26.IX – Bratislava e Vienna
Sbrigato il solito tran-tran mattutino, usciamo per una breve visita alla Kostol svätej Alžbety, la chiesa di s. Elisabetta, detta anche chiesa blu, essendo il blu il colore dominante tanto all’esterno dell’edificio quanto al suo interno. La chiesa, costruita all’inizio del secolo scorso, presenta molti elementi tipici dello Jugendstil ungherese. All’interno Christoph ci racconta una leggenda dalla vita di s. Elisabetta, che nella più tenera infanzia avrebbe risieduto a Bratislava. Dall’odierna capitale slovacca sarebbe partito nel 1211 il corteo nuziale che, a soli quattro anni, l’avrebbe condotta sino in Turingia, per essere educata alla corte del suo futuro consorte, il langravio Ludovico IV.
La chiesa di s. Elisabetta a Bratislava
Tornando al convento, dove caricheremo le nostre cose sul pulmino e recupereremo le bici, mi colpisce l’insegna di un caffè. Vi si riconosce il vecchio nome della città, in tedesco: Preßburg. Il nome Bratislava fu ufficialmente introdotto a partire dal 1919, successivamente alla creazione della Cecoslovacchia. Prima di allora la città era chiamata talora Prešporok, talora Prešporek anche in slovacco. Tracce del vecchio nome rimangono anche lontano dal Danubio. Passeggiando nei dintorni dell’arco di trionfo a Parigi, potreste ad esempio imbattervi nella rue de Presbourg. Il nome della via fa riferimento a un trattato di pace concluso proprio a Bratislava nel 1805, una vittoria diplomatica di Napoleone Bonaparte sull’Impero austro-ungarico che fece seguito ai fatti d’armi di Austerlitz.
Quei nomi di una volta...
Il Danubio e il Nový Most (Bratislava)
Ci rimettiamo in sella e lasciamo il convento, ma, prima di dirigerci verso il lungofiume, decidiamo di far tappa al castello. Costruito su una rocca sulla riva sinistra del Danubio, il castello non mi colpisce particolarmente, ma sono molto contento di essere salito sulla piccola altura, per la vista che di lassù si gode sulla città. A sud, oltre il Danubio, scavalcato dal Nový Most e solcato dai carghi fluviali, si vedono i quartieri costruiti durante l’era socialista, a ovest la cattedrale ed i tetti della città vecchia. Il giustapporsi di questi due spazi ben rappresenta la città, in cui il vecchio e l’invecchiato si mescolano. Leggendomi, qualcuno potrà dirmi che sono pazzo, ma a me Bratislava per questo ricorda istintivamente la parte orientale di Berlino. Del resto la mia sarebbe malafede, se mi limitassi ad evocare le due categorie di cui sopra. Ad accentuare l’impressione di variegatezza che me la fa associare alla capitale tedesca, nella capitale slovacca si scorgono anche elementi nuovi: delle bizzare statue in bronzo (un uomo che spunta con la testa da un tombino, un paparazzo che scatta una foto da dietro l’angolo di una via ed altri soggetti fantasiosi in grandezza reale), nuovi edificî in acciaio e vetro venuti su come funghi negli anni ’90, per non parlare dell’evidente penetrazione in molti settori dell’economia e del mercato slovacco da parte di attori occidentali (ad esempio di gruppi tedeschi per quanto attiene ai settori bancario e assicurativo o di operatori francesi per quanto riguarda invece la telefonia). Per accorgersene è sufficiente guardarsi intorno e fare caso alle insegne che campeggiano sugli edifici del centro: Orange, Sparkasse, Hp, Generali, T-Mobile, ecc.
Quartieri eretti durante la Guerra fredda (Bratislava)
I tetti di Bratislava
Questa città mi interessa, mi piacerebbe rimanere più a lungo, esplorarla più a fondo. Purtroppo il viaggio impone dei tempi rigidi e mi devo accontentare di questa prima e fugace impressione. Lasciata la rocca, raggiungiamo il confine in appena 20 minuti. Il controllo dei passaporti è una formalità che sbrighiamo in fretta , ci troviamo ora in suolo austriaco. A Hainburg ritroviamo le rive del Danubio, che ci farà compagnia per altri 500 km, fino a Kelheim. Guido canticchia An der schönen blauen Donau (Sul bel Danubio blu) e non posso fare a meno di chiedermi come abbia fatto Schani ad inventarsi un titolo del genere. Qui il colore dominante è il verde della foresta ripariale, un verde che si propaga sin anche ai riflessi dell’acqua. Pedaliamo su strada piana e con il tandem si fila che è un piacere. Guido per un tratto mi lascia anche salire davanti; è una sensazione strana, nel cercare di mantere il tandem in equilibrio e di dargli una direzione si ha una percezione molto acuta dei movimenti di chi sta dietro. È per questo motivo che di solito il ciclista più corpulento si accomoda sul sellino posteriore...
