Ci credereste se vi dicessi che oggi in questa regione più vicina al Baltico che al Meditarraneo fa più caldo che a Roma, Cagliari e Palermo? La colonnina di mercurio segna 30° C, uno in meno che a Lecce. E a Lipsia e a Dresda 30° C sono previsti anche per domani. Le due città sassoni terranno testa a Caltanissetta, Sanluri e Oristano, mentre gli indigeni sembrano sopportare, se non addirittura gradire, il caldo molto più di questo kleiner Italiener. Ah, la “fredda Germania”… Per fortuna soffia un po’ di vento.
Dreams of fortune
Negli ultimi sette anni ho abitato a una decina di indirizzi, in sei diverse città, situate in tre paesi di lingua differente. Ora mi trovo nella mia nuova casa da quasi due mesi. È un bell’appartamentino leggermente mansardato, al secondo piano, con cinque finestre, senza vis-à-vis e perciò luminosissimo, specialmente nelle prime ore del giorno. Al mio arrivo era un po’ spoglio e, in mancanza di oggetti con cui abbellirlo, l’ho personalizzato con un tocco del mio solito caos. A luglio sarà già tempo di impacchettare tutto per l’ennesimo trasloco. Tornerò a Parigi, diventerò stanziale.
Questi anni di vita semi-nomade sono stati soprattutto anni di scoperte, crescita e gavetta. Di ritorno a Parigi sarà diverso? Un po’ sì, nondimeno so che gli anni dell’apprendistato non finiscono mai. Anche chi è maestro nella propria arte non smette di esercitarsi e credo che uno dei segreti per lavorare bene risieda proprio nella convinzione di avere ancora traguardi da raggiungerere e nella disponibilità a imparare sempre e magari persino inventare ancora per superarsi. Wer rastet, der rostet – chi si ferma, fosse anche sugli allori, è perduto, a maggior ragione chi è ancora nel fiore degli anni. Nel mio caso il passaggio a una vita più sedentaria non fa che rispondere a nuovi bisogni: da un lato il desiderio di mettere più intensamente in pratica ciò che sinora ho appreso, d’altra parte la necessità di approfondimento, anche e soprattutto nell’ambito delle relazioni e degli affetti. Del resto sono curioso di vedere se le cose andranno proprio come le sto progettando, ché da tempo sono abituato a vedere i miei programmi stravolti e a reinventarmi nuove rotte strada facendo.
All’inizio neppure partire era nei miei progetti. Giunto all’ultimo anno di liceo, riflettevo sulla strada da intraprendere dopo la maturità. Mi sarebbe piaciuto continuare a studiare, ma cosa? E con quali mezzi? Scartata l’idea di iscrivermi ad architettura – una delle mie segrete aspirazioni sin da quand’ero un allievo del biennio –, mi orientai verso traduzione e interpretazione e cominciai ad informarmi sulle formazioni universitarie proposte a Trieste, Forlì e Feltre. Il problema della scelta questa volta era risolto, tuttavia ne sussisteva ancora un altro, non meno temibile del primo: non solo quelle formazioni erano costose, bensì non mi sarei potuto permettere l’iscrizione a nessun’altra facoltà. Stavo ancora arrovellandomi con i conti, quando ricevetti una telefonata che mi fece entrare in tutt’altro ordine di idee.
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A quel tempo mia sorella Renata non abitava già più con noi. Dopo la maturità aveva trovato degli impieghi stagionali, dapprima in Toscana e sulle Dolomiti, poi a Bruxelles. Quell’anno era partita addirittura oltreoceano. Per tre mesi (per un periodo più lungo il visto turistico non sarebbe stato sufficiente) avrebbe lavorato in una pasticceria di Chicago e perfezionato il suo inglese. Camminando per le strade bianche nei pressi del lago Michigan, con il vento gelido che “a tratti come raffiche di mitra disintegrava i cumuli di neve”, anche lei pensava al da farsi una volta tornata in Europa.
