Mi concedo un passaggio veloce sul blog per segnalare che nei prossimi dieci giorni sarò meno presente sul web. È un periodo di lavoro un po’ intenso e nel tempo libero devo occuparmi di alcuni lavori per l’università. Nella settimana a venire probabilmente non pubblicherò nessun post e potrò commentare meno spesso i post degli amici di blog. Periodi di inattività c’erano già stati sul Viaggio sentimentale e in quelle occasioni qualcuno aveva temuto che il Farfadet si fosse ritirato a rubar pentole in Islanda. Onde evitare di dare adito a simili pensieri, questa volta preferisco avvisare.
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So che non c’entra nulla, ma visto che scrivo questo post, almeno non vorrei accontentarmi delle comunicazioni di servizio. Aggiungo qui qualche foto, che ho scattata a Bautzen il 10 novembre.
L’Alte Wasserkunst, la Michaeliskirche e la Burgwasserturm
Tornavo da Dresda, dove per tutta la mattinata c’era stato un tempaccio. A Bautzen almeno non pioveva. Mi sono incamminato sulla strada per Schmochtitz e, attraversando la Friedensbrücke, è accaduta una cosa che non mi sarei aspettata. Dal ponte si vede sempre molto bene la rocca, con le sue torri e le case restaurate, che quel pomeriggio erano sovrastate da larghe bande di nuvole scure. Nel frattempo sul versante opposto del cielo c’è stata una schiarita. Proprio da quest’ultimo il lato giungeva la luce del sole, illuminando la città vecchia e dando vita a un contrasto cromatico spettacolare.
L’Alte Wasserkunst si specchia nelle acque della Sprea
Senza quella luce che già tendeva al crepuscolo e senza quelle nuvole scure probabilmente avrei affrettato il passo, per arrivare a casa prima che facesse buio. Invece sono rimasto sul ponte a far foto per più di mezz’ora.
L’Alte Wasserkunst, la Michaeliskirche e la Burgwasserturm (sepia)
Quest’ultimo scatto in sepia è probabilmente la più bella foto che abbia mai fatta. Non è stato necessario nessun ritocco, come del resto non ho dovuto farne alla maggior parte delle foto scattate dalla Friedensbrücke. Oltre a essere una gran soddisfazione, è anche un bel sollievo: per il fotoritocco dispongo soltanto di strumenti rudimentali e, ahimé, di pochissima pazienza. Come di consueto, cliccando sulle immagini è possibile visualizzarle nelle dimensioni originali.
Un abbraccio ai pochi, ma buoni, che ogni tanto passano a trovarmi su queste pagine. Ci si rilegge presto.
Dopo tanto tempo – l’ultima puntata risale al 2 luglio scorso – riprendo un lavoro di traduzione che mi sta a cuore e pubblico la penultima puntata di un interessante excursus del prof. Krzysztof Ruchniewicz sulle relazioni tra Germania e Polonia. L’autore, storico specializzato nella storia dell’Est europeo e direttore del Willy-Brandt-Zentrum presso l’Università di WrocÅ‚aw, evoca nel suo articolo recenti episodî in cui si sono manifestate ostilità più o meno latenti tra i due paesi (parte I). Consapevole del fatto che è in primo luogo la memoria storica dei due paesi a influenzarne i rapporti, Ruchniewicz si sofferma sul problema delle rivendicazioni patrimoniali del Fondo fiduciario prussiano e sui contenuti effettivi della memoria storica polacca (parte II). Il professore non tralascia tuttavia di descrivere come questi contenuti stiano poco a poco modificandosi, lasciando spazio a una mutata percezione della sorte toccata alla popolazione tedesca evacuata a partire dal 1944 (parte III). Dopo essersi cimentato con la storia delle relazioni tra la Polonia e le due repubbliche tedesche negli anni della Guerra fredda (IV parte), nei paragrafi qui di seguito Ruchniewicz si sofferma sulle conseguenze della nascita e della repressione di Solidarność nel quadro dei rapporti tra Varsavia e i vicini di qua dall’Oder. L’articolo si conclude con un giudizio personale dell’autore, di cui pubblicherò la traduzione nei prossimi giorni.
