di laurea in pedagogia all'università di Dresda. Dopo il caffè e l'infruttuosa ricerca di un cavatappi un po' originale da regalare al suo coinquilino, abbiamo fatto un giro per il quartiere Neustadt. È stato molto piacevole. Dato il nome (città nuova), non mi aspettavo di vedere quello che ho visto. Il quartiere è nuovo se comparato alla Altstadt, ma per essere più recente della Altstadt non ci vuole molto e anche a Neustadt ci sono molti edifici "storici". È il quartiere più animato della città e vi risiedono molti artisti. C'è una corte, o meglio un passaggio, di cui non riesco a ricordare il nome, in cui si trovano molti atelier. La corte stessa è una specie di atelier, con immagini dipinte sui muri e case piuttosto originali. Ce n'è una in particolare che mi ricordo bene: è azzurra e sulla facciata c'è tutto un sistema di grondaie, modellate come degli strumenti a fiato e degli imbuti. Mi ha fatto pensare a alcune realizzazioni di Hundertwasser, solo che questa mi sembrava abitabile.
Che bel tepore nella mia stanza! Sono appena tornato dalla passeggiata serale, con annessa telefonata-lampo in Italia, e fuori nevica. Già stamane al risveglio fuori era tutto bianco. Di notte quando dormo, non mi svegliano neppure le cannonate, figuriamoci se potevo sentire cadere la neve, perciò guardare fuori dalla finestra questa mattina è stata una (bella) sorpresa: l’inverno qui è così, una pagina bianca incurvata, in cui si scorgono, quasi segni e scritture, alberi spogli e camini fumanti, attraversata da strade come scorsi di penna, sgombrate e rese praticabili dagli spazzaneve. E allora speriamo che il tempo “tenga”, ché per la primavera si può aspettare fino ad aprile e una vita senza inverno non la voglio neppure immaginare. Poi è carino andare a prendere il caffè e schivare di una spanna le pale di neve (sì, con una sola elle) che ci tirano gioviali i nostri due Peter, un po’ giardinieri, un po’ manutentori. In ogni caso ero contento di non dover andare da nessuna parte in bici oggi…
In compenso ho fatto un bel po’ di strada ieri. Sono andato a Bautzen per completare la Stadtanmeldung (la prima volta mi mancava un documento, ma ora sono regolarmente iscritto ai registri della città) e ne ho approfittato per comprare un paio di guanti. E ho pure mangiato una fetta del mio dolce tedesco preferito, che non toccavo da un anno: il Mohnkuchen, preparato con semi di papavero. Delizioso.
Tornando ho deviato per Kleinwelka, su suggerimento di Maria. Infatti a Kleinwelka (ca. 3 km da Schmochtitz) si trovano il supermercato e la farmacia più vicini a casa. È un paesino un po’ anonimo, da queste parti è noto principalmente per il suo labirinto (il più grande labirinto tedesco) e un “parco di dinosauri”, in cui anche noi organizziamo delle attività pedagogiche. Sicuramente vedrò posti più interessanti domani. Vado a Dresda con Guido e probabilmente incontrerò Rita, la ragazza che si è occupata del mio dossier all’ente coordinatore tedesco.
Feierabend, ascolto un live di Nick Cave & the Bad Seeds (Stranger than kindness, Red right hand, Let love in, The ship song…) e ho finito di cenare. Sono contento, perché comincio ad ingranare, a muovermi con più sicurezza attraverso questo nuovo spazio che per un anno sarà anche il mio. Guido oggi mi ha parlato di un paio di progetti a medio e lungo termine: 1) una presentazione zum Thema Italien, per un gruppo di anziani a Bautzen a febbraio – la difficoltà più grossa sarà la lingua; 2) scrivere la storia dell'associazione e della tenuta in cui si trova la nostra sede. Tutte cose che non ho mai fatto, ma mi dico che conviene buttarmi.
Oggi finalmente ho trovato un modo – efficace, per quanto contorto – per caricare sul portatile le foto scattate in questi giorni. Per stasera pubblico le foto della tenuta. Cliccando sulle immagini è possibile vederle ingrandite in una nuova finestra.
