Valigia pronta, domani nuova partenza. Vado a Wustrow, un paesino a metà strada tra Hannover e Magdeburgo, per una formazione a cui partecipano diversi volontari europeî in Germania. Durerà quasi due settimane e ci saranno anche due volontarie che ho già incontrato in Italia e con cui mi ero trovato molto bene. Domattina presto Maria mi accompagna in stazione, ché altrimenti in bicicletta col valigione e al buio sarebbe proprio una faticaccia.
Sono a Bautzen solamente di passaggio: sono tornato venerdì sera, ma almeno ho avuto il tempo di fare il bucato. La settimana a Jauernick (Görlitz) è andata molto bene. St.-Wenzeslaus-Stift è un’organizzazione un po’ più piccola di quella per cui lavoro solitamente, con meno personale e meno locali. Vi si respira però aria di famiglia e mi sono ambientato in fretta. Ho lavorato bene, con un gruppo di 28 bambine dai 6 ai 13 anni, e come al solito sono sorpreso di quanto svegli e creativi possano essere i bambini. Forse devo smettere di fare il confronto con me, che alla loro età ero proprio rintronato.
Ho avuto lo stesso pensiero ieri pomeriggio in macchina con Guido e le sue bambine. Siamo andati insieme a Guttau, a visitare il Naturerlebnispfad Guttauer Teiche, una piccola riserva naturale, costituita da laghetti artificiali, costituiti dai monaci cistercensi 800 anni fa, in cui si pratica tuttora l’allevamento delle carpe. Jolanthe e Malvyne in due arrivano a malapena a un quarto dei miei anni e già sono fan di Silly, il gruppo più significativo della scena rock ex-RDT. Guido aveva inserito un loro album nell’autoradio e le bambine cantavano le canzoni, di cui conoscevano a memoria i testi. Questi sono piuttosto sottili, con una fine vena critica, per ovvie ragioni velata. Per aggirare la censura della RDT, era necessario ricorrere a immagini allusive – e alcune di queste, come l’uccello del paradiso, credo possano stuzzicare molto l’immaginazione di un bambino. Per quanto riguarda la musica, non è proprio da Zecchino d’oro. La voce della cantante, Tamara Danz, purtroppo deceduta, mi ricorda un po’ quella di Mia Martini. I pezzi che ho sentito sono stati scritti negli anni ’80, ma molto attuali, come alcuni pezzi di Annie Lennox e degli Eurythmics – uno li ascolta, si rende conto che è musica degli anni ’80, ma al tempo stesso non ne è tanto sicuro, perché ci sono tante cose che fanno pensare agli anni successivi. Un gruppo interessante, ma non avrei mai immaginato che piacesse ai bambini.
Chissà che musica piaceva a me da piccolo… Avrò avuto 8 anni, quando in casa hanno cominciato a girare tante musicassette. Era la musica che ascoltava la mia sorella maggiore, che ha otto anni in più di me. Mia sorella ascoltava la musica quando riassettava i letti. Per poterla ascoltare in pace per più tempo, riassettava tutti i letti di casa – chiaramente nessuno l’avrebbe mai distolta da un’abitudine tanto pratica. Chiudeva le porte della stanza in cui ascoltava la musica, tanto per chiarire che voleva essere lasciata in pace dai due mostriciattoli rompiballe dei fratelli più piccoli. In ogni caso teneva il volume piuttosto alto dalla stanza accanto potevo sentire anch’io. Mia sorella Renata è senza dubbio la prima influenza musicale che abbia subito; gruppi come Depeche Mode, REM e Simple Minds rimangono tra i miei artisti preferiti ancor oggi e a volte, quando li ascolto, mi capita persino di pensare a quand’ero piccolo e sentivo le loro canzoni attutite dalla porta delle stanze in cui mia sorella riassettava i letti.
… you ought to seriously re-examine your life. Una delle mie frasi preferite, tratta dal mio fumetto preferito, Calvin & Hobbes.