La nascita di Solidarność (1980) ebbe un notevole impatto in entrambe le repubbliche tedesche, in ciascuna per diverse ragioni. La reazione del governo della RDT ai fatti polacchi si potrebbe quasi definire “allergica” – come nel 1956. In seguito a recenti studî emerge che nel dicembre 1980 Erich Honecker si era espresso in favore dell’intervento militare del Patto di Varsavia, incoraggiando in tal senso anche gli altri paesi del blocco. Fu inoltre soddisfatto dall’introduzione della legge marziale in Polonia (13 dicembre 1981) e dalla sospensione delle attività di Solidarność.
Il governo della RFT accolse con distacco la nascita del primo sindacato libero nell’area socialista. Alcuni storici tedeschi ritengono che la Repubblica Federale temesse l’interruzione del processo di distensione e il degrado dei proprî rapporti con la Polonia. Tuttavia l’introduzione della legge marziale comportò la condanna del governo polacco e l’applicazione di sanzioni economiche. Al tempo stesso gli emigranti polacchi benificiarono di consistenti aiuti e le loro organizzazioni poterono svilupparsi liberamente. Più vivace fu la reazione della società tedesco-occidentale di fronte alla repressione di Solidarność. Ai polacchi, considerati in lotta per l’indipendenza nazionale, la RFT prestò aiuti umanitarî. Negli anni ’80 infatti partirono diretti in Polonia convoglî carichi di viveri, indumenti e medicinali. Molti tedeschi della Repubblica Federale parteciparono spontaneamente a queste azioni e gli aiuti tedeschi ebbero un notevole impatto psicologico in Polonia, specialmente per la generazione che aveva vissuto in prima persona la seconda guerra mondiale.
(…)
Dopo il 13 dicembre 1981 l’opposizione politica proseguì le proprie attività in clandestinità e s’interrogò sulla posizione che avrebbe assunto la Polonia sullo scacchiere europeo successivamente alla caduta del comunismo. All’interno di questa riflessione le relazioni germano-polacche e la possibilità della riunificazione tedesca erano temi centrali. A tal proposito Artur Hajnicz, esponente del movimento d’opposizione, ricorda: “L’obiettivo primario era liberare la Polonia dal giogo sovietico. La Polonia era nulla più che uno stato satellite. Senza riunificazione tedesca, l’emancipazione dall’URSS ci sembrava irrealizzabile. In secondo luogo desideravamo avvicinarci all’Occidente, ai suoi modelli economici e militari. Un miglioramento dei rapporti con la Germania è perciò sempre stato una conditio sine qua non della nuova politica che guardava a Ovest.”
Nel frattempo furono pubblicati alcuni lavori di ricercatori che si confrontavano criticamente con la questione delle relazioni germano-polacche. Nell’ormai celebre saggio Due patrie, due patriottismi, pubblicato nel 1982 nel n° 22 di Kontinent, J.J. Lipski fu il primo a riconoscere le responsabilità di una parte della popolazione polacca nelle sofferenze recate ai tedeschi nell’immediato dopoguerra. Lipski aggiungeva: “Per i polacchi si tratta di un’idea insopportabile – ed è pure comprensibile che lo sia, dato che le proporzioni sono assolutamente incomparabili. Tuttavia non possiamo banalizzare le nostre colpe, nemmeno quando queste appaiono infinitamente più piccole di quelle degli altri.”