La tenuta è immersa nel verde – in questa stagione dovrebbe essere bianco, ma con questi mutamenti climatici ormai non so più cosa aspettarmi – di una campagna per me molto bella. In una delle foto si vedono, in lontananza, anche delle pale eoliche, che non di rado in Germania fanno parte del paesaggio:
Abituato come sono al paesaggio orizzontale e un po' “calvo” di casa mia, sono ancora più contento di questi pendî e di questi alberi. Mio padre mi racconta spesso che quand’era ragazzo anche da noi c’erano molti alberi, soprattutto degli oppî (il nome veneto degli aceri campestri) e lui si divertiva un mondo ad arrampicare. Molto spesso siepi ed alberi segnavano il confine tra due proprietà o addirittura tra due lotti di terreno. Successivamente la meccanizzazione e la coltura intensiva hanno cambiato il volto delle nostre campagne. Ora che mio padre coltiva ortaggî a metodo biologico, le siepi ci sarebbero estremamente utili, in quanto permetterebbero di limitare l’effetto-deriva, ovvero la possibilità che pesticidi o diserbanti utilizzati nelle proprietà vicine vengano, trasportati dal vento, a depositarsi sulle nostre colture. Fortunatamente i vicini coltivano cereali e soia, quindi i trattamenti si concentrano in pochi e brevi periodi dell'anno.
Ritornando a Schmochtitz, il verde non è soltanto intorno alla tenuta, bensì anche all'interno della stessa. Abbiamo un grande giardino, con qualche piccolo specchio d'acqua, dei ponticelli ed una chiusa, con la funzione di regolare il flusso d'acqua tra due parcelle di terreno poste tra loro in dislivello:
Veniamo ora agli edifici. L'edificio principale è la ricostruzione di un palazzo tardo-settecentesco, distrutto durante la seconda guerra mondiale. Gli interni sono allestiti in stile più moderno:
Poi vengono gli altri edifici, che a me piacciono di più, con i loro mattoni faccia a vista e le armature in legno, anch'esse visibili. Molti di questi erano locali di servizio e li chiamiamo ancora con il nome di una volta (Scheune, Remise, ecc.). Oggi sono adibiti a varie funzioni: alloggî, luoghi di ritrovo, ufficî, sale per le conferenze e quant'altro. Io abito in una stanza in uno di questi.
La foto qui sopra è scattata dal davanzale della mia stanza. A me non sembra una brutta vista, anche se non è sul mare o sui Giardini del Lussemburgo.
Finisco con la foto della torre campanaria sul lato est dell'edificio principale. Uno dei vecchî proprietarî della tenuta aveva voluto far costruire una chiesa sulla sua proprietà e la costruzione iniziò dalla facciata, che doveva essere sormontanta dal campanile. Il committente morì prima che l'opera fosse ultimata, solo il campanile era stato completato. Il suo erede non volle proseguire con i lavori e così da noi c'è un campanile senza chiesa. E dire che per anni ho vissuto in una parrocchia dove la chiesa c'era, ma mancava il campanile – uno c'era a dire il vero, ma ne restava solo un mozzicone, da quando era stato abbattuto, il 20 aprile del 1945, in seguito a un errore dei bombardieri americani inviati a far saltare i ponti sull'Adige, per bloccare la ritirata tedesca; gli americani non avevano fatto i conti con il vento, alcune bombe sono cadute su Lusia e l'"errore di calcolo" è costato la vita a diversi civili – e il suono delle campane era registrato e diffuso tramite un altoparlante. Il parroco, che, come dicono così bene i vecchî delle mie parti, él gavéa el mal dela pièra (aveva il mal della pietra, cioè la smania di compiere azioni... edificanti), ogni domenica dedicava più tempo a parlarci del campanile che voleva costruire (e prima di morire, pace all'anima sua, ci è riuscito e ci ha pure fatto installare sei campane), che al commento del Vangelo.
