lunedì, 25 febbraio 2008

13-15 febbraio 1945: das coventrierte Dresden

L'ultima volta che vidi l'Altmarkt, la piazza era sventrata dalle ruspe e la cingeva il brio sintetico delle reti arancioni da cantiere. L'Altmarkt è la piazza del mercato vecchio: dal lato che guarda la Frauenkirche si erge, con le sue linee squadrate e i vetri bruni, il Kulturpalast, vestigio del quarantennio socialista, mentre dal Kneipenviertel, particolarmente suggestive quando sono intinte nella luce crepuscolare, emergono le sagome turrite della Kreuzkirche e della Rathaus; dirimpetto a queste ultime si susseguono i portici, da cui si accede alle gallerie commerciali e al Prag Café. Ora che la cornice che racchiude la piazza del mercato vecchio è di nuovo completa, riesce difficile immaginare che una ventina d'anni fa, uscendo dalla Kreuzkirche, fosse possibile mandare il proprio sguardo a perdersi fin quasi alla stazione ferroviaria Dresden Hauptbahnhof, intralciato di tanto in tanto solamente dalla fronda di un albero. Per anni questa prospettiva è stata uno dei tanti spazî vuoti intercalati ai lacerti della vecchia Dresda. Cicatrizzatosi gradualmente il tessuto urbano, sono tornati a stringersi anche i lembi di cielo sopra le teste dei passanti, come sulla Prager Straße, la via pedonale che conduce direttamente alla stazione, lungo la quale si assiepano ora grandi edificî moderni: negozî di abbigliamento sportivo, banche, un cinema, un teatro.

Due anni fa Dresda festeggiava il suo ottocentesimo giubileo, ma che giovane è in fondo questa vecchia città barocca... Mi tornano in mente le annotazioni di Wolfgang Büscher, durante un breve soggiorno a Emmerich, dall'altro lato della Germania, sul Reno: “C'è qualcosa che non quadra qui a Emmerich. [...] Me ne andavo su e giù per vecchie porte – vecchie porte con vecchî nomi –, quando capii: non sono affatto vecchie. [...] Sono tutte nuove. Non più vecchie di te. Anzi, molte sono più giovani.” (1) Conosco anch'io questa strana impressione, che spesso mi coglie quando sono a spasso per altre città tedesche, quelle stesse città che nel dopoguerra, per dirla con una felice espressione di Nina Berberova, accoglievano il viaggiatore come “negozî di stoviglie dopo un terremoto” (2), e che ora sono state ricostruite, talvolta con un impianto urbanistico del tutto nuovo (vedi Francoforte sul Meno), talvolta più o meno così com'erano prima della loro distruzione (vedi Norimberga).

Dresden wabPrime fasi della ricostruzione della Frauenkirche

A Dresda, che, almeno per quanto riguarda la città vecchia, ha fatto la scelta di Norimberga, la ricostruzione è iniziata tardi ed è tutt'ora in corso. A camminare tra i cantieri, in cui si fabbrica l'illusione della vetustà barocca, ci si sente un po' come uno spettatore, cui il prestigiatore lentamente svela i proprî trucchi. Oltre all'Altmarkt, sono molti i cantieri ancora aperti: ai margini meridionali della Postplatz o al Neumarkt, per esempio, dove sarà presto ultimata la ricostruzione della Köhlersche e della Heinrich-Schütz-Haus; integrato da un moderno edificio di pianta semicircolare, il complesso sarà adibito a residenza di lusso per anziani, con tanto di appartamenti con vista sulla Frauenkirche. Proprio l'intensa attività di ricostruzione e l'indotto da essa generato hanno contribuito nel quinquennio 2001-2006 a rendere Dresda la più dinamica delle città tedesche quanto a sviluppo economico.