La dissoluzione del blocco socialista contribuì altresì all’instaurarsi di un processo di riconciliazione tra la Polonia e i suoi vicini. Simbolo del nuovo inizio nei rapporti tra Germania e Polonia divenne la messa celebrata a Krzyżowa (Slesia) il 12 novembre 1989. Alla cerimonia parteciparono l’allora primo ministro polacco Tadeusz Mazowiecki e l’allora cancelliere federale Helmut Kohl. Proprio in quel periodo i cittadini di Berlino-Est scendevano in strada e abbattevano quel muro che per anni era stato il simbolo della divisione delle due Germanie e dell’Europa nel secondo dopoguerra. In breve si dissolse anche il regime comunista in RDT, sgombrando la strada al processo di riunificazione tedesca. La riunificazione assegnò a nuovi compiti ai diplomatici tedeschi e polacchi. La questione delle frontiere era ancora d’attualità, tuttavia in un trattato siglato il 14 novembre 1990 entrambi i paesi riconobbero definitivamente la validità del confine lungo la linea Oder-Neisse. Il passo successivo fu la firma del Trattato di buon vicinato e cooperazione amichevole il 17 giugno 1991, in cui si ponevano le basi per la collaborazione tra i due stati negli anni a venire. Il trattato regolava i diritti della minoranza tedesca in Polonia, vivificava gli scambî tra i due paesi a più livelli e creava le condizioni per il sostegno della Germania alle future aspirazioni europee della Polonia.
[continua…]
Venerdì mattina svegliandomi ho visto la Madonna di Lourdes sul mio comodino. Per essere precisi, ho visto una di quelle boccette a forma di Madonna che di solito contengono acqua benedetta della sorgente di Lourdes. Mi sono chiesto come fosse arrivata lì ed ero più turbato dal pensiero che qualcuno potesse aver visto il mio disordine, che non dall’idea che quel qualcuno fosse entrato in camera mia la notte o il mattino presto senza che me ne accorgessi.
Poi ho messo a fuoco un po’ meglio l’immagine e la Madonna è scomparsa, per far posto a una bottiglietta di vodka. Un regalo dei nostri ospiti ucraini, che avevo aperta la sera prima per correggere una tazza di caffelatte. La pseudo-apparizione mi ha fatto tuttavia venire in mente di aver lasciato in sospeso il racconto del mio “pellegrinaggio”. Nell’ultimo post ero arrivato a Vienna.
27.IX – Windhaag bei Perg
Prima di lasciare Vienna, il gruppo ha deciso di fare visita alla cappella dell’Ospedale s. Elisabetta, in cui Christoph intende dire messa. La cappella è un edificio barocco, noto soprattutto perché vi si conservano il cranio (ma non il mento) e i femori della santa. Dell’autenticità delle reliquie, che sarebbero state trasportate a Vienna nel 1588 per ordine dell’arciduca Massimiliano d’Austria, si è più volte dubitato. A dire il vero, prove che fugassero tali dubbî non sono mai state prodotte.
Autentiche o no, per me non ha alcuna importanza. Sarà forse che vengo da una terra in cui si sono costruite dighe in pietre d’Istria, acquistate con i proventi della vendita di mignoli di s. Pietro e sante amenità varie, il culto delle reliquie è un aspetto della pietas cattolica che in me ha sempre suscitato indifferenza, se non avversione. Nel caso di Elisabetta, mi ha colpito leggere come si siano comportati i fedeli che ne hanno visitata la salma prima della sepoltura: molti ripartivano portandosi appresso un pezzo di cadavere, vuoi un unghia, vuoi una falange o un capezzolo. A me sembra una cosa macabra e malsana.
Finita la messa, ci dividiamo in due gruppi. Rimango con Guido, Christian, Andreas e Bernhard, gli altri proseguono in autobus fino a Mautern e da lì pedaleranno sino a Windhaag bei Perg. A Vienna piove a dirotto e decidiamo di aspettare un po’ prima di partire. Siamo seduti in una sala d’aspetto dell’ospedale e fa uno strano effetto essere lì, senza dover aspettare nulla o nessuno, soltanto che fuori smetta di piovere.
A un certo punto sembra ci sia una schiarita e ci mettiamo in viaggio, ma pochi minuti dopo dobbiamo rassegnarci: oggi si pedala sotto la pioggia. Ci mettiamo un po’ ad uscire dalla città e a ritrovare il Danubio, ma alla fine rieccolo che scorre largo e grigio alla nostra sinistra, poi alla nostra destra. Il sole fa di nuovo capolino a 30 km da Mautern e l’aria si fa sempre più tersa, rendendo possibili giochi di luce di straordinaria bellezza. Ora il fiume si è tinto davvero di blu, forse Strauss non aveva avuto le traveggole.