È ancora chiaro quando arriviamo a Vienna. Arrivati alla Donau-Insel, siamo indecisi sulla strada da prendere e chiediamo informazioni a un signore di una sessantina d’anni, anche lui in bicicletta. Non ci saremmo mai aspettati tanto: il nostro benefattore, che parla con un accento viennese marcatissimo – il che contribuisce a rendermelo subito simpatico, anche se afferro soltanto la metà di quel che dice –, si offre di accompagnarci fino al Prater. Da lì, ci dice, raggiungere il 2. Bezirk è un giochetto da ragazzi e, comunque, prima di separarsi da noi, ci spiegherà ancora la strada da prendere.
La grande ruota panoramica del Prater
Al Prater facciamo una sosta nei pressi della ruota panoramica. Non distante dalla famosa giostra si trova una costruzione sferica in legno, che facilmente si potrebbe scambiare per un’attrazione del Prater. Si tratta invece di un’opera di Edwin Lipburger, cui sul finire degli anni ’70 la città di Vienna concesse un fondo presso il Prater, per la costruzione di un’opera destinata a celebrare le virtù del legno e la bellezza del solido platonico per eccellenza. Entrato successivamente in conflitto con le autorità edilizie della capitale, Lipburger cinse la sua sfera di una cortina di filo spinato e proclamò la repubblica indipendente di Kugelmugel. La mini-repubblica si estende al margine di una piazza intitolata all’antifascismo. Vedere il cartello Antifaschismusplatz impigliato nel filo spinato mi ha fatto un’impressione strana.
Antifascismo ai confini della Repubblica di Kugelmugel
Siamo alloggiati presso la comunità magiara di Vienna. La sistemazione è buona, anche se non tanto quanto quella di Bratislava. Del resto in Slovacchia siamo stati accolti tanto bene, che sarebbe stato difficile far meglio. Inoltre nel corso della giornata Guido ci ha fatto una confidenza che mi ha molto colpito: né le suore, né i nostri amici di Luboreeva hanno accettato compensi per l’ospitalità offertaci.
Stephansplatz (Vienna)
Sistemati i bagagli e dataci una rinfrescata, ci concediamo una passeggiata nei pressi dello Stephansdom. Evito di chiudermi nella cattedrale e passeggio a caso per le vie illuminate del centro. Il tempo a disposizione però è poco, come sempre, e rientro per cena senza aver raccolto particolari impressioni. Stasera si mangia la pasta agli spinaci che Christiane ci promette da quando eravamo a Ragaly, innaffiata dalle ultime bottiglie di Tokaj rimasteci. Terminato il pasto, l’atmosfera gioviale e le battute di spirito lasciano il posto a una tediosa discussione sul programma dell’indomani. Dispute teologiche e dissertazioni sulla pressione ideale di un pneumatico. To BEten or not to BEten? This is ONE of the questions. Ripenso ai versi di Marlowe: now draw up Misha, like a foggy mist, ma le stelle hanno altro da fare.
Prima di chiudere la giornata con la compieta, mettiamo in comune, come di consueto, le impressioni che ci hanno accompagnato durante la giornata. L’intervento di Josef mi coglie di sorpresa: il modo in cui preghiamo lascia perplesso anche lui, per motivi analoghi a quelli da me espressi in uno dei post precedenti. Mi piace che abbia il coraggio di toccare l’argomento e che riesca a farlo con un tatto di cui io spesso faccio difetto, quando si affrontano certi argomenti. Vorrei dargli manforte, ma il mio turno è già passato e non è il momento di iniziare un’altra discussione, dopo la maniera in cui si è conclusa la cena. Tuttavia, ce n’est que partie remise: Guido assicura che di tanto intanto è possibile proporre anche modalità alternative, nei giorni a venire avrò dunque modo di contribuire con i fatti.