***

Dall'Altmarkt raggiungere la Frauenkirche è una camminata di un paio di minuti. Se venite dalla Galeriestraße lasciandovi alle spalle il Kulturpalast, al centro del Neumarkt, la statua di Martin Lutero sorveglia con piglio severo il vostro arrivo. A breve distanza iniziano le file di visitatori e già si sentono le note di un trio di fiati pietroburghese. Eccola: l'opera di George Bähr, la chiesa più rappresentativa della città, un gioiello dell'arte barocca, i cui blocchi di pietra son ben più giovani della maggior parte delle persone presenti sulla piazza. Anche di me, che ho trent'anni in meno di Büscher. Soltanto quelle pietre annerite, che punteggiano le facciate esterne della Frauenkirche, appartengono all'edificio del 1743. Quel nero racconta l'inferno di fuoco abbattutosi su questa città 63 anni fa, tra il 13 e il 15 febbraio.

Non trovo necessario, in questa sede, dilungarmi in merito alla cronaca del bombardamento alleato e dell'incendio che lo seguì, distruggendo i quartieri Altstadt e Innere Neustadt e causando un numero di vittime tutt'ora imprecisato. Per questo rimando al relativo articolo di Wikipedia, che offre una buona sintesi. Mi permetterò invece un paio di considerazioni personali su questo fatto. Non pretendo che le mie opinioni raccolgano unanime consenso, ma spero almeno di spingere chi leggerà questo articoletto a porsi qualche domanda e a riflettere su un paio di questioni.

Benché l’argomento sia tutt’oggi oggetto di dispute, non nego di considerare il bombardamento di Dresda un crimine di guerra, così come considero crimini di guerra l'operazione Gomorra, i bombardamenti a tappeto che precedettero lo sgancio delle bombe nucleari in Giappone e il bombardamento di Londra, Coventry ed altre città inglesi ad opera dei nazisti. Considerare Dresda un episodio isolato sarebbe infatti un errore. In questo contesto (e non solo) tornare su quel che successe in Giappone, su quel lontano fronte di cui spesso ricordiamo soltanto gli sgomentevoli fatti di Hiroshima e Nagasaki, mi sembra particolarmente importante. Facendolo, constateremo che, prima di procedere allo sgancio di Fat Man e Little Boy, l'aviazione statunitense bombardò sistematicamente con mezzi “convenzionali” il suolo giapponese, colpendo una settantina di città e causando ingenti perdite umane e danni materiali. Il 58% del centro urbano di Yokohama fu distrutto; la percentuale fu del 51% a Tokyo, del 40% a Nagoya, del 35% a Osaka, del 99% a Toyama...

Adottiamo ora un procedimento, quello della proporzionalità, suggerito da Robert S. McNamara, Segretario alla Difesa americano sotto John F. Kennedy e Lindon B. Johnson, nel documentario di Errol Morris The Fog of War: La guerra secondo Robert McNamara (2003), e sostituiamo ai nomi delle città giapponesi nella lista i nomi di altrettante città americane di popolazione equivalente: 58% di distruzione a Cleveland, 51% a New York, 40% a Los Angeles, 35% a Chicago, 99% a Montgomery... Prendiamo ora anche i 100'000 morti e il milione di senzatetto di Tokyo, in seguito ai bombardamenti al napalm del marzo 1945, e immaginiamo lo stesso scenario nella Grande Mela. Come ne parlerebbero oggi i libri di storia?

A proposito del bombardamento strategico delle città giapponesi, è inoltre significativa la frase che McNamara ricorda di aver sentito pronunciare al suo superiore, il generale Curtis LeMay, responsabile delle operazioni dell'aviazione statunitense nel settore del Giappone e delle Marianne: “Se avessimo perso la guerra, saremmo stati giudicati come criminali di guerra.” Ed è ancora McNamara a porsi il quesito seguente: basta la condizione di vincitori a mettere i responsabili al riparo da una simile accusa?