Nave mercantile sul Danubio
A Mautern ritroviamo l’autobus. Ci vuole un sacco di tempo per caricare le cinque biciclette, perché Dietmar è di una meticolosità quasi maniacale e nessuno ha ancora capito che bisogna trovare il modo di tenerlo lontano dale operazioni di carico e scarico. Lasciamo il volante a Bernhard, che ha una guida molto sportiva. Durante il tragitto gli altri pregano, io dormo. A Windhaag i miei compagni mi chiederanno come ho fatto.
Arriviamo contemporaneamente all’altro gruppo e siamo accolti splendidamente nella canonica, che poi è una deliziosa casetta di montagna. Il tempo di fare una doccia calda e mettere gli scarponi ad asciugare di fronte alla stufa accesa, ci ritroviamo a tavola di fronte ad un piatto di zuppa fumante. Ceniamo con Martina, una signora di circa quarant’anni, originaria della Turingia e trasferitasi da qualche anno in Austria. Tra una settimana si sposa e ha un po’ di fifa, ma sembra contenta. Vuole sapere che lavoro facciamo e un po’ tutti nominano la loro professione: parroco, contabile, Hausmeister, educatore… L’ultimo a risponderle sono io: le dico che sono un Taugenichts (un buon a nulla) e che è un lavoro duro, perché non ci si possono concedere vacanze né riposo. Poi le spiego cos’è un volontario europeo.
Chiudiamo la serata con uno sguardo retrospettivo alla giornata trascorsa, che purtroppo è l’occasione per iniziare un’altra discussione odiosa. Assistiamo a un piccolo scontro verbale tra Guido e Dietmar sul modo in cui è stato pianificato il viaggio; entrambi riescono a contenersi, ma si stanno allegramente fulminando a vicenda con gli occhî. I miei occhî invece non vedrebbero l’ora di chiudersi. Arrivati alle “questioni di principio”, sento una vocina dentro di me che mi dice: “Fermali, strozzali, vedi un po’ tu, ma ti prego: fa’ qualcosa!” Fortunatamente si fermano da soli e possiamo finalmente andare ad infilarci dentro i sacchi a pelo. Questa sera per la prima volta dormiamo per terra.
28.IX – Passau
Ci alziamo con la pioggia. La comunità ci ha invitati a partecipare alla messa del mattino in paese, per cui, dopo la colazione, ci rechiamo in chiesa. L’organista esegue assoli arditissimi. “Geht in Frieden!” e noi si va pure in pace, ma soprattutto contenti di scoprire che fuori ha smesso di piovere. Ci rimettiamo in viaggio. Oggi non mi sento molto in forma e, temendo una ricaduta, pedalo sino a Wilhering, nei pressi di Linz. Lì chiedo di salire in pulmino, richiesta che viene accettata, a patto di preparare qualcosa d’italiano per cena.
Una ramificazione del Danubio tra Linz e Perg
Raggiungo gli altri due infortunati del gruppo, Josef e Norbert. Guido fino a Niederanna, facciamo la spesa, poi cedo il mezzo a Norbert, mi addormento sul sedile posteriore e mi risveglio in Germania. Siamo arrivati alla nostra sistemazione, il centro giovanile di una parrocchia di Passau. Scarichiamo tutto, constatiamo che i locali sono polverosi e le toilette sporche, mentre la cucina accusa un grave deficit di pentole. Mi metto al lavoro e, aiutato da Josef, preparo spaghetti alla carbonara, polenta e piselli al curry.
Gli altri ci raggiungono tardi, stanchi e fradcî. Trovare la cena pronta li aiuta a riprendersi almeno in parte da una spiacevole notizia: nell’alloggio di Passau non ci sono docce.