Dato che ho dimenticato il notes in ufficio e che non ho i miei appunti di viaggio con me, il blog non ritornerà a Bratislava prima di domani. Stasera continuerò invece un discorso iniziato in giugno con il post sugli Ampelmännchen. Il post di questa sera è pure legato alla viabilità. È da tempo infatti che vorrei spendere qualche riga a proposito di tre veicoli tipici della cosidetta DDR-Zeit.
Per motivi pratici faccio una cosa che di solito non si fa, ovvero inizio dal pezzo forte: le Trabant, dette anche Trabi. In verità v’è una lunga serie di espressioni in gergo per designare questo veicolo, ma ne citerò soltanto una: die Rache Honeckers (la vendetta di Honecker), particolarmente popolare in Ungheria (Honecker bosszúja, in magiaro), in cui i veicoli prodotti dall’impresa statale Sachsenring di Zwickau erano esportati, al pari delle sovietiche Lada di Togliattigrad.
Quella ritratta nella foto è una P601 S (dove la lettera S sta per Standard Limousine). Dal 1957, anno in cui fu presentata la P50, e sino al 1991, dapprima AWS, quindi Sachsenring produssero cinque differenti modelli, disponibili ciascuno in diverse versioni per un totale di tre milioni abbondanti di veicoli.
Una Trabant in Karl-Marx-Straße (Bautzen)
Produrre auto in RDT significava fare i conti con due problemi, che del resto pesarono sullo sviluppo di tutta l’economia tedesco-orientale: la scarsità di fondi e la penuria di materiali. Alla debolezza strutturale di tutto il sistema va aggiunto un fattore di importanza non secondaria: l’embargo applicato dai membri (ufficiali e non) del CoCom dagli anni 50. A fronte della scarsità di lamiera metallica e di carburante, gli ingegneri della RDT elaborarono sul finire degli anni ’50 un prototipo di un’essenzialità ammirevole e con alcune caratteristiche audaci, prima tra tutte la carrozzeria realizzata parzialmente in laminato di fibre di cotone impregnate con resine fenoliche termoindurenti. Ad eccezione dell’ultimo modello, la Trabant 1.1, le Trabant erano sospinte da motori a due tempi, alimentati a miscela.
Scarsità di denaro (nel 1979 il governo bloccò un progetto che avrebbe portato alla produzione di modelli paragonabili alle prime VW Golf, perché troppo oneroso), di materiali e di impianti produttivi adeguati, condannarono le Trabant, che agli inizî presentavano persino alcune caratteristiche innovative, a divenire ben presto modelli sorpassati. L’entusiasmo iniziale fece presto spazio alla frustrazione: quella che doveva essere l’“auto del popolo” divenne il simbolo della stagnazione economica e dell’inettitudine governativa in RDT. Nondimeno v’erano poche alternative, accessibili soltanto alle famiglie con reddito più elevato. La produzione del veicolo era però limitata dagli stessi fattori che ne ostacolarono l’innovazione; così per entrare in possesso di una Trabant ci si doveva mettere in lista d’attesa ed i tempi d’attesa erano molto lunghi. Lunghi erano i tempi d’attesa anche per chi aveva bisogno di pezzi di ricambio.
Passato l’entusiasmo iniziale, le Trabant divennero uno dei soggetti preferiti dell’umorismo Ossi. Una barzelletta ad esempio racconta di un emiro che, trovandosi ad un’esposizione automobilistica e avendo saputo di quest’auto per cui è necessario attendere tanto tempo, si convince che si debba trattare di un modello esclusivo e ne ordina una; a Zwickau viene data la priorità al suo ordine e la consegna viene effettuata a tempo di record; l’emiro, ricevendo il veicolo, loda la serietà dell’azienda, convinto che questa gli abbia inviato un modello in plastica, per di più funzionante, in attesa che quello autentico sia ultimato. Alcune battute rimandano persino a eventi dello scacchiere internazionale, come quella della Trabant che riesce a sorpassare un Mercedes su un’autostrada di transito: sul davanti l’automobilista ha montato pneumatici egiziani e dietro pneumatici israeliani. Se si pensa che la barzelletta è degli anni ’70, il riferimento alla Guerra dei Sei Giorni e alla Guerra del Kippur è piuttosto chiaro.
