Dalle mie parti la tipica azienda agricola è la grande proprietà in cui si coltivano culture estensive (orzo, frumento, senape, ecc.). Secondo i miei colleghi, la media e piccola proprietà sono quasi inesistenti nelle campagne dell’ex-RDT.
Tra le colture estensive figura anche la colza, coltivata per la produzione di foraggio o per ricavarne olio utilizzabile per la produzione di carburante biodiesel (la Germania detiene i due terzi del consumo europeo di questo tipo di carburante). Notavo già un paio di settimane fa (cf. Rhapsodie in gelb), di ritorno da Weimar, queste enormi distese gialle in Turingia e Sassonia. A volte capita di vedere i campi di colza e, poco distanti, piccole selve di pale eoliche. Sicuramente non bastano ancora ad emanciparsi completamente dal petrolio – il che è quanto mai auspicabile tanto da un punto di vista ambientale, quanto da un punto di vista economico – ma rappresentano comunque un piccolo passo in questa direzione.
È anche un bello spettacolo. Ecco qualche foto che ho scattato durante uno dei miei giri in bici intorno a Schmochtitz:
In dettaglio:
Dato il clima particolarmente mite di quest'anno, la fioritura è avvenuta in anticipo e l’aria di Schmochtitz è densa del profumo dolce della colza. In macchina con Antonio e Cinzia notavamo che in mezzo alle distese gialle si intravedono già delle macchie di colore meno brillante, tendenti al marrone: che stia già iniziando a sfiorire?
L’idea di questo post mi è venuta mentre redigevo la seconda nota all’articolo di ieri. Mi è tornato in mente il periodo delle elezioni tedesche del 2005. Trovandomi a Oldenburg, ospite di una famiglia tedesca, sin dall’inizio di settembre di quell’anno, ho seguito le vicende elettorali abbastanza da vicino. Ho imparato parecchie cose sul sistema partitico tedesco – anche se non pretendo di essere un esperto in materia ed ammetto che le nozioni in mio possesso sono molto a-sistematiche.
Ancor prima di cimentarsi con lo scacchiere delle forze politiche tedesche, è necessario imparare la tavolozza dei partiti, altrimenti molte delle informazioni veicolate dai media rimangono soltanto una misteriosa policromia. In fondo è un compito abbastanza divertente, soprattutto quando poi lo si applica ai progetti di coalizione. Per questi ultimi sono state coniate delle denominazioni piuttosto fantasiose, proprio a partire dai colori che identificano i varî partiti.
Lo scopo del post non è chiarire l’orientamento e il programma dei varî partiti, né raccontarne le vicissitudini storiche. Si tratta semplice di fornire una piccola legenda cromatica :
· Nero: CDU/CSU (Unione Cristiano-Democratica e Unione Cristiano-Sociale); si tratta di due partiti distinti, che però a livello federale (Bundestag) formano un’unica frazione parlamentare – attualmente la più rappresentata al parlamento federale, senza detenere tuttavia la maggioranza assoluta; la CDU non presenta nessuna lista in Baviera, mentre la CSU si presenta alle elezioni soltanto in questo Land; i due partiti sono indipendenti e talvolta riescono ad intendersi soltanto a fatica;
· Rosso: SPD (Partito Socialdemocratico); il maggior partito alle elezioni del 2005, tuttavia con un numero di voti inferiore a quello della frazione CDU-CSU;
· Verde: Bündnis 90/die Grüne (partito nato nel 1993, dalla fusione del partito ecologista dei Verdi e del movimento per i diritti del cittadino Bundnis 90, attivo nei Länder dell’ex-Germania Est);
· Giallo: FDP (Partito liberale);
· Bruno: NDP (Partito nazionalista di estrema destra); il colore è evocativo e allude alla vena nostalgica che anima il partito (si pensi alle SA di Hitler, dette anche “camicie brune”);
· Lilla: die Linke/PDS (sinistra radicale, un gruppo ancora piuttosto eterogeneo); lilla non è il colore “tradizionale” dei partiti della sinistra radicale, bensì il colore frequentemente utilizzato dai commentatori nelle rappresentazioni grafiche delle loro proiezioni.
Ho elencato soltanto i partiti rappresentati nel parlamento federale o nei varî parlamenti regionali (l’NPD non ha deputati al Bundestag, ma è rappresentati nei parlamenti di due Land, in Sassonia e Meclemburgo-Pomerania occidentale). Esistono numerosi altri partiti come il Zentrumspartei (partito di centro cattolico) o Pro DM (un partito che desidera promuovere la reintroduzione del marco tedesco). Nel 1990 era attiva persino una Deutsche Biertrinker Union (Unione dei bevitori di birra tedeschi).