29.IX – Niederalteich, Straubing
Durante la notte mi sono svegliato con Guido che, accovacciato nei pressi del mio sacco a pelo, mi ripeteva piano: “Nicht schnarchen! Schnarchen nicht gut!”. Chissà se si è reso conto di avermi svegliato o se ha pensato di essere davvero riuscito a farmi smettere di russare con un messaggio subliminale, comunque è tornato a coricarsi. Ho aspettato di sentir russare anche lui e mi sono rimesso a dormire. Stamattina Bernhard mi ha raccontato che a lui il mio capo ha persino tappato il naso.
Un braccio secondario del Danubio tra Passau e Niederalteich
Il tragitto di oggi si snoda per 100 km lungo il Danubio, da Passau a Straubing. Il sole ci mette un po’ di tempo a farsi un varco tra le nuvole, ma, una volta riuscito nell’impresa, non ci abbandonerà per il resto della giornata. Ne spezziamo il ritmo con due lunghe e gradevoli pause: a Niederalteich per il pranzo e in riva al Danubio nel pomeriggio. A Niederalteich c’è un abbazia, di cui visitiamo la basilica. L’esterno relativamente sobrio non lascia presagire quello che ci aspetta varcata la soglia: un tuffo nella ridondanza del barocco bavarese. La sera qualcuno dirà che quella di Niederalteich è la prima chiesa davvero bella che abbiamo vista in questo viaggio, un luogo in cui la devozione a Cristo trova degna espressione artistica.
Basilica di Niederalteich
Certo, la basilica è piaciuta anche a me, soprattutto per la bella luce che ne inondava le navate, eppure sono convinto che con la devozione Niederalteich e le chiese barocche abbiano ben poco a che fare. Si potrebbe essere tentati di credere che l’oro e gli stucchi siano lì per celebrare la gloria divina, ma credo che sarebbe un’impressione sbagliata. Oro e stucchi servono piuttosto a nascondere l’angoscia di un mondo che, perso il suo centro (la figura per eccellenza del barocco è l’elisse, che sostituisce il cerchio; da una figura con un centro si passa a una figura con due fuochi, che ricorda le orbite planetarie) e la sua centralità (fine del geocentrismo), era in preda ad una crisi di fondamenti e all’ossessione dello scorrere del tempo, della vanità dell’esistenza e dell’avvicinarsi inesorabile della morte (a tal proposito potrebbe essere illuminante la lettura dei sonetti di Andreas Gryphius). Ora, una simile angoscia potrebbe essere persino la condizione preliminare al salto nel mare scuro ed agitato della fede, tuttavia, perché questo salto sia possibile, è necessario assumerla, dirle di sì. Invece l’architettura sacra barocca esorcizza l’angoscia, o forse la rimuove, sommergendola nel fasto.
La figura geometrica per eccellenza nello stile barocco: l’elisse
Su uno dei banchi della chiesa del monastero di Niederalteich noto un cartello: “Nur für Männer” (“riservato agli uomini”). Inutilmente ho cercato i banchi riservati alle donne; forse si trovano nella parte superiore della chiesa. In compenso ho trovato un certo numero di altari sui due lati della chiesa, in cui, dietro una vetrina, sono conservati i resti mortali di diversi abati. Gli scheletri vestiti di porpora non mi hanno suggerito riflessioni pie, bensì mi hanno fatto pensare alle Operette Morali, specialmente al Dialogo della Moda e della Morte. Tutt’al più al libro di Qoelet.
Un piccolo traghetto sul Danubio
A Straubing ci accoglie la parrocchia di s. Michele. Anche qui si dorme per terra e non ci sono docce, ma almeno i locali sono puliti. Guido ci prepara una cena bavarese e ci fa sbellicare con delle barzellette sugli svizzeri. È incredibile come riesca ad imitarne l’accento. Usciamo a fare un giretto in centro storico e ci facciamo tentare da una serata al cinema, ma è troppo tardi ed i film sono già tutti cominciati, così finiamo per cacciarci in un bar molto brutto. Gli altoparlanti diffondono le note di Such a shame dei Talk Talk. Mi dico che, per quanto brutto, almeno in questo posto si ascolta buona musica, ma anche su questo mi ricrederò soltanto pochi minuti dopo.