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Torniamo in Germania. Il quesito di McNamara è legittimo anche quando riguarda Dresda o Amburgo. A Dresda, secondo le stime più attendibili, i bombardamenti e l'incendio causarono la morte di almeno 25'000. Non è tuttavia da escludere che questa cifra possa salire sino a un massimo di 35'000. Quelle di cui disponiamo sono infatti soltanto stime, poiché determinare il numero preciso di morti è, e probabilmente rimarrà, impossibile. Lo scostamento così importante (ca. 30%) è dettato principalmente dal fatto che la città era all'epoca un punto di passaggio per i fuggiaschi delle regioni orientali del Reich, minacciate dall'avanzata dell'Armata Rossa. Quanti fuggitivi transitassero allora per Dresda non è dato sapere con precisione.

Veniamo ora alle motivazioni dell’attacco. La spiegazione addotta a giustificare il bombardamento potrebbe, a prima vista, sembrare attendibile. Dresda era, quanto meno per quel che riguarda gli attacchi dal cielo, una città relativamente indifesa, ma non per questo del tutto innocua e irrilevante sotto il profilo militare e strategico. Era infatti uno dei tre principali centri a ridosso del fronte orientale europeo; del resto, non si può certo affermare che gli altri due, Berlino e Lipsia, siano stati risparmiati dalle bombe. Come a Lipsia e Berlino, anche a Dresda erano presenti obiettivi militari. Tuttavia è singolare notare come il principale di questi obiettivi, la stazione ferroviaria Dresden-Friedrichstadt, in cui i tedeschi mantenevano un grande centro di smistamento-truppe per il fronte della Slesia, non abbia riportato danni significativi a seguito del bombardamento. Con il raid del febbraio ’45 furono in compenso rasi al suolo il centro storico e i quartieri residenziali a ridosso di quest'ultimo.

coventriertes Dresden

La Frauenkirche, il Neumarkt e lo Jüdenhof dopo il raid alleato

Lo storico britannico Frederick Taylor scrive a proposito di Dresda: “Era una città meravigliosa, simbolo dell'umanesimo barocco e di tutto ciò che c'era di più bello in Germania. Allo stesso tempo, conteneva anche il peggio della Germania del periodo nazista.” (3) Sorvoleremo volentieri sull’evidente vizio di retorica che informa questa affermazione (il peggio della Germania nazista si trovava a Dresda o ad Auschwitz, Treblinka, Belzec, Chelmno, Sobibor?), ma anche così viene da chiedersi per quale motivo la RAF e la USAFF abbiano distrutto proprio quel “meglio” cui fa riferimento Taylor. Condizioni atmosferiche sfavorevoli e avarie avrebbero condizionato pesantemente l'esito dell'attacco. Perché fu sferrato, nonostante tutte queste complicazioni? E perché l'USAFF il 14 febbraio incappò negli stessi errori commessi il giorno prima dalla RAF? Forse che i due stati maggiori non si erano parlati?

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La tesi dell'errore – la cui conseguenza, ricordiamolo, fu un inutile massacro di civili – è per me poco credibile. Da una parte, riesce difficile credere che per distruggere (anzi mancare) gli obiettivi militari presenti a Dresda fossero necessarie oltre 6'500 tonnellate di bombe tra esplosive e incendiarie. D'altra parte, il bombardamento a tappeto delle città nemiche era bensì parte integrante della strategia militare alleata. Dresda era una città particolarmente cara agli intellettuali europei (e non solo) e il trattamento toccatole in sorte godette perciò da subito di una particolare risonanza, tanto che negli anni ci si è abituati a considerarlo quasi un episodio eccezionale. Tuttavia ho già citato i bombardamenti a tappeto in Giappone e, del resto, episodî simili non mancarono di prodursi neppure in Germania. I bombardamenti alleati causarono circa 30'000 vittime anche a Kiel, una città del Nord che contava all'epoca 300'000 abitanti. Dotata di un importante porto militare e di cantieri navali, Kiel fu distrutta all'80%; del centro storico non rimase quasi nulla. Ad Amburgo, obiettivo dell'operazione Gomorra (27-28 luglio 1943), il numero delle vittime è stimato tra 41'000 e 55'000. La lista delle città tedesche colpite (4) è ancora lunga, ma ci accontenteremo di ricordare quelle in cui si registrarono più di 10'000 morti: Berlino, Kassel, Pforzheim, Darmstadt e, soprattutto, Swinemünde (l'odierna Świnoujście, nella Pomerania polacca).