L’ultimo modello, la Trabant 1.1, fu lanciato nell’autunno del 1989, dopo 26 anni di P601. L’operazione fu un fiasco e la produzione fu stoppata prima di raggiungere le 40'000 unità, evacuate per lo più in Polonia e Ungheria. Sul mercato tedesco-orientale si imposero i modelli dell’Ovest, ora accessibili in virtù dell’unione politica e monetaria delle due Germanie. Negli anni ’90 le Trabant divennero tuttavia un oggetto cult per molti appassionati, anche nell’ex-Germania Ovest. Ancor oggi si organizzano diversi raduni (il più importante, a Zwickau, attira in media 20'000 visitatori a edizione). Inoltre quest’anno la ditta Herpa ha presentato il modellino di una nuova Trabant, battezzato newTrabi, di cui vorrebbe far realizzare in scala reale 1'500 esemplari. L’azienda bavarese tuttavia non ha ancora trovato un costruttore disposto a realizzare il progetto.
Una Wartburg nel parcheggio del Kaufland di Hoyerswerda
Le Trabant erano i veicoli più diffusi in Germania Est all’epoca della RDT. Tuttavia non erano gli unici. Per l’acquirente più agiato era possibile acquistare una Wartburg. Dal 1956 al 1991 Automobilwerke Eisenach produsse tre modelli di questo veicolo, ciascuno declinato in diverse versionii. Quella ritratta nella seconda foto è una Wartburg 1.3 Limousine S, uno degli ultimi modelli prodotti dalla casa di Eisenach. Anche a Eisenach la produzione si fermò poco dopo la riunificazione, benché a partire dal 1988 l’impiego di un motore a 4 tempi sviluppato da Volkswagen e una collaborazione con Opel avessero portato allo sviluppo di modelli di un certo potenziale. Le battute sulle Wartburg cominciarono proprio allora. Si diceva per esempio che il motore VW dentro il cofano di una Wartburg dovesse sentirsi come il pacemaker di una mummia.
Dopo la riunificazione le Wartburg non divennero oggetti cult, per lo meno non in termini paragonablili alla fortuna “postuma” delle Trabant. Tuttavia chi possiede una Wartburg sa di avere per le mani un pezzo unico, in quanto lo stabilimento di Eisenach lavorava in modo tale che nessuno dei veicoli usciti dalla fabbrica poteva dirsi uguale a un altro, neppure se questo era della stessa serie. Come i proprietarî delle Trabant, anche quelli delle Wartburg superstiti partecipano a dei raduni, che godono tuttavia di un più modesto successo di pubblico. I più importanti si organizzano in Turingia, a Dornburg/Saale e ad Eisenach.
Una bicicletta Mifa di fronte al vecchio municipio di Hoyerswerda
Concludo con la foto dell’unico veicolo made in DDR ch’io abbia mai guidato: una bicicletta Mifa (Mitteldeutsche Fahrradwerk), che mi è stata prestata nelle tre settimane di lavoro a Hoyerswerda. Una Mifa, al pari della Wartburg, appare in un recente libro di Michael Tetzlaff (Ostblöckchen – Eine Kindheit in der Zone), un libro molto divertente che credo non sia ancora disponibile in italiano, ma a cui lo stesso vorrei dedicare un post nei prossimi giorni. In uno dei foglietti di cui si compone il libro, il protagonista, che altri non è se non lo stesso Tetzlaff bambino, si convince che Mifa è una sigla per Michis Fahrrad. A guardar bene, questa cosa della bici del Michè calzerebbe anche per me.
Delle tre case produttrici cui ho accennato in questa sede, Mifa è l’unica ad avere una storia che inizia prima della divisione della Germania in due repubbliche (mentre Sachsenring fu fondata nel 1948) e che sopravvive ancor oggi realizzando profitti (Autowerke Eisenach, fondata nel 1898, ha invece chiuso i battenti poco dopo la riunificazione). Oggigiorno tuttavia la casa di Sangerhausen (Sassonia-Anhalt) ha dislocato la quasi totalità della produzione nei paesi dell’Est asiatico, realizzando in Germania soltanto la verniciatura ed il montaggio finale dei modelli prodotti.
In questi giorni a Bautzen l’aria è decisamente umida. A camminare per strada, si avverte ad ogni passo la sensazione del moto browniano delle gocce finissime in sospensione, che si posano sulla pelle nuda del viso e delle mani come un formicolío freddo. La sera l’umidità si fa più intensa e case e botteghe si lasciano avvolgere da un manto di foschia, che poco a poco si fa nebbia. Sembra quasi d’essere a casa, se non fosse che questa nebbia è pressoché inodore, mentre la nebbia delle Basse ha un profumo particolare.