Oggi, passando dai commenti di Nove mesi in Slovacchia, sono incappato sul blog di una ragazza che avevo incontrata alla formazione pre-partenza per volontarî europei, lo scorso novembre a Pozzolo. Partiva per Gliwice, in Polonia. Ora il suo SVE è terminato ed è di nuovo in Italia.
Quello di Barbara è certamente un bel blog. È un peccato averlo scoperto solo ora, che il periodo polacco si è concluso, tuttavia Fuori-Luogo è un contenitore che continua a riempirsi anche oggi che Barbara è tornata. A dire il vero, aveva iniziato a riempirsi un bel po’ di tempo prima che partisse.
Per sua stessa ammissione – sembra quasi un programma: “mai rileggerò, mai correggerò” – Barbara non rilegge quello che scrive. Sarà forse questo uno dei segreti che permettono ai suoi post di comunicare immediatezza e freschezza, per cui si è disposti a non dar peso agli errori di battitura? Sospetto di sì, ma credo non sia l’unico. Sicuramente Barbara ha mente e spirito vivaci, ama le parole e possiede un buon occhio. Anche fotografico, come dimostrano le immagini che illustrano i suoi racconti.
Non ho ancora avuto tempo di leggerne molti, perciò devo interrompere qui il resoconto di questa scoperta. Segnalo comunque il post che Fuori-Luogo dedica a Enzo Biagi. Nessuna glorificazione, soltanto poche parole – essenziali, scaturite dalla vena dell’esperienza personale. Un bel modo di ricordare una persona genuina e concreta, una delle più sobrie di cui io serbî memoria.
[...]
Andrea faceva oramai parte della mia vita di tutti i giorni. Ci vedevamo quasi tutte le sere e veniva con me quando mi trovavo in piazza con gli amici. Ce ne stavamo lì, a fumare e a tacere. Aspettavamo che venisse qualcuno con qualcosa di nuovo da raccontare. E qualcuno veniva sempre, ma da raccontare non c’era un bel nulla. Anche perché non succedeva mai niente. Così non ci restava altro da fare, che fumare e tacere.
Fumare. Tacere. Fumare. Tacere.
Se le sigarette non fossero esistite, le avremmo inventate noi.
A volte mi sedevo con Andrea di fronte all’ingresso di casa sua. Del resto in quale luogo non parlassimo non aveva importanza. Dopodiché arrivavano anche le altre due ragazze punk e fumavano. Andrea e io ci salutavamo ancora con un bacetto sulla guancia. Finché una sera mi chiese, se mi andasse di baciarla sul serio. Per essere onesti, non avevo la più pallida idea di come si facesse. Me lo insegnò lei. Quella storia della lingua rimaneva per me un mistero, ma scelsi di non darle peso. Per tutto il tempo non riuscii a fare a meno di pensare, quanto buono fosse il sapore di qualcuno che tutto il giorno fumava le KARO.
Le KARO erano le sigarette per i giovani, meno giovani e vecchî sfaccendati. Quelle giuste per me, insomma. Se uno si voleva almeno un po’ bene, fumava sigarette col filtro: F6, Cabinet, Club o per lo meno Alte Juwel per 2 marchi e 50. Ma a chi fumava sigarette col filtro bisognava stare attenti. Quelli che fumavano le KARO in compenso si capivano. Quel meraviglioso pacchetto a quadrettini bianchi e neri con la scritta rossa era un segno di riconoscimento.
Dopo essermi esercitato per qualche ora nell’arte del bacio, ci avevo preso gusto. Io e Andrea cercavamo di stabilire dei record di durata. Una piacevole alternativa al fumo e al silenzio.
Insieme al gusto dei bacî, arrivarono anche le altre ragazze. All’improvviso Andrea era circondata di amiche interessanti. Ce n’era una soprannominata “criceto”, benché non assomigliasse affatto a un roditore. Era bionda, un po’ robusta e, a dire il vero, carina. Il soprannome sarebbe calzato meglio a un’altra, che si chiamava invece Daniela.