Mancava poco a Natale. Mi telefonò e mi suggerì di informarmi anche sulle formazioni dispensate dalle università straniere e sulle procedure da seguire per iscriversi a una di queste. Lei sarebbe andata in Francia e, se avessi voluto, sarei potuto partire con lei. Accolsi la proposta con entusiasmo. Le prime ricerche sui siti web delle università e presso l’ambasciata francese confermarono che i costi di un’iscrizione all’università francese erano molto contenuti. Inoltre ero ancora in tempo per fare domanda. A febbraio superai un esame preliminare di lingua e ottenni l’accordo dell’Università Marc Bloch di Strasburgo e della Sorbona di Parigi. Renata propendeva per la capitale, così mi iscrissi alla seconda: lingue germaniche, specialità tedesco e islandese.
Nello scantinato di Édouard e Pascaline ho lasciato un baule metallico, pieno di libri e dischi che ho preferito non portarmi appresso quando tre anni fa ho lasciato la Francia. Quel baule contiene anche un atlante geografico, che avevo acquistato proprio qualche giorno prima della telefonata di mia sorella. Prima di riporlo nel baule, l’ho riaperto e sfogliato. Le tavole consacrate ai paesi europei quasi scomparivano dietro una fitta ragnatela di segni e itinerarî. Li avevo tracciati nei giorni febbrili che precedettero l’esame all’Ambasciata, fantasticando una vita nomade a giro per l’Europa: un paio d’anni a Parigi, un altro paio a Vienna, qualche mese a Dresda, a Cracovia, Lisbona o Salonicco e molte altre. Alcune avevo scelte soltanto per il bel suono del loro nome, altre per l’aura che mi sembrava emanare dal loro passato o dal racconto di altri viaggiatori.
A questo punto non dovrebbe essere difficile immaginare l’entusiasmo in me suscitato da questa rivoluzione copernicana, che mi catapultava dall’universo chiuso di un paese-dormitorio di ottocento anime nella Bassa padovana a quello aperto di una grande capitale europea. Stranamente quest’entusiasmo non era controbilanciato da nessun’ansia, da nessuna paura. Durante l’estate misi da parte qualche soldo. Mia sorella ed io trovammo una stanza in locazione temporanea in un appartamento nel Quartier Latino e partimmo con in tasca l’indirizzo di un conoscente di nostro zio, il quale aveva un posto di responsabilità in un rinomato albergo sulla Place Vendôme e si era detto disponibile ad aiutarci nella ricerca di un impiego. Arrivammo a Gare de Lyon che era sera e aveva appena smesso di piovere. Era il 3 settembre 2001.
[continua…]
Lipsia: Connewitz e Wahren
Il 6 aprile, dopo aver trascorso il week-end nei pressi di Bautzen, sono arrivato finalmente a Lipsia. Abito a Connewitz, un sobborgo della zona sud, e lavoro a Wahren, un quartiere un po’ anonimo nel settore nord-occidentale della città. Se avessi una bicicletta, potrei andare al lavoro attraversando una splendida zona verde lungo la Pleisse (il fiumiciattolo che lambisce Lipsia), ma devo accontentarmi del tram. Il tragitto dura circa tre quarti d’ora. La rete tranviaria e metropolitana di Lipsia presenta qualche analogia con quella di Parigi: ci sono una ventina di linee, che collegano una periferia all’altra; tutte passano per il centro, incontrandosi presso la stazione ferroviaria centrale. Sebbene a frequenza ridotta, i tram circolano anche la notte.
Una vecchia fabbrica in Stammerstraße
Wahren si trova già ai margini della città. In maggio, se il vento soffia nella direzione giusta, le strade sono piene del profumo della colza in fiore. Come Connewitz – e come la maggior parte dei quartieri di Lipsia, centro storico incluso – Wahren è uno strano miscuglio architettonico: gli edificî Gründerstil restaurati, le moderne gallerie commerciali, gli immobili del quarantennio socialista e un catalogo di edificî in rovina, trasversale a tutto il XX secolo, coesistono gli uni accanto agli altri. Rispetto ad altri quartieri della città, Wahren si caratterizza forse per una presenza più importante dell’architettura Gründerstil, rappresentata specialmente da edificî cadenti o mezzo demoliti. È sicuro che chi apprezza il fascino del decay a Wahren non sarà deluso. Per me hanno qualcosa di affascinante anche le vecchie fabbriche tra la Stammer- e la Linkelstraße.