Per raggiungere la città vecchia, devo percorrere in bicicletta una strada di campagna non illuminata. Nonostante o forse proprio per la nebbia, i rumori acquistano una profondità nuova nell’oscurità. L’attraverso in salita, percorrendo tratti in cui gli alberi, da ambo i lati della carreggiata, vengono a intrecciare una volta di rami tra me ed il cielo senza stelle.
La sagoma turrita di Bautzen, si scorge uscendo dal villaggio di Temritz. Già prima tuttavia, guardando l’orizzonte in direzione della città, lo si scopriva screziato di riflessi rossi e arancio. La rocca è illuminata e i fasci di luce tacciano suggestive scie nella notte fosca. Eccomi alla riva dei mulini, che attraverso il ponticello sulla Spiria – qui è poco più che un ruscello –, mi lascio alle spalle le rovine della chiesa di s. Nicolai, di cui rimane intatto e in uso soltanto il campo santo, e salgo il vicoletto lastricato di ciottoli che conduce alla Schülertor, tra tetti occhiuti e lanterne.
Per la porta degli scolari si va alla piazza del mercato. La piazza è bella e deserta, quasi abbandonata, come sembrano suggerire i tavoli all’aperto di un piccolo ristorante, fradicî e vuoti. Faccio due passi. Costeggio il Duomo e cammino per la Schlossstraße fino alla torre tardo-gotica di Mattia Corvino, svicolo nella Rittergasse, passo accanto alla vecchia torre dell’acquedotto e alle rovine del convento francescano, per ritrovarmi in riva ad uno spiazzo vuoto. Oltre lo spiazzo, il Mönchhof. Decido di fermarmi a mangiare qualcosa lì.

Mentre mi dirigo verso la taverna, suonano le campane del Duomo. I rintocchi attutiti dalla nebbia mi ricordano istintivamente Venezia, nelle narici mi sembra quasi di sentire l’aria della Laguna. Sono le nove. A quest’ora, al suono delle campane, i sorabi un tempo dovevano lasciare la città. Da secoli Bautzen, Budyšin in sorabo, è idealmente la capitale di questa piccola nazione slava. I sorabi tuttavia per lungo tempo non ebbero il diritto di abitarne il suolo. Potevano recarsi in città di giorno, per lavorare nei cantieri o per vendere derrate e manufatti, ma allo scoccare delle campane del Duomo, che alle nove di sera suonavano come se stessero chiamando a messa, dovevano tornare ai loro villaggî.
Il Mönchhof, di cui si vede l’insegna nella foto sottostante, è un posto d’altri tempi. All’interno, travature visibili, vecchi utensili e recipienti di rame, ruote di carro e barili. La luce è soffusa, i nomi delle pietanze sono scritti in vecchio tedesco, con i caratteri del vecchio alfabeto, il vino è servito in grolle di terracotta. I camerieri sono vestiti da frati e qua e là si trovano statue di diavoletti tentatori in atteggiamenti sornioni.
Scorro la lista delle zuppe e mi fermo su Kürbis und Lachs; l’accostamento non mi convince, ma, oltre ad avere una gran voglia di zucca, sono alquanto incuriosito. La zucca ha un sapore squisito che il salmone non guasta. Il secondo piatto è un pollo farcito di riso selvatico e verdure; è buono, ma mette molta sete e spolparlo richiede una certa manualità. Sul mio tavolo c’è anche un cesto con qualche fetta di pane fatto in casa, del buon pane compatto, com’è solito essere il pane tedesco, una ricetta molto fresca a base di segale e semi di finocchio. Concludo con una bouillie di miglio e uva sultanina. Un buon pasto, innaffiato di una parca bevuta di idromele (e parca non è un errore di battitura).
È tardi, quando, sazio, mi rimetto in sella per tornare al mio villaggio. Mi lascio il cielo rosso di Budyšin alle spalle e mi faccio strada nella nera campagna di Temritz, tra le gallerie d’alberi di Schmochtitz ed i rumori della notte lusaziana, dolcemente avvolta in una coltre di nebbia.
25.IX – Bratislava
Mi sveglio in un bagno di sudore. Non sto ancora bene, ma comincio a sentire un miglioramento. Mi preparo, quindi incontro gli altri nella chiesetta che mi ha mostrato la signora di ieri. Dopo la preghiera i miei compagni mi cantano una canzone: wie schön, dass du geboren bist… Oggi è il mio compleanno e casualmente lo si è saputo quando siamo siamo arrivati in Ungheria. Guido ha preso un paio di libri da una cassa, in cui avevamo riposto i regali destinati a coloro che di volta in volta ci offrono ospitalità, Josef e Christiane hanno comprato per me dei cioccolatini e della birra slovacca e Christoph ci ha aggiunto della vitamina C. Dopo la canzone e i regali, i miei compagni mi fanno gli auguri uscendo dalla chiesa.