E poi c’era Ulrike. Ulrike, che non era di questo mondo. Ci seguiva sempre a qualche passo di distanza e non diceva mai nulla, ma il suo silenzio era diverso dal nostro. Quando taceva, lo faceva con grazia. Se poi capitava che avesse qualcosa da dire, Ulrike lo diceva con voce forte, chiara e impetuosa. Nessuno capiva nulla di quel che lasciava intravedere di sé. E Ulrike lo sapeva e ne era contenta. Non le interessavamo particolarmente, ma era sempre con noi. La gente era permeabile al suo sguardo. Le rare volte che fui in grado di catturarlo furono per me un motivo di orgoglio, quell’orgoglio che rende felici per giorni.
Ulrike era bella. Aveva lunghi capelli castani, era molto magra – e le sue labbra erano di gran lunga le più belle di tutta la Repubblica Democratica. Voleva andarsene a Berlino e fare la ballerina.
Ulrike fumava. Duett Format 100, una marca un po’ cara. Anche quando fumava, Ulrike si distingueva dagli altri. Celebrava ogni singola sigaretta. Era un bel vedere, quando teneva il filtro della sigaretta tra le carnose labbra socchiuse. Davvero Ulrike fumava come parlava: forte, chiaro e con impeto.
Una sera, dopo essere stati al circolo giovanile, andammo a ballare, come gli adulti. Per l’occasione Ulrike si era lasciata un po’ andare e aveva bevuto due gassose e dell’acquavite. Era ridotta un po’ male. Gli altri scendevano già in pista. Ulrike si appoggiò alla parete dell’atrio e chiuse gli occhi.
“Tutto bene?” le chiesi.
Non rispose. La tirai leggermente per la manica. Mi attirò a sé e ci baciammo. Mi sembrò un’eternità. Lei sorrideva, con un sorriso che su quelle labbra non avevo mai visto. Senza traccia d’ironia. Quella situazione superava ogni mia altra esperienza, pensavo.
Ora sapevo cosa fosse un vero bacio ed il sapore di una ragazza che fumava le Duett.
***
Chi ha già letto o leggerà il libricino di Michael Tetzlaff – e non credo che in Italia siano ancora in molti, dato che non è stato ancora tradotto e che secondo Google il Viaggio sentimentale è l’unico sito in lingua italiana a parlarne – si renderà conto che il passaggio che cito questa sera rende conto soltanto in parte della cifra narrativa di Ostblöckchen. Forse anch’io sono stato affascinato dal ritratto di Ulrike e per questo ho scelto questo brano senza pensarci troppo su.
Il libro, uscito nel 2004, raccoglie 38 racconti brevi, alcuni dei quali pubblicati separatemente sulla Frankfurter Rundschau. Scrivendoli, Tetzlaff probabilmente non ambiva a pubblicare un capolavoro della letteratura mondiale, tuttavia è riuscito a mettere insieme un’opera minore con molti irresistibili atout.
Una volta conclusa, la cosidetta DDR-Zeit ha fornito il destro a molti autori in cerca di ispirazione. Il pubblico italiano probabilmente è stato maggiormente raggiunto dal cinema, specialmente negli ultimi anni, grazie a film come Sonnenallee, Goodbye, Lenin! o, più recentemente, Le vite degli altri (Das Leben der Anderen). Le storie di Tetzlaff tuttavia sono diverse: sono storie provinciali ed è questo a renderle interessanti, specialmente dopo che il cinema ci aveva abituati a identificare quasi sistematicamente la RDT e Berlino-Est.
Il pregio più grande di Ostblöckchen consiste a mio parere nella sua capacità di avvicinare. Con le sue pennellate brevi, le sue bravate di ragazzino, le storie buffe e una variopinta galleria di personaggî e macchiette, Tetzlaff ci ricorda che anche nella Germania socialista, accanto alle storture e alle assurdità della dittatura, esisteva una vita-di-tutti-i-giorni. Con le sue gioie – come fare il giro dei fornitori e dei committenti in Wartburg con lo zio Peter – e i suoi grigiori.