Veniamo ora alle coalizioni di governo, che si costruiscono solitamente attraverso l’alleanza di uno dei partiti minori con uno dei due Volkspartei (CDU e SPD). Nel 2005 Grüne e FDP, che non hanno designato alcun candidato alla carica di cancelliere (i liberali l’avevano fatto nel 2002), non stringono nessuna alleanza pre-elettorale con i due partiti maggiori. Tuttavia i Grüne si dichiarano disponibili a formare un nuovo governo in coalizione con la SPD (Rot-grüne Koalition, che già aveva governato durante i due mandati di Schröder), mentre i liberali, pur esprimendo riserve in merito alle misure fiscali contenute nel programma dei cristiano-democratici, caldeggiano una coalizione con la CDU e il suo alleato bavarese (Schwarz-gelbe Koalition, come quella che per 16 anni aveva sostenuto Helmut Kohl).
Ecco una tabella riassuntiva dei risultati delle elezioni del parlamento federale del 2005:
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CDU/CSU |
SPD |
FDP |
Grüne |
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CDU/CSU |
35,2% |
69,4% |
45,0% |
43,3% |
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SPD |
69,4% |
34,2% |
44,0% |
42,3% |
|
FDP |
45,0% |
44,0% |
9,8% |
17,9% |
|
Grüne |
43,3% |
42,3% |
17,9% |
8,1% |
Sono indicate in grassetto le percentuali ottenute dai singoli partiti, in corsivo e in diverso colore le alleanze da escludersi a priori per incompatibilità dei programmi (CDU/CSU e Grüne) o per insufficienza numerica (FDP e Grüne), nelle celle a fondo verde la somma dei risultati ottenuti dai partiti della coalizione rosso-verde uscente.
Due dati caratterizzano le elezioni: la perdita di terreno dei Volkspartei (-4,3% rispetto alle precedenti elezioni del 2002 per la SPD, -1,7% per la CDU e -1,6% per la CSU) e la crescita della Linke/PDS (+4,7%). Crescono anche i liberali (+2,5%).
È chiaro che né una coalizione rosso-verde, né una coalizione giallo-nera, né una coalizione social-liberale costituiscono il presupposto per la formazione di un governo basato su una maggioranza parlamentare. La sola coalizione bipartitica che realizzi questa condizione è un’alleanza tra i due Volkspartei (cf. celle a fondo giallo) ed è questa la soluzione che poi si è concretizzata, con il nome di Große Koalition. Una simile coalizione non è una novità. Esistono infatti numerosi precedenti a livello dei singoli Land ed uno persino a livello federale (cf. governo Kiesinger, 1966-69).
Tuttavia, la Große Koalition non è stata l’unica soluzione presa in considerazione. Del resto si temeva che questa soluzione avrebbe posto al paese due problemi: a breve termine, la nomina del cancelliere sarebbe stata ancora oggetto di tensioni e conflitti (che infatti si sono protratti sino a metà novembre, risolti poi con la nomina di Angela Merkel e con il ritiro di Gerhard Schröder dalla scena politica); a medio e lungo termine, questa soluzione, che offriva stabilità al paese, rischiava in compenso di gettare le Germania in una situazione di stasi. Sono state avanzate allora anche ipotesi di coalizioni tripartitiche.
Per nessuno dei partiti era pensabile un’alleanza che includesse la Linke/PDS – la quale nel frattempo aveva manifestato l’intenzione di fare opposizione – e tanto meno la NPD. Rimangono dunque due alternative: una coalizione di socialdemocratici, liberali e Grüne (rosso-giallo-verde, detta anche Ampelkoalition, ovvero coalizione-semaforo •••) o una coalizione formata dai due partiti cristiani, dai liberali e dai Grüne (nero-giallo-verde, detta anche Jamaika-Koalition, perché i colori sono quelli della bandiera giamaicana). L’Ampelkoalition è stata alla base di un paio di governi a livello dei Land negli anni ’90, mentre nella storia della Rep. Federale non ci sono mai state “coalizioni giamaicane” al di sopra della sfera comunale. I vertici dei partiti hanno sondato anche queste soluzioni, ma le trattative non hanno condotto ad intese alternative e il 22 novembre, data della nomina di Angela Merkel, è stato firmato il contratto di coalizione tra la SPD e i due partiti cristiani.