E questa settimana alla fine della giornata non avevo soltanto le ginocchia verdi, bensì pure terra nei capelli ed i muscoli indolenziti. Gli interrogativi sulla mia esistenza possono aspettare…
È stata una settimana molto intensa, passata con una cinquantina di bambini ed i loro nonni. Ho integrato un gruppo di animatori, con cui c’è stata in poco tempo un’ottima intesa. E con i bambini ho avuto molta soddisfazione. Per cominciare, li ho trovati molto svegli, indipendenti e coscienti di sé, persino i più piccoli. Non vorrei dire più dei bambini italiani, ma quasi. Per quanto ho potuto osservare, impostiamo l’educazione dei piccoli in maniera un po’ diversa. I tedeschi sono meno iper-protettivi, incoraggiano molto presto i bambini a esprimersi ed a scoprire la realtà che li circonda e soprattutto a rendersi conto che quest’ultima non si riassume a mamma e papà. Sarebbe esagerato applicare queste considerazioni alla totalità dei genitori tedeschi – genitori ansiosi, menefreghisti o in difficoltà ci sono anche qui – tuttavia, generalizzando, ho l’impressione che l’attenzione di tedeschi e italiani si focalizzi su aspetti differenti: per gli italiani la sicurezza del bambino ed il rapporto privilegiato con la famiglia, con i genitori in particolare, mi sembrano aspetti preponderanti, mentre i genitori tedeschi, forse accettando di passare in un certo senso in secondo piano, mettono al primo posto lo sviluppo del bambino attraverso l’esperienza, la sua curiosità, la disponibilità a incontrare il mondo.
Ho lavorato sette giorni filati, senza risparmiarmi. Giovedì ho persino organizzato un laboratorio di cucina con i bambini e abbiamo preparato l’Abendbrot per ottanta persone. È riuscito benissimo, i piatti erano ottimi e hanno partecipato proprio tutti. Nelle poche ore libere che ho avuto venerdì pomeriggio sono andato alla mia prima lezione di pianoforte a Bautzen – era da una vita che volevo iniziare, ed è stato un bell’inizio… Il mattino avevo improvvisato qualcosa tra il jazz e l’impressionista durante la comunione: Guido mi ha sentito suonare in questi giorni, ha detto che è una gioia ascoltarmi e mi ha chiesto se volevo suonare anche in chiesa. Dopo la messa mi hanno fatto i complimenti anche alcuni nonni e padre Fölz. Insomma, ho la schiena a pezzi a forza di portare pargoli in spalla e fargli fare l’ascensore o Engelchen, fliegt! (per non parlare di Raphael, uno degli animatori, troppo ubriaco per reggersi in piedi da solo giovedì notte…), ma quanto a morale e autostima, registro una decisa impennata.
Stasera a sorpresa sono uscito a cena con Maria e suo marito. È stata una serata molto gradevole. Purtroppo mi sento un po’ d’influenza addosso, e in un caso come questo un po’ di vino rosso era proprio quello che ci voleva. Speriamo sia solo un malessere passeggero, perché domani si ricomincia, fino a venerdì con un altro gruppo di ragazzini, a Görlitz, alla frontiera polacca.
Ho passato il week-end a Dresda, ospite di due volontarie lituane (Joana e Ingrida). L’invito mi è arrivato un po’ all’improvviso e sono stato contento di non arrivare a Dresda a mani vuote: la bottiglia di vino di mercoledì è capitata proprio a fagiolo. L’ho stappata stasera a cena, con le mie ospiti e Vitalij, un ragazzo ucraino che studia germanistica a Dresda. Mi sono anche tolto la soddisfazione di cucinare un po’, una semplice pasta – miracolo! dopo la cottura le farfalle erano tutte rotte, ma la pasta era buona e aveva una consistenza accettabile, benché, trattandosi di pasta tedesca, avessi temuto il peggio – con una salsa ai peperoni, salsiccia, curry e panna. Un’idea fregata al Franz, che una sera ci ha sorpresi con questa ricetta: avevamo tutti paura che fosse d'una pesantezza allucinante, ma ci sbagliavamo di grosso – forse merito del curry?