Dresda non fu un caso isolato. Il bombardamento strategico delle città del Reich permise bensì agli Alleati di ritardare l'impiego di truppe di terra in Europa, pur accondiscendendo alla richiesta di Stalin di aprirvi un secondo fronte continentale. I bombardamenti continuarono anche dopo l'Operazione Overlord (il cosidetto sbarco in Normandia), con lo stesso obiettivo che si erano posti i nazisti, allorché bombardarono Varsavia, Rotterdam e le principali città industriali e portuali inglesi: la distruzione sistematica del potenziale economico, umano e morale del nemico. Forse – ed è proprio il caso di Dresda, per le analogie con quello di Coventry, a indurmi a formulare quest'ipotesi – i bombardamenti ebbero in parte anche la funzione di rappresaglie.

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In quegli anni fu una larga fetta di mondo a precipitare nella barbarie. Come sembra scontato che sia in una guerra, le atrocità furono commesse da tutte le parti in lotta. Inoltre il potenziale distruttivo, che già aveva fatto stupefacenti balzi in avanti durante la Grande Guerra, aveva raggiunto livelli impensabili solo pochi anni prima, non da ultimo grazie agli apporti di due formidabili alleati dell’ars bellica: il progresso tecnologico e il calcolo razionale. Viene da pensare a quella ragione monca, formalizzata, di cui parla Horkheimer in Eclissi della ragione, o forse ancor più alla sconcertante visione del sonno della ragione in un noto dipinto di Goya.

goya_el_sueno_de_la_razon

Goya, El sueño de la razón produce monstruos

Forse è proprio sul terreno del calcolo razionale che si può trovare un’analogia tra i bombardamenti a tappeto e la shoah. Per il resto, vuoi per pudore, vuoi per le mie convinzioni personali, non metto volentieri in relazione i due fatti; inoltre non mi è mai piaciuta e mai userò l'espressione “olocausto di bombe”, tanto cara alla propaganda neo-nazista. In Se questo un uomo, Primo Levi non manca di descrivere il campo di sterminio come una macchina a suo modo perfetta, razionalmente concepita per assolvere efficacemente alle sue funzioni: l'annientamento morale e fisico dell'internato. L'efficacia. Il compito di McNamara nell'aviazione americana era proprio questo: a partire da un'analisi statistica delle operazioni condotte, suggerire i provvedimenti necessarî ad aumentare l'efficacia delle operazioni successive. E in Giappone una parte consistente di quest'attività riguardò proprio i raid aerei di cui abbiamo parlato in precedenza.

Per quanto riguarda il progresso tecnologico, alcuni autori di fantascienza, come Dan Simmons (5), hanno immaginato un futuro in cui proprio la disponibilità di armamenti sempre più perfezionati ed efficaci ed il timore del ripetersi di un nuovo olocausto nucleare potrebbero contribuire all’adozione di un codice, una specie di bushidō, riconosciuto e applicato da tutte le potenze. È un'ipotesi che fa riflettere, soprattutto se messa in relazione agli eventi della guerra fredda. Gli armamenti si perfezionano, il loro potenziale distruttivo aumenta, le grandi potenze munite di atomica non si sfidano più direttamente, anzi i conflitti sono stati trasferiti nelle periferie del mondo industrializzato, dove i grandi fanno guerra agli scalzacani o li incitano a scannarsi vicendevolmente. Si vede lontano un miglio che in tutto questo il bushidō non c’entra nulla, rimane dominio dei colleghi di Simmons e del feudalesimo nipponico. E forse sarà sempre così.