Facciamo colazione nella saletta dove avevamo cenato la sera prima: salsicce e senape, servite sempre con la stessa premura. Discutiamo il da farsi per la giornata che comincia. Vogliamo raggiungere Bratislava in serata, ma la capitale è distante e dobbiamo spezzare la tappa: un gruppo pedalerà da Luboreeva a Pribeta (metà percorso), l’altro raggiungerà Pribeta in pulmino e proseguirà da lì in bici fino a Bratislava.
Con Guido e Christoph decidiamo che per oggi è meglio che io rimanga in auto. In mattinata riesco a dormire ancora; quando sono sveglio, guardo dal finestrino, incantato dal paesaggio. Oggi lasciamo le appendici montuose, ci addentriamo nella pianura e la nostra strada si snoda attraverso distese di campi già mietuti, in cui di tanto in tanto si scorge un trattore trascinare un aratro.
Dopo la pausa pranzo, ritrovato il primo gruppo, chiedo di mettermi al volante. Guidare mi fa bene. Il rimorchio non è un grosso problema, anche perché lavorando in azienda con i miei, mi è già capitato di trainare rimorchi carichi di derrate agricole, da consegnare ai rivenditori all’ingrosso. Le strade sono in buono stato; viaggiamo su una statale a due corsie, una per senso di marcia, ma la carreggiata è larga e la segnaletica buona, soprattutto quella orizzontale, più chiara e visibile di quella di molte strade venete. Attraversiamo Nové Zámky, Šal’a, Galanta, Senec. A Galanta il traffico comincia a farsi più intenso, ma, a parte qualche sorpasso un po’ audace e un paio di vetture che viaggiano a luci spente anche sul far della sera, gli autisti sono piuttosto disciplinati.
Entriamo a Bratislava in serata. Percorriamo un raccordo autostradale, che immetterebbe sulle autostrade che portano a Vienna o a Brno. Mi sarei immaginato una città più piccola, invece Bratislava è grande più o meno quanto Dresda. Il nostro alloggio si trova in centro e fatichiamo un po’ prima di trovare la strada. Facciamo più volte inversione di marcia e ci districhiamo nel traffico dei boulevard o nel poco spazio lasciato dalle vetture parcheggiate nei vicoli, ma io ci prendo gusto. I boulevard a più corsie, i sensi unici, i semafori, le insegne luminose, i tram e i pedoni a cui fare attenzione… tutto questo in fondo è il mio mondo, benché io vi sia stato trapiantato tardi.
Siamo ospiti in un convento di suore elisabettine, che lavorano quasi tutte in un ospedale oncologico della capitale, chi come infermiera, chi in qualità di medico. Sono in tre ad accoglierci, a mostrarci il posto in cui dormiremo e a farci compagnia durante la cena, che hanno già provveduto a preparare. Più tardi ci mostreranno la loro chiesa, il cui interno è un esempio notevole di architettura barocca, e l’altro orgoglio del convento: una vecchia farmacia in ottimo stato. Il governo della ČSSR l’aveva sequestrata negli anni ’60 e il convento ne è rientrato in possesso soltanto una trentina d’anni più tardi. Scambio qualche battuta con una delle suore, che è simpatica e per di più parla tedesco.
Dal nostro alloggio si sentono i tram rallentare e fermarsi a depositare o a raccogliere qualche viaggiatore notturno, poi ripartire in un baccano d’ingranaggi. Come dirò più tardi a Guido, io sono un animale urbano; il caos ed i rumori di una grande città non mi stressano, bensì mi rinvigoriscono. Questa sera ho approfittato anche di altri vantaggî della vita urbana. Davanti al convento infatti c’è Tesco, un grande magazzino in cui, malgrado l’ora tarda, ho potuto fare qualche acquisto: un sacco a pelo ed un paio di scarpe più solide di quelle che mi sono portato dalla Germania e che cominciano a dar qualche segno di cedimento. Mi sono rivolto ai commessi in inglese, ma mi han chiesto se potevo parlare tedesco, il che del resto è più facile pure per me. In fondo Bratislava è una città di frontiera – strana caratteristica per una capitale, ma a guardar bene non poi così rara (si pensi ad esempio all’attuale Yerevan, alla Parigi medievale o alla Lisbona di E. M. Remarque) –, l’Austria è a due passi e, soprattutto ora che la Slovacchia è membro dell’Unione Europea e che passare il confine si è fatto meno problematico, non mi sorprenderebbe che gli austriaci venissero a fare shopping qui. I prezzi infatti sono bassi: io, per esempio, ho comprato del buon materiale e me la sono cavata con 1350 corone, vale a dire circa 40 €.