… einmal …
Sono stato davvero bene, ho incontrato un bel po’ di gente gradevolissima. Sabato ho fatto un giro con Rita e Joana al Flohmarkt (mercato delle pulci) in uno dei “murazzi” lungo l’Elba, poi con Joana ho fatto un giro per la città vecchia e sono andato mangiare il dürüm a Neustadt. Rita, per scherzare, dice che il dürüm è un piatto tipico tedesco, anche se in verità è turco (i primi kebab tedeschi sono stati aperti da immigrati turchi negli anni ’70 a Kreuzberg, un quartiere di Berlino). Comunque, anche se scherza, Rita non ha tutti i torti, ormai il kebab è sempre più parte della cultura tedesca, almeno di quella urbana. A tal punto che anche in altri paesi, compresa l’Italia, il termine è stato esportato con la grafia tedesca (kebab), anziché turca (kebap).
Il pomeriggio abbiamo preso il caffè e mangiato muffins fatti in casa da Rita. C’erano anche due ragazze tedesche, ospiti di Rita. Rita è iscritta a una community di nome Hospitality Club, i cui membri, sparpagliati in giro per il globo, si scambiano ospitalità gratuita (almeno in teoria; Rita ha già ospitato varie persone, ma non è mai stata da nessuno…). Entrambe le ragazze erano in Germania di passaggio: Julia studia a medicina a Stettino, in Polonia, Judith partecipa a uno scambio simile al mio vicino a Mulhouse, in Francia. In breve eravamo o ragazzi stranieri in Germania, o ragazze tedesche all’estero – perciò pur sempre straniere, anche se altrove. Più tardi ci ha raggiunti anche Romuald: anche lui è lituano, è stato volontario europeo qualche anno fa ed è venuto a passare qualche giorno da Rita (mi sa che dietro a Hospitality Club si cela la mia amica in persona), di cui è stato coinquilino ai tempi dello SVE. Ora abita in Svezia, ma è praticamente sempre in giro per l’Europa – riesce a guadagnarsi da vivere suonando la chitarra. Era molto divertito dal fatto che le due tedesche fossero ospiti di una ragazza lituana nel loro paese e che si facessero spiegare da un italiano il bilinguismo sorbo-tedesco in Lusazia, che fino a prova contraria è una regione tedesca.
La sera siamo usciti a farci una birra e ho conosciuto anche un ragazzo italiano, Giuseppe, di Napoli. Da poco ha iniziato a lavorare a Praga, all’ambasciata italiana, e siccome Dresda è vicina, ne ha approfittato per venire a passarci un week-end. Un tipo simpatico, che parla bene dell’Italia e della sua città, senza boria e senza tacerne o minimizzarne i difetti. Ha proprio un bel percorso, da veterano dell’Europa dell’Est, in cui ha effettuato stage e ricerche ancor prima dell’allargamento dell’Unione Europea. Di solito, quando sono con altre persone che non parlano italiano, preferisco parlare in una lingua che anche loro capiscano. Sia per educazione, sia per non fare gruppo a parte, sta di fatto che la cosa mi fa sentire più a mio agio. Giuseppe però non parla tedesco e il mio inglese ieri sera era alquanto pittoresco: un fritto misto anglo-teutonico assolutamente improponibile. Ci siamo rassegnati a fare due chiacchiere in italiano – e per una volta va bene anche così.
… und zurück.
Stamattina colazione a mezzogiorno, poi un giro con Ingrida, Vitalij e Joana ai tre castelli sull’Elba, quindi cena e per finire tutti insieme in stazione dei treni. Sinceramente, non mi aspettavo che mi avrebbero accompagnato, sono stati davvero carini.