In Italia si è parlato molto di Große Koalition dopo le elezioni del maggio 2006. Secondo il mio modesto parere tuttavia il caso italiano è quello tedesco sono nettamente diversi. In Germania non c’è bipolarismo e l’elettore tedesco sa che, nella maggioranza dei casi, il partito per cui vota deciderà dopo le elezioni con chi stringere alleanza. È possibile che un partito escluda l’alleanza con un altro ancor prima che i cittadini siano andati alle urne, come nel caso dei Grüne, che nel 2005 si erano impegnati di fronte al loro elettorato a non entrare in un nessuna coalizione che includesse la CDU e la CSU.
In Italia il bipolarismo è il risultato di un’evoluzione politica più che decennale (l’introduzione del sistema maggioritario con recupero del proporzionale alle politiche del 1994 può essere considerata come il punto d’origine). Nel 2006 le due coalizioni erano già state definite prima delle elezioni e si presentavano all’elettorato come due alternative per molti aspetti inconciliabili. Sono stati spesi fior di quattrini in sondaggî e versati fiumi di parole, nel tentativo di dimostrare che i proprî erano i più attendibili, ma nessuno dei nostri politici si è voluto render conto che l’Unione e la CdL avrebbero praticamente pareggiato – e non ci voleva un genio. Se volevano una “grande coalizione”, era il caso di preparare il terreno. Invece durante la campagna elettorale il bipolarismo è diventato ben più di un sistema politico: è stato assunto dalla classe politica a modus vivendi della nazione.
La retorica elettorale ha veicolato l’immagine di un paese diviso in due blocchi contrapposti: la destra contro la sinistra, i co**ioni contro quelli che sanno votare nel loro interesse, i no global contro quelli che stanno al passo con i tempi, quelli che mangerebbero anche prodotti geneticamente modificati contro quelli che mangiavano (mangiano?) i bambini, quelli flessibili contro quelli che si sono rotti, ecc., ché per dirli tutti ci vorrebbe l’aiuto di Jannacci. Il giorno dopo le elezioni qualcuno si sveglia con l’idea di una “grande coalizione”. Era una proposta credibile in quel momento? Io sono convinto che fosse troppo tardi – come voler rompere le uova quando la frittata è già fatta – o troppo presto.
Inoltre, se consideriamo l’esempio tedesco, ci rendiamo conto che “grande coalizione” non è sinonimo di “stringiamoci un po’, ché così c’è posto per tutti”. Dei 5 partiti che potevano partecipare alla formazione di un governo, 2 sono stati esclusi. Tra questi c’è anche la FDP, l’unico dei 5 a non aver perso quote d’elettorato (ha bensì registrato una crescita di 2,5 punti. Ora, mi chiedo chi, in Italia, avrebbe accettato di buon grado di farsi da parte.
Concludo con un piccolo appunto, che riguarda i colori della politica tedesca. Aldilà dei colori che tradizionalmente identificano i varî partiti, è necessario ricordare che nero, bruno e rosso fanno riferimento anche a categorie storico-politiche più generali, ovvero rispettivamente ai fascismi, al nazismo e al comunismo. Esiste peraltro un’espressione che raggruppa questi tre riferimenti: gegen schwarze, rote und braune Fäuste, ovvero “contro le forze (lett.: i pugni) del fascismo, del comunismo e del nazismo.”
Ecco la seconda parte della piccola serie iniziata la settimana scorsa, a partire dall’articolo di Ruchniewicz, pubblicato su Silesia Nova nel numero di aprile 2006. Nella prima parte dell’articolo, l’autore tracciava una prima panoramica delle relazioni tra Polonia e Germania. Nell’ultimo decennio queste relazioni hanno rivelato la loro problematicità in varî frangenti: ad esempio nel differente atteggiamento di Berlino e Varsavia nei confronti degli USA, in seguito all’intervento armato di questi ultimi in Iraq; o nel disaccordo tra i due paesi, in merito alla possibilità di menzionare il nome di Dio e le radici cristiane dell’Europa nel testo del TCE. Tuttavia, quel che complica maggiormente i rapporti tra i due stati, è il passato: la progettata fondazione di un centro contro le espulsioni e le rivendicazioni patrimoniali dei cittadini tedeschi espulsi dai territorî orientali dell’ex-Reich (ora in massima parte cechi e polacchi) sono infatti i due fattori di maggiore instabilità nelle relazioni tra Berlino e Varsavia negli ultimi tempi.