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Nei pressi del Großer Garten si trova un vecchio gasometro da tempo in disuso. Recentemente restaurata e riaperta al pubblico, la struttura ospita oggi un’esposizione permanente, il cui pezzo forte è un panorama tridimensionale della Dresda settecentesca, realizzato dall’architetto austriaco di origini persiane Yadegar Asisi. Titolo dell’esposizione: 1756 Dresden. Anche il 1756 fu un anno tristemente importante nella storia della capitale sassone, l’anno della sua prima – parziale – distruzione, avvenuta per mano delle truppe prussiane durante la Guerra dei Sette Anni. Asisi ha scelto di ritrarre la città così com’era a pochi giorni da quel primo disastro. Chi entra nel Panometer (un mot-valise risultante dalla fusione dei termini Panorama e Gasometer), sale un paio di rampe di scale che lo riportano indietro nel tempo di circa due secoli e mezzo e può finalmente ammirare la vecchia Dresda dalla torre campanaria della Hofkirche, la cattedrale cattolica. Per realizzare l’installazione Asisi ha studiato a fondo le vecchie planimetrie della città, ma soprattutto si è avvalso di un eccezionale contributo, rappresentato dalle vedute del Canaletto.

dresden

Wilhelm Rudolph, Dresda 1946

Nei giorni che seguirono l’attacco, Canaletto, allora ingaggiato alla corte sassone, dipinse le macerie. Così fece anche il pittore Wilhelm Rudolph nei giorni che seguirono il bombardamento del ’45 ed è a lui che si debbono molte delle testimonianze figurative e fotografiche della città distrutta e dei tumuli di cadaveri ustionati. Il paesaggio surreale delle rovine accompagnò generazioni di dresdesi. La ricostruzione della città infatti iniziò tardi, per la cronica penuria di capitali e materiali di cui soffriva la RDT e cui si è accennato più volte in questo blog, ma anche per ragioni ideologiche: l’uomo nuovo, sorto dalle rovine (Auferstanden aus Ruinen recita anche l’inno nazionale della RDT), aveva anche bisogno di una città nuova, dall’impianto urbanistico socialista. In questo clima il centro storico distrutto era più imbarazzante che altro. Mentre decadevano anche quartieri Gründerstil, come Äußere Neustadt, di cui si andava progettando la demolizione parziale, nella Altstadt si fece il minimo indispensabile o poco più. Nondimeno fu ricostruita la Semperoper, il teatro dell’opera, e la inaugurò Erich Honecker in persona. La Frauenkirche, dichiarata memoriale contro la guerra, rimase invece in rovine e a stento si poterono salvare le circa 150 pietre dell’edificio originario che punteggiano di nero le facciate di quello attuale.

La grande campagna di ricostruzione a Dresda ebbe inizio dopo la riunificazione delle due Germanie e fu finanziata con fondi provenienti dalla Dresdner Bank e da fondazioni tedesche, ma anche da fondazioni americane o inglesi, come il Dresden Trust o la Friends of Dresden. Queste iniziative dagli USA e dalla Gran Bretagna sono confortanti. Come ricorda Bernhard Schlink (6), laddove esistono colpe, torti e ferite, la cosa migliore che può accadere senza far nulla è che tutto venga un giorno dimenticato. Riconciliarsi, al contrario, richiede a entrambe le parti di fare un passo in direzione dell’altra: riconoscere le proprie colpe (ma anche l'umanità del colpevole), essere pronti, nella misura del possibile e del ragionevole, a farsi carico dei proprî errori, manifestare la volontà di ricominciare insieme. A volte sono i rappresentanti politici a compiere gesti importanti ai fini della riconciliazione, gesti che non sono soltanto di grande portata politica e morale, ma anche di grande impatto visivo ed emozionale. Ciò accadde ad esempio quando Willy Brandt, in visita a Varsavia nel 1970, si inginocchiò davanti al monumento alle vittime dello sterminio nazista. Per Dresda tuttavia sono più numerosi gli esponenti politici tedeschi ad aver detto “Ce la siamo cercata”, dei politici inglesi o americani a cui mai sia venuto in mente di chiedere scusa per l'accaduto. La tendenza è piuttosto ad evitare il confronto e a rifiutare di chiamare le cose con il proprio nome, offrendo così alla propaganda neo-nazista un ghiotto argomento sul piatto d'argento.