Ora inauguro il mio sacco a pelo. Quando l’ho srotolato, ho constatato con sorpresa che è per due persone. È comodo, è caldo, manca soltanto qualcuno con cui condividerlo.
[nella quarta parte: il mattino a Bratislava e le tappe austriache]
24.IX – Luboreeva
Partiamo da Ragaly il mattino, verso le 9. Christoph, l’altro parroco, ha visto che non sto bene e mi dice di non strafare: rimango in sella finché me la sento, poi posso proseguire tranquillamente in auto. Il nostro pulmino giallo a nove posti infatti non ci ha abbandonati. Ogni giorno ci sono 4 persone, che, due a due, si alternano per mezza giornata alla guida del mezzo, carico dei nostri bagagli, rifornendoci di viveri e acqua alla pausa pranzo.
Il primo tratto è montuoso. In salita sudo come una verza in cottura e negli ultimi metri ad arrancare mi sembra quasi di tirar le cuoia. Poi ci sono le discese: data la maggior massa – sua, ma soprattutto mia e di Guido, che insieme arriviamo a fare quasi due quintali –, il tandem genera una quantità di moto superiore agli altri velocipedi. In parole povere, in discesa andiamo più spediti degli altri. L’aria è fredda e, malgrado la giacca, è come una sferzata sul mio petto sudato. Il paesaggio però e molto bello e, dato che in tandem viaggio dietro e non devo concentrarmi molto sulla strada, posso godermelo a pieno.
Dopo una ventina di chilometri siamo nuovamente in pianura ed arriviamo al confine. Come all’andata, il controllo dei passaporti è una formalità. Io e Guido chiudiamo la fila e anche il doganiere è divertito alla vista del tandem. Ancor di più gli vien da ridere quando gli porgo il passaporto e Guido già riparte, senza aspettare. Lo faccio fermare, scendo e torno a piedi dal doganiere a recuperare il documento. Dopo nemmeno due giorni lasciamo quindi l’Ungheria e ci addentriamo in Slovacchia. La regione che attraversiamo tuttavia è caratterizzata da una forte presenza ungherese. All’ingresso dei varî villaggî troviamo cartelli bilingui in slovacco e magiaro: in alto il nome del villaggio nelle due lingue, più in basso l’immancabile Vitame vás / Üdvözlöm. In sorabo witajće (k nam) vuol dire “benvenuti”, passando per lo slovacco colgo finalmente il senso della parola magiara, che in Ungheria avevo creduto essere una marca di birra.
Facciamo una prima sosta in un villaggio. Anche qui, come in tutti i villaggî che abbiamo attraversato sinora, c’è una via o una scuola intitolata a Ferenc Rákóczi II, l’eroe nazionale ungherese. Le case sono basse e un mosaico di vetri rotti si alterna alla selva delle antenne satellitari. Vedo bambini impolverati camminare per strada, appesantiti da utensili troppo grandi per le loro braccia. Bivacchiamo nei pressi di una chiesa e siamo raggiunti dal custode, che ci apre e ci invita ad accomodarci all’interno. Il parroco non c’è ed è un peccato, perché parla tedesco. Poco più tardi fa capolino anche un ragazzo che parla inglese e chiede se ci servano informazioni. Ci indica sulla carta quale strada sia meglio seguire per raggiungere Vel’ký Krtíš, nelle cue vicinanze si trova il luogo nel quale passeremo la notte.