In treno viaggio tranquillo. Sono sempre stupito di quanto puliti siano i bagni sui treni tedeschi, persino nei regionali. E poi ci sono un paio di pregî della deutsche Bahn che semplificano molto la vita. A parte la puntualità – che non è poco, almeno i viaggi si possono pianificare sul serio – i viaggiatori devono obliterare solo i biglietti a fascia chilometrica. La prima volta che ho preso il treno in Germania non lo sapevo. Arrivavo da Parigi (e la SNCF, come Trenitalia, esige che siano obliterati tutti i biglietti – anche se poi è raro trovare un controllore che fa l’intransigente su un biglietto con prenotazione) e ho cambiato a Colonia. Volevo obliterare il biglietto per Brema, ma era troppo largo e non entrava in nessuna delle macchinette obliteratrici della stazione (a dire il vero non le ho provate tutte, mi sentivo già abbastanza cretino alla quarta). Ho fatto quello che avrei fatto in Italia, sono salito sul treno, ho cercato il verbo “obliterare” nel dizionario (si dice “entwerten”, me lo ricordo ancora) e sono andato a cercare il controllore, per “regolarizzare” la situazione. Sorpresa, sopresa: non ce n’era bisogno. E non è più pratico così? Inoltre ci sono sempre più treni in cui il biglietto si può acquistare a bordo, senza sovrattassa, ai distributori automatici situati nelle vetture (cf. le tratte gestite dalle compagnie regionali, come la Lausitzer Bahn o la NWB). Unica nota dolente, i prezzi: andata e ritorno Bautzen-Dresda (50 km x 2) = 19,20 €!
Sono arrivato a Bautzen verso le 20 e ho fatto un giretto per la città, che col buio è molto suggestiva, quindi ho preso la bicicletta e sono tornato a Schmochtitz. Che palle andare in giro col buio! Qui in zona con i lampioni non si sono proprio sprecati… Da casa hanno fatto bene a mandarmi una di quelle casacche fluorescenti, che ormai per legge devono essere a portata di mano anche in auto. Sono arrivato, speravo ci fosse qualcuno nel “granaio”, magari bevevo qualcosa e parlavo un po’ con Uwe prima di andare a letto, invece nisba: tutto buio e in giro nemmeno l’ombra di un’anima viva.
La mia vita a Schmochtitz mi piace, ma sono contento di aver staccato un po’ la spina per un week-end. Ho incontrato finalmente un po’ di ragazzi della mia età, con cui mi sono divertito molto. In più sono riaffiorati un sacco di bei ricordi. Mangiando i muffin da Rita, con tutte quelle persone intorno, mi è capitato più volte di pensare alle serate con Renata, Serena, Tomasz e Joel a Parigi, soprattutto a quelle in cui eravamo ancora disperati in cerca di un lavoro e/o di una sistemazione e ci davamo tutti man forte. Io ho trovato lavoro quasi subito, ma per la stanza ci ho messo due mesi, e nel frattempo ho girato gli ostelli della città. Tutte cose che a viverle mi sembravano penose, mentre a ricordarle lasciano un sensazione molto dolce.
Quando abitavo a Verona, la Fnac a due passi da casa metteva seriamente in difficoltà la mia capacità di risparmio – meglio della Fnac, sono riuscite a fare soltanto le multe ZTL in via Dogana. In certi periodi mi imponevo di non passare per via Cappello, onde evitare di entrare all’omonima locanda e rimpinzarmi di crostini, risotto e valpolicella o di andare alla Fnac a vedere i dischi. Entro solo per guardare, poi finisce sempre che torno a casa con qualche nuovo cd… Il giorno prima di andare a Pozzolo per la formazione pre-partenza, sono incappato finalmente sul live dei Rush a Rio de Janeiro e ho trovato un’antologia di Goran Bregović, in cui erano raccolti alcuni dei miei brani preferiti (Ederlezi, Kalasnijkov, Mesecina, Ausencia con la voce di Cesaria Évora) ed altri che invece non avevo mai sentiti – o almeno il titolo non mi diceva nulla.