La creazione del “fondo fiduciario prussiano” (1) e le prime rivendicazioni patrimoniali nei confronti della Polonia hanno gettato benzina sul fuoco. Malgrado la presa di distanza di Berlino, Varsavia ha deciso, sotto la spinta di queste pretese, di non limitarsi a risolvere questo problema nell’ambito di relazioni bilaterali; in parlamento si iniziò a emettere fatture per i danni di guerra non pagati, nonché a ricontare i danni personali e materiali subiti durante la seconda guerra mondiale.
La classe politica tedesca ha assicurato alla Polonia che sarebbe stata sempre ostile tanto alla creazione di un Centro contro le Espulsioni, quanto alle rivendicazioni patrimoniali degli espulsi stessi, ma questo non è bastato alla Polonia. La creazione di una rete internazionale, “Memoria e solidarietà”, il cui obiettivo consiste nello sviluppo di un’alternativa a tale centro, non ha convinto Varsavia. I polacchi hanno preso parte sin dall’inizio ai lavori della rete di solidarietà, ma non hanno partecipato a trattative concrete, contribuendo in tal modo a una situazione di stasi. L’attività è stata alquanto blanda anche da parte tedesca.
Pochi mesi fa la città di Varsavia ha pubblicato un dossier relativo alle perdite subite durante la seconda guerra mondiale e il 1 settembre 2005 è stata resa nota l’entità di tali perdite. Le elezioni del 2005 (2) in entrambi i paesi hanno complicato ancor più i rapporti tra i due stati: ai vecchî problemi si aggiungevano i nuovi, come ad esempio la questione del gasdotto sul Baltico (3), qualche fait divers alla frontiera, la questione della minoranza tedesca in Polonia e la retorica anti-tedesca dei gemelli KaczyÅ„ski.
È fuor d’ogni dubbio, che il passato e la storia influenzano ancora le relazioni tra i due paesi, molto più del presente o del futuro. Allo stesso tempo è opportuno notare che – indipendentemente dagli attuali attriti e malintesi – la qualità di tali relazioni, dopo la caduta del socialismo reale e la riunificazione tedesca, è oggi migliore di quanto non lo sia mai stata durante tutto il XX secolo. Per fugare ogni dubbio è sufficiente pensare ai meandri dello sviluppo di tali relazioni a partire dal 1954.
La fine della seconda guerra mondiale significò per la Polonia l’accantonamento del pericolo tedesco, ma non implicò l’inizio di relazioni amichevoli o corrette tra i due stati. Le atrocità dell’occupazione tedesca hanno pesato sulla coscienza della popolazione polacca negli ultimi decenni e le vecchie generazioni vedono ancora i tedeschi attraverso il prisma di quegli eventi, che per il 20% della popolazione sono esperienza personale. “[…] Nei programmi scolastici e in ambito educativo è dato ampio spazio agli avvenimenti della seconda guerra”, afferma lo storico Tomasz Szarota. “Questi avvenimenti sono una presenza costante nel panorama mediatico nazionale. […] Forse in nessun altro paese le ricorrenze legate alla seconda guerra si osservano con tanta solennità.” […]
Secondo alcuni sondaggi, la maggioranza dei polacchi ha ancora un rapporto fortemente emotivo con questi avvenimenti, indipendentemente dall’età: il 73% è convinto che questi avvenimenti siano ancora attuali e degni di ricordo. […]
Questo fatto si spiega con la concezione polacca della seconda guerra, una concezione essenzialmente polonocentrica: costantemente si pone l’accento sul fatto che la Polonia fu il primo paese ad opporsi a Hitler, che non vi furono collaborazionisti, bensì non soltanto un’opposizione, ma pure un’organizzazione statale sotterranea (Polskie PaÅ„stwo Podziemne) e, da ha ultimo, che la Polonia è in proporzione il paese che ha subito le più gravi perdite umane.
È interessante notare che gli scontri militari sul suolo polacco rivestono un’importanza secondaria. Tuttavia, secondo un’inchiesta del 1994, i polacchi consideravano la resistenza di Varsavia nel 1939 e la battaglia nei pressi di Monte Cassino come i momenti forti del conflitto, ancor più importanti della battaglia di Stalingrado o dello sbarco alleato in Normandia. Szarota non si sbaglia, quando afferma che questa priorità data agli eventi legati alla Polonia non rispecchia tanto la centralità dell’esperienza della guerra per i polacchi, quanto piuttosto la loro ricerca di una panacea ai proprî complessi: “La smisuratezza della nostra martirologia ci impedisce di vedere quel che hanno patito le altre nazioni.”