Le serate passate fumando sigarette che bruciano la lingua; che, come le sigarette, si consumano nell’attesa che accada qualcosa di nuovo a sciacquar via la noia – verrebbe da dire, aspettando Godot. Le bottiglie d’alcool comprate di nascosto, approfittando di una gita scolastica. I parenti noiosi o rompiballe, a cui magari recitare la poesia se vengono a pranzo. Il vicinato, il bar del paese, gli equivoci. Ma anche nonna Lisbeth e lo zio Peter, che arriva ad inventarsi un nuovo giorno festivo, il 17 giugno, invitando alla festa anche Stasi-Helga. Le gite a Gera, la città più vicina e al tempo stesso la più noiosa del mondo (mi par di leggere la descrizione della mia Rovigo…). Il primo giorno d’asilo, il primo giorno di scuola a manina e in fila per due, le punizioni. La prima cotta. Succedeva anche in Germania-Est.
I racconti sono ambientati in gran parte in Turingia. Berlino-Est si trova a più di 200 km. Benché una cinematografia e una letteratura spesso berlinocentriche corrano il rischio di farcelo scordare, per buona parte dei tedeschi orientali Berlino-Est non era il luogo di residenza, bensì la capitale di uno stato centralizzato. In altre parole, i più non ci vivevano, ci andavano – probabilmente più spesso dei tedeschi di oggi, che possono sbrigare molte incombenze amministrative e burocratiche nelle capitali dei singoli Länder. E qualche puntata a Berlino effettivamente la farà anche l’autore, in compagnia dei genitori.
In Ostblöckchen lo sguardo di un bambino malizioso e un po’ indolente è il punto di vista straniato a partire dal quale diventa possibile raccontare in maniera originale le particolarità della vita in Germania-Est. Dalle giornata di lavoro nelle LPG, all’obbligo di manifestare il 1 maggio e molto altro ancora. Tetzlaff ironizza e mantiene il tono leggero, ma non cela le contraddizioni del sistema e le difficoltà da questo imposte, anzi ha il merito di mostrare come queste non si riducessero alla Stasi e al Muro (due realtà che peraltro nel libro si vedono poco o nulla). Non tralascia neppure le fissazioni assurde, come il proliferare delle sigle, di cui il padre di Michi, lo zio Peter o Jens si divertono a stravolgere il significato (e così l’FDJ si trasforma nello slogan “ficken darf jeder”).
Nel libro compaiono anche alcuni degli oggetti Made in DDR che oggi spesso si collezionano. Ma, diversamente dalle raccolte dei collezionisti “ostalgici” – in cui troverete vecchî mangianastri Geracord accanto a copri-cartigienica con la corona di spighe, il compasso e il martello – i racconti di Tetzlaff restituiscono questi oggetti al loro contesto. A volte ci portano anche ad incontrarne alcuni, belli, ma un po’ dimenticati, come Spejbl e Hurvínek.
Mi chiedo se il libro sarà tradotto in Italia. La traduzione in sé non è un compito semplicissimo, dal momento che molte gag ruotano attorno a calembour difficili da riprodurre (vedi il delirio delle sigle). Inoltre è un libro che si apprezza pienamente soltanto a patto di disporre di un minimo bagaglio di conoscenze. Alcuni editori hanno il terrore (e alcuni lettori orrore) delle note a pié di pagina, anche questa è una risorsa a cui è sempre più difficile ricorrere. Inoltre mi chiedo se per un libro del genere in Italia ci sia mercato. Non so nemmeno se di Germania-Est si parli tra i banchi di scuola.
Per chi comunque decidesse di leggerlo, magari in tedesco, mi limito a un consiglio: è un libro che si potrebbe leggere benissimo tutto d’un fiato, ma credo che si possa apprezzare meglio a piccole dosi. Un po’ come il buon vino. A buon intenditor…