Am Meilenstein: le facciate di due edifici identici, uno dei quali però è stato restaurato
La sintesi dei contrasti mi sembra la categoria più adatta a descrivere questa città e in special modo la sua architettura. Connewitz ne è la parossistica dimostrazione: dalla fitta vegetazione ripariale lungo la Pleisse alle solitudini e ai giardini nei pressi della vecchia centrale termica nella Arno-Nitzsche-Straße, dalle casette variopinte della Leopoldstraße ai blocchi in serie della Hammerstraße, dalla relativa tranquillità della zona dell’ospedale Sankt Elisabeth alla movida della Karl-Liebknecht-Straße, Connewitz presenta mille sfaccettature e tuttavia rimane un insieme coerente, come l’occhio di un insetto.
La facciata di un vecchio immobile a Connewitz
A giudicare dalle facciate degli edificî più vecchî, all’inizio del secolo scorso Connewitz doveva essere un sobborgo abitato da famiglie agiate. Le unghie del tempo e quarant’anni di Geld- e Materialknappheit dopo la guerra hanno grattato via gli intonaci e lasciato in eredità grondaie bucate e vetri rotti, ma anche con tutte le loro ferite – anzi grazie a queste con più poesia – le vecchie dimore continuano a raccontare il prestigio del passato. Alcune sono state restaurate e qua e là si scorge ogni tanto un immobile fasciato dalle impalcature, perciò suppongo che negli ultimi anni i capitali siano tornati a soggiornare anche qui.
Così come è variegato il paesaggio, è variegata anche la demografia del quartiere. Insieme alla limitrofa Südvorstadt, Connewitz è il quartiere che nell’ultimo decennio ha attirato più giovani, in particolar modo studenti. È caratterizzato anche da una significativa presenza di alternativi di varia tendenza, specialmente punk e eredi della new romantic. Il secondo gruppo – se non per importanza, quanto meno per visibilità – è costituito dagli anziani, seguiti dalle giovani famiglie. Non scordiamo inoltre i cani, cari soprattutto agli alternativi e agli anziani, spesso grandi e tranquilli quelli dei primi, piccoli e dispettosi quelli dei secondi. I cani hanno un ruolo sociale non trascurabile, permettendo a individui appartenenti a gruppi diversi di entrare in contatto: infatti, mentre le due bestiole si annusano, non è raro vedere il punk e il pensionato vincere la diffidenza e scambiare cordialmente due parole.
Complice la massiccia presenza giovanile, Connewitz è uno dei quartieri più animati della città. Specialmente la zona Nord, dallo snodo tranviario di Connewitz-Kreuz alla Südvorstadt, è ricca di locali attorno ai quali prende forma la movida musicale della città. Alcune vecchie fabbriche, come il Werk II, sono state recentemente riconvertite e oggi sono culle della scena punk, rock, electro e underground dell’Est della Germania. Il martedì sera da Puschkin, un gradevole caffè in Karl-Liebknecht-Straße, è possibile ascoltare anche musica jazz dal vivo.
Graffiti in Koburger Straße
Connewitz ha anche una parte tranquilla ed è lì che abito, a una cinquantina di metri dall’ospedale. A parte Zest, un ristorante vegetariano con un menu fantasioso e molto ben composto, nella mia zona non ci sono locali. In compenso ci sono molte pompe funebri. Altra presenza costante sono i graffiti: non c’è muro che sia stato risparmiato dagli sprayer. Alcuni sono veri artisti e hanno realizzato pitture murali davvero belle e interessanti. Altri sono inetti imbrattatori che sanno appena scarabocchiare il loro nome e qualche frase o acronimo bislacco. Alcune imprese, invece di opporsi alla spraymania, si sono alleate a questa, commissionando a sprayer professionisti pitture murali da realizzare sulle facciate delle loro sedi.
