03.X – Eisenach
Carichiamo tutto sul pulmino, ripuliamo i due stanzoni in cui abbiamo mangiato e dormito e finalmente ripartiamo alla volta di Eisenach. Ci muoviamo dapprima nella valle del fiume Werra e, addentrandoci in boschi che già vanno tingendosi d’autunno, ci sembra di stare in una favola dei fratelli Grimm. Anche chi ieri, varcando il vecchio confine, aveva esclamato con un pizzico di sarcasmo “benvenuti in Ossiland!” – quasi che in quarant’anni di socialismo reale tutto l’Est fosse stato ricoperto di una mano di grigio e questa non volesse più venir via – beve deliziato questi paesaggi, riconciliandosi un poco con la sua terra. Attraversiamo, pascoli, passaggi a livello e villaggi di fantastiche case con le armature in legno. Ora sulla riva destra, ora sulla riva sinistra, continuiamo a seguire il Werra, che in questo tratto ha l’aria di un fiumiciattolo appena degno di menzione. A Hannoversch Münden tuttavia il fiumiciattolo, che nel frattempo si è ingrossato, ne incontra un secondo, il Fulda, e questo sodalizio dà vita ad uno dei grandi fiumi navigabili del Nordeuropa: il Weser.
Facciamo una sosta nella cittadina di Meiningen: una comitiva di anziani turisti entra a visitare l'Elisabethenburg, il castello barocco, del quale presto attraverseremo il parco, disseminato di curiose sculture antropomorfe, insospettato punto d’incontro tra le superficî ruvide di Alberto Giacometti e le forme tondeggianti di Fernando Botero.
Da Meiningen a Friedrichsroda è una salita dopo l’altra. Mentre gli altri volendolo possono pedalare anche “in piedi”, Guido ed io, per ragioni di equilibrio, manteniamo le natiche rigorosamente inchiodate ai sellini del nostro tandem. Ci facciamo prendere in giro dai pannelli stradali: infatti ci rallegriamo che a Friedrichsroda manchino soltanto 13 km, ma girate due curve scorgiamo un altro cartello che ne indica 17. L'episodio si ripete e ho l'impressione che i chilometri in Turingia siano come i minuti in Italia: elastici.
Sul far della sera entriamo ad Eisenach, dove ci offrono ospitalità le diaconesse, un ordine di monache luterane. Ci sistemiamo in una cappella adiacente alla chiesa di s. Nicola. Anche qui dormiremo per terra e, in mancanza di docce, ci accontenteremo di quello che i tedeschi, con un termine che da solo basta a suggerire il genio linguistico di un popolo, chiamano ironicamente Katzenwäsche. Ci sfamiamo con quel che rimane delle provviste, inclusa la bottiglia di whiskey irlandese di Andreas, cui diamo generosamente fondo. Si avvicina l’ora di coricarsi, ma prima esco a fare un giretto per la città insieme a Guido, Marcellus e Andreas. Percorriamo strade vecchie e meno vecchie, tutte ordinate, pulite, semibuie e deserte. Nei pressi del monumento ai caduti due barboni alle prese con un paio di lattine di birra ci rassicurano: non siamo soli. Ma le case in questa sera di festa hanno tutte gli occhî spenti. Eisenach(t): un suggestivo mortorio.
04.X – Wartburg
Al posto di pregare le solite laudi, ci uniamo alla meditazione evangelica delle diaconesse, poi riprendiamo le bici e saliamo la rocca del Wartburg. Nell’antica residenza della corte ludovingia è allestita una bellissima mostra dedicata a sant’Elisabetta – alla sua vita, al suo tempo, al culto e all’arte a lei ispirati – ma certamente sarebbe valsa la pena di salire alla rocca anche soltanto per ammirare il Wartburg.
La fortezza risale al secolo XI, ma nella sua attuale configurazione consta principalmente di elementi ricostruiti nel corso del XIX secolo. Dal 1999 è parte del patrimonio dell'umanità dell'UNESCO. Elisabetta vi dimorò dal 1211 al 1227, ma vi rimase per qualche tempo nascosto anche Martin Lutero, sotto le mentite spoglie del novizio Jörg, ultimando in sole 11 settimane la traduzione del Nuovo Testamento in tedesco.
Lasciato il Wartburg, torniamo in città, dov’è possibile visitare la seconda parte della mostra, che si concentra sull’evoluzione della figura della santa e delle sue rappresentazioni in età moderna e contemporanea. Alcuni decidono di andarci, altri sono sazî di cultura e cominciano ad aver fame d’altro. Anch’io vado a mangiare, poi ritrovo alcuni compagni a un tavolo all’aperto di un caffè italiano, sul quale troneggiano Hefeweizen e cappuccini giganti. Mi fanno posto e mi siedo con loro. La seconda parte della mostra non dev’essere un granché, perché alla spicciolata cominciano ad arrivare anche gli altri. È sempre la stessa scena: arrivano, parcheggiano la bici, cercano una sedia, noi ci stringiamo e loro prendono posto con noi. In pochi minuti ci sono otto orsi e una ragazza stretti attorno a un tavolo minuscolo. È una bella giornata, il tempo è mite, il vento appena fresco mi fa venire sonno. Tra poco saremo di nuovo a casa.
Rosone e canne d’organo a S. Nicola (Eisenach)
Prima di lasciare Eisenach, Christoph celebra un’ultima messa nella chiesa di S. Nicola. Terminata la funzione, raccogliamo armi e bagagli e facciamo rotta verso Dresda. Guido e io viaggiamo in treno. Sto rileggendo i Flüchtlingsgespräche di Brecht e di tanto in tanto scambio due parole con il mio capo. Parliamo di quel che farò dopo il servizio, gli spiego che mi piacerebbe aver modo fare una prima esperienza nell’editoria e Guido mi offre il suo aiuto: contatterà amici editori di Lipsia, forse potrò fare uno stage presso di loro.
Arriviamo a Dresden-Strehlen verso le 19, ma dobbiamo ancora scaricare tutto, perdere le chiavi del pulmino, cercarle al buio, ritrovarle, discutere di come sia potuto succedere, fissare la data di un prossimo incontro – 11 persone estraggono l’agenda da una tasca – ecc. Arrivo a Schmochtitz verso le 21:30. Devo cenare, ho il bucato da fare e un impellente bisogno di radermi e lavarmi. Inoltre devo fare i bagagli, ché domani alle 6 parto per l’Ucraina. Speriamo non mi tocchi il primo turno di guida.
[Il racconto del pellegrinaggio termina qui; per ripercorrere le tappe precedenti è sufficiente far riferimento al tag “elizabeth_by_bike”.]