Tornando a Schmochtitz, e più precisamente al piano terra, dove si trova la nostra reception, c'è un quadro, dipinto prima della morte del committente che aveva ordinato l'erezione della chiesa. Il pittore aveva pensato bene di "portarsi avanti": aveva dipinto sia il campanile che la chiesa mai costruita. Così sarebbe stato in grado di piazzarlo a tempo di record, una volta ultimata l'opera di costruzione. Che delusione, poverino...
Chi l’avrebbe mai detto che a Schmochtitz, un paesetto di 68 anime, età media intorno ai 60 anni, ci fossero tante cose da fare? Guido aveva paura che non mi sarei trovato bene e, prima che il progetto fosse approvato, mi aveva chiesto più volte se ero sicuro di voler venire in campagna, dato che era chiaro che preferisco la città. Invece mi trovo benissimo. L’associazione presso la quale presto servizio organizza una caterva di avvenimenti, c’è sempre gente nuova nei paraggî e se ogni tanto, come ho fatto oggi, passo una giornata un po’ da solo, finisco quasi per trovare la cosa riposante.
Berliner Akkordeon Quartett
Ieri sera nel “granaio” c’è stato il concerto di un quartetto berlinese, il Berliner Akkordeon Quartet. Le musiciste, quattro fisarmoniciste formidabili, hanno proposto pezzi di Astor Piazzolla, J. S. Bach, Galliano, ecc. Mi è piaciuto molto, c’è stato persino un momento in cui mi sono sentito salire le lacrime agli occhi. Non ero commosso, ero solo molto emozionato, mentre il quartetto suonava La valse d’Amélie di Yann Tiersen (dalla colonna sonora de Le fabuleux destin d’Amélie Poulain). A volte basta sentire una strofa, o semplicemente un riff di una canzone, e riaffiorano disordinatamente così tanti ricordi…
Nel pomeriggio di ieri sono anche stato di nuovo a Bautzen. Ormai faccio la strada abbastanza tranquillamente, senza bisogno di scendere dalla bicicletta per arrivare in fondo alle salite più impervie. Se penso che Guido fa quella strada in bicicletta quasi ogni giorno… E sono stato proprio a trovare Guido. Ho passato un bel pomeriggio con lui e con le sue due bambine, Jolanthe e Malwyne (4 e 2 anni). Lui le chiama “meine kleinen Terroristen”, e effettivamente sono molto vivaci e per nulla timide. Abbiamo preso insieme caffè e Berliner Pfannkuchen (quella specie di krapfen di cui parlavo in uno dei post precedenti) e abbiamo fatto un giro per il centro storico, giocando a Engelchen, Engelchen, flieg! con le bambine o portandole a turno in spalla. Siamo stati intorno alle mura e a vedere la Sprea (Spree) e Guido diceva alle bambine che a Bautzen sembra un fiume tanto piccolo, ma a Berlino ci passano le navi.
Sono anche stato a Bischofswerda venerdì sera. Come cittadina non è nulla di speciale, ma non ci sono andato per turismo, bensì per una lezione di Guido a un gruppo di giovani sulla musica gospel. Devo dire che racconta in maniera molto coinvolgente. Abbiamo provato a cantare insieme Wait in the water children ed è stato bello, soprattutto perché nessuno si vergognava di tirare fuori la voce e di provare a improvvisare sul tema. Poi la serata è continuata in maniera piacevole, perché dopo un po’ sono riuscito a rompere il ghiaccio con i ragazzi – soprattutto per merito di alcuni di loro, io non so mai da dove cominciare.
Mi sento bene: ogni volta che prendo la bici per andare a Bautzen mi rendo conto che sto recuperando la forma fisica, mi sto disciplinando molto dal punto di vista dell’alimentazione e socializzare mi riesce più facile (forse gli amici che ho conosciuto a Verona sono stati terapeutici sotto questo aspetto). Superato il disagio iniziale, va sempre meglio anche con la lingua. Inoltre riesco a fare le cose in fretta, senza sentirmi di fretta. È come se il tempo si fosse dilatato ed è una sensazione piacevolissima.