Ho ascoltato il cd il giorno dopo, a Modena mentre aspettavo la coincidenza per Fidenza. Avevo portato delle cuffie troppo grandi – quelle che usavo per suonare la tastiera senza disturbare coinquiline e vicini – e certamente avevo l’aria un po’ ridicola con quella roba esagerata in testa. Il treno per Fidenza aveva 50 minuti di ritardo, così ne ho approfittato per fare un giretto per Modena, dove non ero mai stato prima. E a girare per Modena con la valigia pesante (avevo portato i libri dell’università e vestiti pesanti – poi di studiare non ho avuto tempo e a Pozzolo non faceva freddo), un po’ difficile da trascinare per colpa di quelle ruote un po’ scassate, Talijanska mi sembrava un po’ la mia colonna sonora. Un po’ circo e un po’ film muto.
Stasera ho rimesso il disco e, come spesso mi capita, il coro di voci bulgare in Ederlezi mi ha fatto sentire i brividi…
Anche le signore di stamattina, quando cantavano, facevano venire un po’ i brividi… Ritrovarmi in chiesa alle 8:00 di mattina per la messa è già un’esperienza un po’ insolita… Ma mi hanno invitato ad andarci e io sono un miscredente molto curioso, perciò… Ho approfittato di un passaggio di Maria fino a Bautzen, avevo la pancia vuota e per il resto ero pieno di sonno. Immergermi in quella cacofonia di voci acute e assolutamente indipendenti è stato come entrare in un bagno d’acqua fredda. Mi sono svegliato subito.
Ah, Michè, le signore della Liebfrauenkirche non si meritano tutta questa cattiveria… Quando hanno cantato in sorbo è stato persino suggestivo e forse, anche se non lo sai, è proprio per questo che ora ascolti Bregović… E poi sono state tanto gentili con te: “Un’altra tazza di caffè?”, mentre già l’avevano riempita per metà… “Suvvia, prenda un’altra fetta di torta, ché vogliamo finirla tutta” e dopo la terza ti sei dovuto arrendere, ringraziando per l’ospitalità.
La mini-presentazione sul Risorgimento italiano era per loro. Dato che per preparare il testo e le immagini da proiettare ho speso praticamente tutto il tempo libero di ieri e lunedì, sono particolarmente contento che sia riuscita abbastanza bene. C’erano una quindicina di persone ad ascoltarmi: una sola si è addormentata e per fortuna non russava, due mostravano un po’ di interesse solo quando sul telo appariva la foto del tale o tal altro papa, le altre mi sembravano seguire con interesse e due di loro sono persino venute a farmi domande mentre mettevo via i cavi e il proiettore. L’unico rammarico è che, non avendo ancora un tedesco molto sicuro, ho guardato un po’ troppo i miei fogli, a scapito del contatto visivo con chi mi ascoltava. Sotto questo aspetto è stato quasi meglio quando, accorgendomi che forse avevo messo insieme un po’ troppo materiale e alcuni dettagli riuscivano pesanti e nulla più, ho riassunto alcune parti, staccando gli occhi dal testo che avevo preparato e guardando finalmente la gente. Mi è sembrato che, malgrado gli inevitabili errori di grammatica e vocabolario, improvvisamente fosse diventato più facile stare ad ascoltarmi.
Per ringraziarmi dell’intervento, mi è stata offerta una bottiglia di vino rosso. So che lo fanno con tutti e che la bottiglia è già pronta ancor prima della messa e la offirebbero in ogni caso – anche se si fossero annoiate – quindi non mi monto la testa. In compenso sono molto contento della bottiglia. È vino francese, del sud-ovest, promette bene. Aspetto giusto l’occasione giusta per stapparla, preferibilmente in compagnia, perché il vino mi piace in ogni caso, ma in compagnia ha un sapore migliore.
Dopo la presentazione mi sono messo a cercare la fermata dell’autobus. Ho camminato un bel po’ ed è stato molto gradevole, perché era una mattina limpida e soleggiata. Ho letto che gli impressionisti ed altri pittori andavano a dipingere nel sud della Francia, perché lì la luce è più piena. Sarà vero, io comunque non sono pittore… E non ho mai visto una luce più bella di quella del sole pallido, nelle giornate limpide degli inverni e delle primavere del Nord. Peccato però che il sole non si faccia vedere tanto spesso da queste parti – e forse è per questo che a Bautzen ci sono case e di tutti i colori. 