[continua...]
Il declino dei partiti politici e delle organizzazioni di classe, delle speranze operaie e delle contro-società è un’evidenza sociologica. Soltanto a un arrivista tardone oggi potrebbe venire in mente di fare carriera in un partito; anche nella carriera politica le strategie di potere non passano più per i partiti. Pensate a come si diventa ministro, deputato o presidente al giorno d’oggi. La televisione e gli apparati centrali di diffusione e dominio hanno fatto saltare i circuiti di mediazione tradizionali, tanto culturali (le università) quanto politici (partiti nazionali e assemblee locali). […] I partiti politici (così come sono nati all’inizio del XX secolo) sono diventati “anti-economici”. La verità dei prezzi si imporrà anche a queste istituzioni arcaiche. Maggio [1968] in un questo senso ha convocato le istituzioni del Vecchio Mondo all’appuntamento con la verità.
Anche su questo frangente il presente degli Stati Uniti rivela l’avvenire della Francia [e dell’Europa]. Patrick Caddel, ex-responsabile dell’agenzia d’indagini pubblicitarie Cambridge Report Inc. e direttore del servizio sondaggi di Jimmy Carter, ha illustrato chiaramente la situazione del presidente in un rapporto confidenziale datato dicembre 1976. Di fronte alla crisi di legittimità del sistema, è opportuno “fabbricare una nuova ideologia”. “Il pubblico non è più psicologicamente legato ad un partito, né intellettualmente soddisfatto dalle ideologie [attuali]”. I partiti “stanno letteralemente morendo”. “Le ideologie classiche non funzionano più.” “I giovani sono liberali sul piano sociale e conservatori sul piano economico.” Inoltre sono sensibili a una serie di “nuove problematiche, quali la controcultura, la decrescita, l’ambiente. Le vecchie definizioni si rivelano inutili. Il vecchio linguaggio della politica americana non raggiunge più l’elettorato. Il presidente dovrà dunque rivolgersi direttamente all’elettorato, aggirando i partiti e le istituzioni”; “depoliticizzare e personalizzare i problemi”; “superare le opposizioni ideologiche, faziose e demografiche”; “ristabilire un rapporto di fiducia, offrendo l’immagine di un uomo aperto, al margine dei partiti, diverso dagli altri politici, capace di ascoltare l’uomo della strada e nemico delle ideologie.” Niente è meglio di una serie di piccoli gesti, cui i media diano opportunamente risalto, per unificare e sedurre le masse (cit. da “L’essor du conservatisme américain” di Pierre Dommergues, in Le Monde diplomatique, Maggio 1978). Il rapporto Caddel fissa le norme della comunicazione sociale in tutti gli ambiti, in quello politico come in quello culturale. Queste norme si impongono a tutti coloro che nel nostro sistema aspirano all’irrinunciabile etichetta di “nuovo” – leader politici, filosofi, sociologi, intrattenitori e mediocrati del dopo-Sessantotto.
Régis Débray, Modeste contribution aux discours et cérémonies officielles du dixième anniversaire, Éditions Maspero (1978), riedito da Éditions mille et une nuits, con il titolo Mai 68, une contre-révolution réussie (2008).
Per quanto ne so l’opera è inedita in Italia, ho dunque tradotto personalmente l’estratto qui proposto.
Negli ultimi giorni ho pubblicato con una frequenza a cui questo blog da tempo non era più abituato. Per qualche giorno tuttavia dovrò interrompere gli aggiornamenti. Domani sera salgo sul treno notte per Zurigo e il mattino seguente a Offenburg prenderò la coincidenza per Strasburgo. Per quattro giorni rimarrò nel bel capoluogo alsaziano, alle prese con una sessione d'esami universitarî. Il mattino di venerdì il mio viaggio prosegue per Reims, quindi, in serata, per Parigi, dove incontrerò dei vecchî amici e comincerò ad organizzare il trasloco di quest'estate.
Ci si rilegge al mio ritorno a Lipsia, il 26 maggio.
Tschüß!