Questa valorizzazione del proprio martirio si accentuò dopo il 1989, dopo che fu possibile parlare liberamente delle repressioni legate all’occupazione dei territori orientali della Polonia, iniziata dall’Unione Sovietica nel settembre del 1939. Il dramma polacco assunse una dimensione ancor più rilevante nell’opinione pubblica, mentre nuovi nomi venivano ad allungare la lista dei martiri e nuovi luoghi della memoria erano inaugurati laddove un tempo si erano svolte le esecuzioni. L’orgoglio si mischia all’amarezza per l’inutilità di quel sacrificio, divenuta evidente subito dopo il 1945. Questa prospettiva, caratterizzata dal culto della sconfitta e dall’orgoglio della vittoria morale, si sviluppa in mancanza di successi militari e politici. […]
[continua…]
(1) La Preußische Treuhand è un’impresa fondata nel 2000, con lo scopo di far valere le rivendicazioni patrimoniali dei tedeschi espulsi dai territorî orientali dell’ex-Reich negli anni ’40. Il governo di Gerhard Schröder ha preso ufficialmente le distanze dall’operato della fiduciaria nel 2004, in occasione di una visita in Polonia. Il nuovo cancelliere, Angela Merkel, ha confermato la linea di Schröder.
Su un piano strettamente giuridico, le pretese della Preußische Treuhand non possono essere fatte valere al cospetto di un tribunale tedesco, in virtù del Trattato dei Due più Quattro del 1990, che sancisce l’apertura del processo di riunificazione tedesca e regolamenta numerose questioni legate agli affari esteri del nuovo stato tedesco. Una delle disposizioni conferma un principio già esposto nell’Überleitungsvertrag del 1955, secondo il quale non è consentito ai cittadini tedeschi avanzare al cospetto di un tribunale tedesco pretese che attengano ai beni perduti in seguito all’espulsione dai territorî orientali dell’ex-Reich, purché questi siano stati a titolo di riparazione dagli stati esercenti la sovranità su tali territorî.
La fiduciaria mette proprio in dubbio che tali beni siano stati utilizzati a scopo di riparazione. Inoltre, con l’ingresso della Polonia e della Rep. Ceca nell’Unione Europea nel 2004, sussiste la possibilità teorica di intentare un’azione giudiziaria presso la Corte di Giustizia europea. Non è certo che tale azione venga intentata, tuttavia, in previsione di tale eventualità, giuristi cechi e polacchi si stanno attualmente sforzando di fornire argomentazioni solide, in merito all’utilizzo dei beni a titolo di riparazione. (ritorna all’articolo)
(2) Il 2005 è in entrambi i paesi anno di elezioni politiche.
Il 25 settembre in Polonia le elezioni parlamentari sono vinte dal PiS (Prawo i Sprawiedliwość, Diritto ed equità), partito nazionalista conservatore ed euro-scettico. Alla carica di Primo ministro, JarosÅ‚aw KaczyÅ„ski, leader e co-fondatore del partito, succede a Marek Belka (Sinistra Democratica). Un mese dopo il fratello gemello JarosÅ‚aw è eletto Presidente della Repubblica. Il PiS non ha comunque ottenuto la maggioranza assoluta. Per assicurare una maggioranza al nuovo governo, il partito ha dapprima stretto alleanza con il partito liberal-democratico. Fallito questo primo tentativo di coalizione, il PiS ha formato una coalizione che include gli estremisti di destra della LPR e i populisti del Samoobrona.
In Germania le elezioni di settembre-ottobre 2005 hanno condotto all’avvento di una nuova coalizione, nota anche col nome di Große Koalition (grande coalizione – grande, non grossa, come ho sentito dire ad alcuni politici italiani), costituita dai cristiano-democratici di Angela Merkel (CDU), dai socialdemocratici di Franz Müntefering (SPD) e dai cristiano-sociali di Edmund Stoiber (CSU). In seguito a intense trattative (la SPD rimane il primo partito, ma la CDU e la CSU sono la più grande frazione parlamentare), che includono tra le altre cose un’“equa” spartizione dei portafogli ministeriali (non preoccupatevi, gli italiani non sono i soli), la carica di cancelliere è affidata a Angela Merkel. Il nuovo cancelliere succede a Gerhard Schröder, dal 1998 alla guida di una coalizione, nota anche come Rot-grüne Koalition (rossoverde), costituita dalla SPD e dai Verdi (Bündnis 90/Die Grünen) di Joschka Fischer. (ritorna all’articolo)
(3) Il gasdotto sul Baltico è un’infrastruttura, che dovrebbe consentire il trasporto di gas naturale dalla Russia alla Germania attraverso il mar Baltico. L’entrata in funzione è prevista per il 2010. Il gasdotto non attraversa la zona economica esclusiva della Polonia, bensì quelle della Finlandia, della Svezia e della Danimarca, che hanno voce in capitolo in merito alla realizzazione del progetto. Il progetto prevede la possibilità di ramificazioni del condotto, che potrebbero raggiungere i Paesi Bassi, il Regno Unito e la Polonia. Regno Unito e Polonia hanno tuttavia rifiutato la proposta.