Fortunatamente i politici non sono i soli a poter prendere l'iniziativa e la storia della ricostruzione di Dresda è anche una bella storia di riconciliazione, che spesso vede un altro nome affiancarsi alla città sassone: quello della città inglese di Coventry. Durante la seconda guerra mondiale Coventry subì una sorte analoga a quella di Dresda (7): il 14 novembre 1940 la Luftwaffe (l'aviazione tedesca) effettuò un pesante bombardamento della città, radendone al suolo interi settori e distruggendo buona parte del centro storico, compresa la cattedrale di St. Michael, costruita tra la fine del XIV e l'inizio del XV sec. In quella prima occasione il numero delle vittime fu contenuto, ma salì a oltre 1'700 in occasione del secondo attacco, sferrato nell'aprile dell'anno successivo. La Cattedrale di Coventry fu riedificata tra il 1956 e il 1962 (furono consolidate le rovine della vecchia Cattedrale di St. Michael, accanto alla quale fu edificata la nuova) con fondi provenienti anche da donazioni di cittadini tedeschi. Ora, negli anni '90 Coventry colse l'occasione per ricambiare il gesto. Dalla città inglese non giunsero soltanto contributi finanziarî, bensì pure un dono in segno di riconciliazione: due croci di chiodi, una per la Frauenkirche, l'altra per la Kreuzkirche.

Dall'Inghilterra arrivò anche la croce dorata che ora sormonta la cupola della Frauenkirche. La vecchia croce, che porta i segni dell'incendio di 63 anni fa, è ora conservata all'interno della chiesa. La nuova fu installata sulla cupola il 22 giugno 2004. Fu acquistata con donazioni della fondazione inglese Dresden Trust e realizzata da Alan Smith, un forgiatore londinese, figlio di un pilota della RAF che partecipò al bombardamento del 13 febbraio 1945.




  1. W. Büscher, Deutschland - Eine Reise, Rowolth TB. Vlg., 2005.

  2. N. Berberova, Il giunco mormorante, Adelphi, 1990, trad. it. di D. Sant'Elia.

  3. Questa maniera di vedere le cose è piuttosto diffusa anche tra gli intellettuali tedeschi. Un esempio eloquente è fornito dalla raccolta Die Wüste Stadt – Sieben Dichter über Dresden (AA.VV., Insel, 2005, cur. da R. Deckert). Renatus Deckert ha raccolto in questo volume alcuni componimenti legati alla Dresda distrutta, opera di sette poeti originarî della città sassone; ha inoltre registrato il contenuto dei colloquî avuti con i sette autori. Uno di questi paragonava la Dresda nazista a Sodoma e Gomorra. Ora, dire che Dresda non era Gomorra e non conteneva il peggio della Germania nazista non significa assolverla da tutte le accuse; come recita il titolo di un libro del dr. M. Ulrich, prima della città bruciò la sinagoga (Nach der Synagoge brannte die Stadt, Evangelische Verlagsanstalt, 2002). Mentre scrivo queste righe, so benissimo che quel fuoco, nella Notte dei Cristalli, non fu appiccato da inglesi e americani.

  4. Per l'Italia ricorderemo almeno l'inspiegabile bombardamento di Treviso (7 aprile 1944, circa 1'000 morti, 80% del patrimonio edilizio distrutto).