Le facciate di alcune case della Schlossstraße a Bautzen
Ci è voluto un bel po’ per tornare a Schmochtitz. Quando finalmente ho trovato la fermata dell’autobus, ho aspettato tre quarti d’ora alla stazione centrale. Per alcune tratte a Bautzen si usano dei piccoli pulmini da una ventina di posti. Mi aspettavo di salire in un mezzo simile e mi sono posto qualche domanda, quando invece sono salito su una corriera, in cui viaggiavamo soltanto io e l’autista. Per non parlare del giro dell’oca che abbiamo fatto per arrivare a Schmochtitz: ci ho messo più di mezz’ora e sarebbero appena 7 km – solo che se cominci a retrocedere di 6 caselle e a fermarti in prigione ogni volta che lanciando il dado esce un numero dispari, chiaramente arrivi il giorno dopo.
In questi giorni non ho più scritto nulla, perché sono stato molto preso. Infatti ho partecipato ad uno degli ultimi eventi organizzati dalla mia associazione, una manifestazione intitolata Verweile doch…, ispirata dal Faust di Goethe (“O Augenblick, verweile doch! Du bist so schön…”, amara constatazione dell’impossibilità di trattenere la bellezza del singolo e fuggevole istante). Il programma includeva diverse conferenze, a tema filosofico, estetico e musicale, nonché una visita ai coulisses della Semperoper – molto bello, appena posso pubblico un paio di immagini –, un concerto degli studenti del conservatorio “Carl Maria von Weber” di Dresda (una selezione di Lieder di Schubert, Liszt, Brahms e altri compositori, che hanno messo in musica brani del Faust di Goethe)…
Sono state giornate abbastanza piene, anche se per lo più ho fatto il valletto, girando con il microfono per le eventuali domande del pubblico o facendo partire i brani musicali, di cui alcuni relatori si sono serviti durante le conferenze. Mi sono reso conto di avere un minimo di cultura in musica classica, perché quando il relatore introduceva un nuovo argomento, intuivo quale compositore avrebbero citato, così quand’era il momento dell’estratto musicale, il CD era già pronto e dovevo solo farmi dire quale brano volevamo ascoltare.
Venerdì sera abbiamo proiettato un film muto del 1926, la riduzione di Murnau del Faust. Il primo film in lingua tedesca di cui non mi sfugge una sola parola, non ostanti i caratteri del vecchio alfabeto tedesco (è pur sempre un film degli anni Venti). Ogni tanto fa bene vedere un film girato prima dell’era degli effetti speciali. Non che nel film in questione non ce ne fossero, difficilmente potrebbe essere altrimenti in un film così ricco di elementi fantastici. Premesso che non producono nessuna illusione di realtà – dico questo in qualità di spettatore di oggi, quasi sicuramente i contemporanei di Murnau non la pensavano così – e che forse anche per questo li ho graditi, è comunque evidente che erano altri elementi a costituire l’ossatura del film. Primo tra tutti – e credo sia un denominatore comune di tutto il cinema muto – la mimica degli attori. Emil Jannings, nel ruolo di Mephisto, è semplicemente straordinario, con il suo inesauribile repertorio di espressioni.
Ieri sera, teatro. Sempre con lo stesso gruppo, siamo stati al Burgtheater di Bautzen e abbiamo assistito all’avant-première di Die Grönholm-Methode, l’adattamento tedesco di un dramma dell’autore catalano Jordi Galcerán. È la storia di un colloquio di lavoro alquanto surreale. Quattro candidati si ritrovano in una stanza e devono sottoporsi a diverse simulazioni, più o meno ridicole e/o assurde (ma il tutto rimane verosimile, conoscendo l’odierna prassi di alcune imprese nell’ambito dell’assunzione e gestione del personale). Sulla sinossi della pièce c’è scritto:
Top-Manager gesucht _ Wir suchen nicht einen guten Menschen, der nach außen ein Arschloch ist. Was wir suchen, ist ein Arschloch, das nach außen ein guter Mensch ist.