Il progetto ha suscitato numerose critiche e polemiche. Accanto alle perplessità, specialmente svedesi, sull’impatto ambientale del gasdotto, considerato ormai dagli esperti scandinavi un errore di politica energetica, si notino le accese proteste delle tre repubbliche baltiche e della Polonia. Queste ultime lamentano da una parte il tentativo russo di utilizzare le risorse energetiche come mezzo di pressione, allo scopo di destabilizzare l’Unione europea, e d’altra parte l’atteggiamento noncurante di Berlino, in merito ai loro interessi. In Polonia, l’intesa russo-tedesca è stata persino paragonata al Patto Molotov-Ribbentrop.
La questione del gasdotto ha accentuato le tensioni tra Germania e Polonia, mentre ha contribuito all’avvicinamento di Polonia e Lituania (fino ad allora tra i due stati correvano relazioni tutt’altro che serene), che hanno stilato un progetto comune per la costruzione di alcune centrali nucleari, allo scopo di assicurarsi il rifornimento energetico. (ritorna all’articolo)
Oggi pomeriggio ero contento di tornare a Schmochtitz. Dalla stazione ferroviaria di Bautzen sono tornato a piedi, a Temritz mi sono tolto scarpe e calzini e ho continuato scalzo ed era come liberarsi poco a poco dalle scorie del fine settimana. In teoria doveva riaccompagnarmi G., poi mi ha dato buca. Per carità, oltre al biglietto del treno ha voluto pagarmi anche l’eventuale corsa in taxi, ma avevo voglia di camminare e ho risparmiato volentieri un po’ di soldi.
È stato un brutto fine settimana, non capisco perché G. mi abbia chiesto di andare a Görlitz. Non è successo nulla di grave, ma l’atmosfera era di una pesantezza… La mia presenza era superflua: G. aveva organizzato per sabato una manifestazione per i bambini di Görlitz, in occasione della Settimana per la vita in Germania, il cui tema quest’anno è “Camminare con i bambini verso il futuro” (Mit Kindern in die Zukunft gehen, 21-28 aprile 2007). In teoria dovevo dare una mano, ma per me non c’era niente da fare. Ho fatto un giro per i varî stand, per vedere se era tutto a posto, e ho finito col fermarmi con un gruppo di bambini che giocavano a calcio, senza essere sorvegliati da nessuno. Appena in tempo per mettre fine a una zuffa e portare al punto di primo soccorso uno di loro, che aveva preso un pugno in faccia e sanguinava abbondantemente dalla bocca.
Prestati i primi soccorsi, i volontarî della Malteser hanno comunque ritenuto necessario che il bambino fosse visitato da un medico. I genitori non erano venuti alla manifestazione, perciò ho pensato che fosse il caso di avvisare G., che era la responsabile organizzativa. Risposta di G.: “E cosa ci posso fare, se i genitori non l’hanno accompagnato?” Ma, veda un po’ lei… magari muovere le chiappe e venire dai Malteser a vedere? Telefonare ai genitori?
Alla fine della manifestazione si avvicina un tizio che sembra il commissario Basettoni, ma senza uniforme, e vuole parlarmi. Anche lui aveva uno stand, il Märchenzelt (la tende delle fiabe). Esordisce con una domanda idiota: “la fa sentire forte giocare con i più deboli?” Allude ai due o tre tiri a pallone che ho fatto con i piccoli e si lamenta, perché abbiamo giocato troppo vicino al suo stand: “ich war belästigt, ich finde es unfair” (mi avete disturbato, non lo trovo corretto). “Es tut mir leid, ich find’ es aber komisch, dass sie sich erst jetzt melden, da alles vorbei ist” (mi dispiace, ma mi pare strano/ridicolo, che lei lo faccia presente soltanto adesso, quando la manifestazione è finita). Effettivamente, a che serviva dirmelo adesso? Il tizio se ne è andato un po’ interloquito. Mi ha fatto venire i tempi in cui lavoravo in albergo e quei clienti che sono soliti aspettare fino al check-out, prima di segnalare che qualcosa non va nella stanza o nel servizio. È un atteggiamento che proprio non sopporto.