  5. Cfr. il racconto del gen. Kassad in Hyperion, A Mondadori, 1993, trad. it. di G. L. Staffilano.

  6. B. Schlink, Vergeben und Versöhnen, in Vergangenheitsschuld, Diogenes Vlg., 2007.

  7. Il bombardamento di Coventry ha lasciato tracce anche nel tessuto della lingua tedesca e della lingua inglese. A seguito al raid del 14 novembre 1940 Joseph Goebbels, ministro della propaganda del Terzo Reich, coniò il termine “coventrieren” (radere al suolo il centro di una città). In inglese, con lo stesso significato, esiste il verbo “to coventrise”. Si tratta tuttavia di termini d'uso assai raro e generalmente limitato ai fatti d'armi della seconda guerra mondiale.

postato da: weingarten alle ore 14:02 | Permalink | commenti (7) | commenti (7) (popup)
categorie: letture, europa, prospettive, dresda, sassonia, confini e oltre
domenica, 10 febbraio 2008

Viaggio a rilento

In questi giorni sto a sgobbare sui campi: radicchio di Chioggia e cappucci bianchi, poi i trasporti di merce e forniture per i miei. Ieri l'altro mi son fermato in ferramenta a procurare le graffette per il martelletto agrafeur, che ci servono a fissare le etichette all'imballaggio in legno, e i due negozianti, convinti di avere per le mani un potenziale nuovo cliente, mi han fatto lo sconto. Volevano pure mostrarmi tutto il campionario di coltelli spelucchio, casomai mi interessassero. Va bene, loro hanno aperto l'attività finché ero via, ma in paese anche degli altri non mi riconosce quasi nessuno. È vero quel che dice Descartes nelle pagine introduttive del Discours de la méthode: “Lorsqu’on emploie trop de temps à voyager, on devient enfin étranger en son pays” - a forza di viaggiare, si riesce stranieri pure a casa propria.

A far commissioni per mio padre mi sento spesso a disagio. Dalle mie parti commercianti, magazzinieri e mulettisti, se sei giovane, in genere non ascoltano una parola di quel che dici e fanno tutto di testa loro. È dura imporsi, passando sempre da rompico****ni, ma io ci provo, anche se so che poi spesso quando vado via, come è costume nella mia zona, ci si sfoga dandomi i nomi e criticando dio a voce alta – per riuscire in quest'arte, si scelgono con cura i termini di paragone dal grande bestiario veneto, del quale è sovrano il maiale.

Per complicare i miei rapporti con la gente, c'è che non parlo bene il dialetto. I miei vecchî mi han tirato su parlandomi sempre in italiano e han cominciato a preterirlo ch'ero già grande; mia madre anzi ritorna a parlarmi italiano quando sono all'estero e ci sentiamo soltanto per telefono. Per fortuna in casa con noi vivevano i miei nonni, che capivano la lingua della televisione, ma non riuscivano a parlarla. Ci provavano a volte, come quella volta che mia nonna voleva fare un brindisi e ci ha detto: “Facciamo un suffragio!”; o che, andando a lavarsi i piedi, ci ha annunciato: “Adesso mi faccio un bon diluvio”.

A me va un po' come ai miei nonni: capisco il dialetto della Bassa, ma non riesco a parlarlo come si deve. Come i miei nonni, faccio anch'io i miei tentativi, ma si sente che non sono abituato. Così fuori parlo italiano, ma con più di qualcheduno faccio la figura di quello distinto o del forestiere. Purtroppo dalle mie parti spesso non c'è simpatia né per l'una, né tanto meno per l'altra categoria. Insomma alla fine son quasi più contento se ho da rimanere con la vita china su radicchi e cappucci o a caricare e scaricare cassette.

Tutta questa digressione per dire che il Viaggio è fermo non perché l'abbia abbandonato, ma perché intanto mi debbo occupare di cose più urgenti. Inoltre quando sono in casa, spesso non ci ho proprio il cuore di scrivere, quindi è meglio che neppure mi ci sogni. In questo periodo ho più voglia di leggere, ché ho tanti libri lasciati a metà e altri ancora da iniziare. Ne ho qui a casa, che li avevo ammucchiati prima di partire, e ne ho ancora in Germania, che li riprenderò quando vado a Lipsia, in aprile. Poi ce n'è anche un baule pieno nella cantina di Édouard, a Parigi, ma quelli mi sembra di averli letti quasi tutti.

postato da: weingarten alle ore 23:54 | Permalink | commenti (3) | commenti (3) (popup)
categorie: ricordi, incontri, veneto, infanzia/adolescenza


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