Abbiamo percorso una sessantina di chilometri, quando ci fermiamo per il pranzo. Malgrado le caramelle balsamiche che mi ha dato Peter, ho difficoltà a respirare e ho la testa che mi duole, perciò chiedo di proseguire in auto. Aiuto Josef a caricare il tandem, mentre Guido prende a prestito la bicicletta di uno dei due “autisti”. Ho un gran bisogno di dormire, chiudo gli occhi e mi risveglio chissà dove. Siamo in cerca di benzina e Josef e Christiane si lamentano perché tutte le stazioni di servizio sono contrassegnate con la sigla “LPG”. LPG è un acronimo che in tedesco vuol dire Landwirtschaftliche Produktionsgenossenchaft. Le LPG erano unità cooperative alla base della produzione agricola della RDT e sono ancor oggi, mutatis mutandis, una realtà importante nel quadro dell’economia rurale dei nuovi Bundesländer. Ma torniamo ai miei colleghi, che cercano disperatamente una stazione di servizio in cui non si venda solo carburante agricolo. Con tatto gli faccio notare che “LPG” probabilmente vuol dire “gas propano liquido” o qualcosa di simile e che sicuramente alla prossima stazione di servizio troveremo carburante anche per il nostro motore a benzina.
Fatti il pieno e la spesa e incontrati un’ultima volta gli altri, ci mettiamo sulla via di Luboreeva. L’ultimo tratto è una strada non asfaltata e molto dissestata; penso di aver fatto bene a continuare il viaggio in auto, perché in tandem non saremmo mai riusciti ad arrivare in cima, neppure se uno dei due fosse stato Jan Ulrich. A Luboreeva ci corre incontro un simpatico signore baffuto, che purtroppo parla soltanto slovacco. Ci fa segno di aspettare e ritorna accompagnato da una ragazza che sa un po’ di inglese. È lei a mostrarci il posto dove dormiamo e a spiegarci, più a gesti che a parole e per le cose più complesse anche disegnando, che saranno lei e le sue colleghe ad occuparsi della nostra cena e della nostra colazione.
Ci raggiunge anche una signora di una certa età, lo sguardo bonario e l’andatura di chi ha qualche acciacco. Dato le lingue che parlo bene non mi sono d’aiuto, uso almeno quelle due o tre frasi di cortesia che ho imparato in sorabo: dobry wječor (buona sera, che in slovacco si dice dobrý večer), dźakuju (grazie, in slovacco dakujem), ecc. Il livello di intercomprensibilità tra le due lingue, sorabo e slovacco, è piuttosto alto e un po’ mi pento di non avere imparato di più nei mesi trascorsi in Lusazia. La signora vorrebbe mostrarci la chiesa del villaggio. La seguiamo lungo una scala ed entriamo in un piccolo edificio luminoso, i cui interni sono rivestiti in legno. Io rimango un po’ più a lungo, anche perché la nostra ospite mi sta raccontando qualcosa a proposito della chiesetta. Non capisco nulla, ma ascolto con attenzione; quel che è certo è che la signora è fiera di quel che mi sta mostrando e davvero non vorrei darle una delusione mostrando disinteresse. Noto una statua con la scritta “Svatá Klára” e la indico ripetutamente alla signora, poi indico anche me e le dico che, come s. Chiara d’Assisi, sono italijanski. È curioso che, mentre per i tedeschi esistono una marea di nomi diversi in giro per il mondo (allemands/alemanos in francese o spagnolo, German people in inglese, nemecky in slovacco, þýska þjóð in islandese, Deutsche in tedesco, ecc.), i nomi che servono a designare gli italiani siano simili quasi dappertutto (in slovacco si direbbe taliansky, ma la signora mi ha capito lo stesso). Sinora mi sono imbattuto in una sola eccezione: włoski, in polacco – anche se è probabile che non sia la sola.
Prima di cena beviamo caffè turco e degustiamo biscotti. Siamo un po’ a disagio, per tutte le attenzioni che riceviamo mentre aspettiamo gli altri e frustrati per l’incapacità di intavolare una conversazione. Un arzillo sessantenne ci chiede se vogliamo giocare con lui a ping pong e l’accontenterei volentieri, se non fosse che gli altri potrebbero arrivare da un momento all’altro. L’arrivo di Guido, che ha lavorato un paio d’anni a Praga e parla ceco, sarà provvidenziale per ovviare alle nostre difficoltà di comunicazione. Quando siamo finalmente tutti riuniti, ci sediamo a tavola per la cena: ancora caffè turco (e perché no? a me piace), molto tè e una zuppa che ricorda un poco la mia amata soljanka. Più d’uno comincia a seccarsi delle battute sul mio conto e lo dà discretamente a vedere. Parlo un po’ con Guido, che è particolarmente di buon umore: se non sto bene, stasera posso congedarmi in anticipo, anzi per la mia ultima notte da ventiquattrenne posso prendere l’unica singola a disposizione. Non me lo faccio ripetere e me ne vado subito a dormire, con i brividi e la febbre.