Carichiamo tutto in macchina, ripartiamo e, mentre siamo fermi ad un incrocio, G. vede P. in piedi all’ingresso di un bar. Suona il clacson, si sbraccia per salutarlo, poi, ripartendo, mi dice: “Va a bere. Sai, è alcolista”, con un tono e un’espressione che certo non tradiscono comprensione o dispiacere. Ma buon sangue! perché lo viene a raccontare a me? Ci siamo conosciuti due mesi fa, ci siamo sentiti per telefono, sennò ci saremo visti al massimo tre volte, e già mi viene a raccontare che P., uno che per dare una mano se organizzi qualcosa c’è sempre, è un alcolista? Non ci siamo proprio. A me P. rimane simpatico, ma G. comincia lentamente ad andarmi sotto i tacchi delle scarpe.
Mica mi ha raccontato solo di P., magari… La mia impressione è che G. divida il mondo in due scompartimenti: in quello dei cristiani engagé viaggiano buone persone e buone famiglie (specie se cattoliche), mentre il resto del treno è popolato di pecorelle smarrite, per le quali si può avere più o meno comprensione e disponibilità – a priori molta, non si sa poi quanta però nelle parole e nei fatti. Parla con un certo compiacimento: è orgogliosa di viaggiare nello scompartimento dei “giusti” e nel constatare che i “veri” cristiani e gli altri sono “due mondi completamente diversi” (sic). La cosa che più mi irrita è che cerchi il mio consenso. È ancor più evidente, quando, parlandomi di Tizio o di Caio, mi dice: “È polacco.” Per G. la parola polacco racchiude un sacco di sottintesi, la pronuncia pensando che anche per me sia particolarmente evocativa, ma evidentemente non abbiamo gli stessi riferimenti culturali. Anche dei sorabi non pensa bene, forse per questo ignora costantemente Maria, mentre mi chiede spesso di Guido e mi dice sempre di salutarglielo.
In fin dei conti, più che il week-end, è G. che è stata pesante. Ho passato troppo tempo con lei, il che d’altronde era inevitabile, dato che mi ha ospitato a casa sua. Sfumare i suoi propositi, cercare di farle intravedere dei problemi, laddove per lei ci sono solo giudizî semplici, è stata una faticaccia, prima di tutto linguistica, che dopo un po’ non mi sono più sentito di fare – è inutile, non si schioda dal suo mode à penser. Senza volere, ho cominciato malgrado me a rispondere con dei quasi-monosillabi alle sue prediche edificanti (mmh, per quanto se ne varî l’intonazione, non è neppure un monosillabo). Ho notato che anche suo marito ricorre allo stesso repertorio di risposte; all’inizio mi dava un po’ fastidio, poi ho cominciato a capirlo…
A Jauernick ho trovato una rivista interessante, Silesia Nova, pubblicata dall’Istituto di Germanistica dell’Università di WrocÅ‚aw (Polonia). Alla redazione degli articoli collaborano giornalisti e studiosi polacchi e tedeschi. Ho copiato un articolo dal numero di aprile dello scorso anno e lo sto traducendo. Ho deciso di pubblicare un po’ alla volta la traduzione dell’articolo, scritto da Krzysztof Ruchniewicz, storico specializzato nella storia dell’Est europeo e direttore del Willy-Brandt-Zentrum presso l’Università di WrocÅ‚aw, essenzialmente per due ragioni: la prima è che l’argomento mi sembra interessante – e non credo sia molto approfondito dai media italiani; la seconda è che, avendo un’idea più precisa della problematicità delle relazioni tedesco-polacche, sarà più facile apprezzare la specificità di Görlitz-Zgorzelec, di cui parlerò tra qualche post.
L’ingresso nel XXI sec. ha reso evidenti pesanti divarî nei rapporti tra Polonia e Germania. Le loro relazioni in questo periodo sono state influenzate non soltanto dagli avvenimenti internazionali, bensì pure dalla situazione interna in entrambi i paesi. Le differenze si sono ampiamente manifestate in seguito all’appoggio fornito dalla Polonia all’intervento armato degli USA in Iraq. Varsavia è stata accusata dalla controparte tedesca di aver abbandonato l’idea dell’integrazione europea e di preferirle contatti più stretti con gli USA. Un giornalista della nota Frankfurter Allgemeine Zeitung ha definito in tono canzonatorio la Polonia come “l’asino di Troia” dell’Europa.