Cercasi top manager _ Quello che cerchiamo non è una brava persona, che faccia il bastardo. Siamo alla ricerca di un bastardo, che sembri una brava persona.
E mi sono venuti in mente C*** e A***, i miei responsabili ai tempi del mio ultimo lavoro in Francia. Loro sì che avevano tutte le carte in regola per essere assunti!
***
Una volta esaurito il programma della giornata, mi sono trovato spesso a bere un paio di birre nel “granaio” in compagnia del dott. S. e di due suoi amici – uno dei quali ho scoperto stamane essere un sacerdote, quando sono entrato in chiesa e l’ho visto sull’altare, che diceva messa. E così, tra un boccale di birra e un bicchiere di vino, ho sentito diversi racconti interessanti, in particolare il ricordo della friedliche Revolution del 1989 e degli eventi che l’avevano preceduta. Il dott. S. è originario della Slesia. La sua famiglia è emigrata a ovest dell’Oder in seguito agli accordi di Potsdam del 1945 (che ridisegnavano le frontiere di URSS, Polonia e Germania), poi sono venuti gli anni della RDT. Agli inizi degli anni ’80 è riuscito, con sua moglie, a fuggire ed è rimasto in Germania Ovest fino alla riunificazione (fatalità a Oldenburg, dove abitavo un anno fa). Suo padre era rimasto in RDT e per rivedersi erano costretti a incontrarsi in Cecoslovacchia o in Ungheria. Padre Clemens – il prete a sorpresa – invece è di Francoforte e si è stabilito a Dresda un paio d’anni fa. Nel 1989 si trovava in Honduras e della friedliche Revolution gli arrivava soltanto un’eco confusa: agitazione e nuovi sviluppi in RDT, ma quali fossero esattamente non si capiva. Finché il 9 novembre i giornali non sono usciti con intitolato in grande: “¡El muro ha caído!”. Qualche giorno più tardi si era spostato in Brasile e aveva colto l’occasione per risalire una parte del Rio delle Amazzoni. Con lui, oltre all’equipaggio e alla guida, viaggiavano altri tedeschi incontrati in Brasile, che avevano una radio e riuscivano a captare Deutsche Welle. Così, di notte, sul Rio delle Amazzoni, padre Clemens aveva sentito Helmut Kohl pronunciare in Parlamento il discorso del 28 novembre, con i “10 punti per il superamento delle divisioni della Germania e dell’Europa”. Era surreale e al tempo stesso una gioia immensa, perché i cambiamenti – inattesi – stavano avvenendo pacificamente. Non era scontato. L’altro amico del dott. S. (che vergogna, non mi ricordo il nome!) in quei giorni si era ricordato spesso, con comprensibile preoccupazione) degli avvenimenti di pochi mesi prima a piazza Tien an men. All’epoca lui abitava a Chemnitz, quindi dei tre era l’unico in RDT quell’anno e si ricorda che, il giorno dopo la caduta del muro, un sacco di gente, spontaneamente, non è andata al lavoro. Molti erano andati in auto a Ovest, finalmente da turisti e non da fuorisciti.
(D’accordo, avevo solo sette anni, ma è possibile che il mio unico ricordo distinto di quell’anno siano mia sorella Renata e mia cugina Alessia che, a passeggio con me e la nonna sulla strada che porta al Duomo vecchio di Monselice, cantavano “Cosa resterà degli anni ’80?” di Raf – e quando arrivavano a “chi la scatterà la fotografia…”, attaccavano con “Pollon, Pollon combinaguai…”)
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Nei prossimi giorni probabilmente avrò poco tempo per scrivere, perché ho una cosa importante da preparare per mercoledì: un piccolo corso sul Risorgimento italiano per un circolo di anziani a Bautzen. Speriamo di fare le cose perbene…