Secondo lo stesso giornalista, l’idea polacca di una cooperazione con gli USA è una chimera e l’avvicinamento dei due stati costituisce un pericolo per l’Europa. Un altro motivo di scontro è stata anche l’attitudine polacca nell’ambito del progetto della costituzione europea: i polacchi caldeggiavano infatti il riferimento a Dio e alla tradizione cristiana del vecchio continente nel preambolo alla Costituzione. Appoggiato dal partner francese, il governo di Gerhard Schröder respinse con decisione questa soluzione. La Polonia fu considerata un paese di estrema destra e retrogrado e i risultati delle elezioni del 2005 hanno confortato gli osservatori occidentali in tal opinione.
In questo contesto non ha avuto alcun peso il fatto che il progetto costituzionale sia fallito, non tanto a causa dei polacchi, quanto piuttosto in seguito alle resistenze della popolazione dei due stati fondatori della Comunità europea. La lista delle mancate intese tra Germania e Polonia sul piano internazionale è comunque ancora lunga.
Nulla ha deteriorato tanto le relazioni tra i due paesi, quanto l’idea di fondare un centro contro le espulsioni di popolazioni (1), coniugata ai tentativi di molti espulsi di recuperare i beni perduti nei territorî orientali. Era chiaro che erano non tanto i problemi politici o le difficoltà economiche a far pendere la bilancia, bensì proprio il passato. L’idea della fondazione del centro è nata alla fine degli anni ’90, senza che fosse possibile prevedere lo scompiglio che questa portò nelle relazioni tedesco-polacche. Tuttavia il dibattito parlamentare in corso in Germania sullo statuto dei tedeschi, vittime della guerra aerea e successivamente delle espulsioni, ha conferito un significato completamente nuovo all’iniziativa, o quanto meno alla maniera in cui questa era percepita in Polonia. Due pubblicazioni hanno contribuito significativamente alla percezione di questo dibattito: L’incendio, del noto storico tedesco Jörg Friedrich e Il passo del gambero del premio Nobel per la letteratura Günter Grass. Si noti tuttavia che, a differenza del libro di Friedrich, passato quasi inosservato in Polonia, il saggio di Grass fu largamente recepito, rapidamente tradotto e vivacemente commentato.
La pubblicazione di questi libri ha suscitato in Germania un importante dibattito, che dura ancor oggi, dopo che la generazione del ’68 aveva criticato l’atteggiamento dei tedeschi all’epoca del nazismo, tacendo e occultando in compenso le sofferenze patite dai tedeschi stessi. Per la prima volta l’attenzione fu diretta a casi singoli e fu messa in evidenza la complessità della situazione in cui si trovavano i tedeschi durante la guerra e nel periodo immediatamente successivo.
In questo contesto l’idea di fondare un centro contro le espulsioni, un’istituzione che – quantomeno era l’impressione che si poteva ricavare inizialmente – si cimentava soltanto con le sofferenze dei tedeschi, trascurando quella delle popolazioni occupate, prime tra tutte polacca e ceca, non poteva non suscitare reazioni in Polonia e in Repubblica Ceca. Il fatto che l’iniziativa fosse promossa dal Bund der Vertriebenen (Lega degli espulsi), accusato per decennî dalla propaganda comunista di essere un’organizzazione revanchista e nemica alla Polonia, era già ragione sufficiente.
Sulla Vistola suonarono campanelli d’allarme. Il nostro vicino occidentale (2) fu nuovamente accusato di revisionismo, in particolare gli era rimproverato il tentativo di falsare la storia della seconda guerra mondiale. Potrebbe sembrare strano che tale questione abbia monopolizzato l’attenzione dei media polacchi per diversi mesi. […]
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(1) Con il termine Vertreibung (=espulsione) si designa la fuoriuscita obbligata, non di rado sotto la minaccia di violenze, di gruppi umani dalla propria patria, cui spesso fa seguito la dispersione degli stessi (diaspora). In particolar modo il termine fa riferimento al movimento massiccio di popolazioni di lingua e cultura tedesca, avvenuto tra il 1943 e il 1950, in direzione dell’Austria, della RFT e della RDT, a partire dai territorî aldilà dell’Oder e della Neisse, dal Memelland, dai Sudeti, dall’ex-Prussia orientale, ecc. in seguito all’avanzata dell’Armata Rossa e agli accordi di Yalta e Potsdam (1945), che ridisegnavano i confini dell’Europa centrale e orientale. Il seguito dell’articolo descrive in maniera abbastanza dettagliata questa migrazione forzata. (ritorna all’articolo)
(2) L’autore dell’articolo è polacco, è chiaro che per lui la Germania è il vicino occidentale. (ritorna all’articolo)