Lezioni di tifo
Nel tardo pomeriggio il centro di Lipsia è già percorso in lungo e in largo da sciami di tifosi. Tra l’Augustusplatz e la stazione ferroviaria è tutto un fermento di cori, bandiere e giovani con i capelli o il volto dipinti di nero, rosso e oro; in mezzo ai tricolori tedeschi sventola timida, ma indisturbata, anche qualche bandiera spagnola. Alla gelateria San Remo e negli altri ristoranti dotati di maxi-schermo gli unici tavoli liberi sono riservati: volevi mangiare una crêpe? Niente da fare. All’angolo tra la Grimmaische e la Nikolaj-Straße ti ferma magari un gruppetto, che vuole i pronostici dei passanti sull’esito della finale. Gli interessano soprattutto i pronostici degli stranieri; ma come fare a individuarli in una città variopinta come Lipsia? Devono aver fatto già un bel po’ di buchi nell’acqua. Mi hanno lasciato passare indisturbato e interpellano un ragazzo con un fisico da Masai che cammina non lontano da me, per poi scoprire che è nato qui…
Sistemate le commissioni che mi hanno attirato in centro, prendo il tram per Markkleeberg. Guarderò la partita in compagnia di amici e conoscenti che abitano nella periferia Sud. A tratti sulla Karli il tram procede a passo d’uomo, ché la gente, assembrata di fronte alle terrazze dei pub, ha invaso anche la strada e i capannelli arrivano a lambire le linee dei binarî. La febbre del calcio si fa sentire anche in vettura. Gruppi di ragazze e ragazzi strombazzano e intonano canti da stadio. Il ritornello di Nel blu dipinto di blu è diventato un meno poetico “Finale, o-oh…”. Una ragazza si è travestita da bandiera: reggiseno nero e slip rossi, le gambe tinte di giallo, i fianchi di rosso e le spalle di nero. L’idea è divertente, peccato che passi il suo tempo a urlare dentro una trombetta, producendo un suono che fa pensare a un’oca torturata a morte. I miei timpani hanno provato immensa gratitudine, quando finalmente è scesa.
A Connewitz Kreuz scendo anch’io, ché qui devo cambiare. La festa continua, l’affluenza cresce. Già all’inizio di giugno, uno dei ristoranti ha sconfinato su un giardinetto pubblico, installandovi uno schermo gigante e ricoprendo lo spazio residuo di tavole e panche, oggi occultate dalla folla. Due Imbiss hanno il loro bel daffare a rifornirla di birra, Currywurst e gelati. Frattanto arriva il 9, che mi porta verso lidi più tranquilli, a Markkleeberg West. Qui i miei amici hanno già messo all’opera il barbecue e, prima del fischio d’inizio, possiamo concederci un paio di Bratwurst mit Senf all’aperto. Alle 20:45 siamo tutti ai nostri posti, con la nostra brava bottiglia di Radeberger a portata di mano. I bambini – per loro succo di frutta – fanno meraviglie, vedendo che gli spagnoli non cantano l’inno. Gli spiego che per la Marcha Real un testo ufficiale non c’è e i giocatori al massimo potrebbero cantare “na, na, na…”; sarebbe divertente aber nicht so feierlich. Poi viene il turno dell’Einigkeit und Recht und Freiheit e la telecamera inquadra uno ad uno i giocatori della selezione tedesca. I bambini conoscono i nomi di tutti, ma pendono soltanto dalle labbra di Michael Ballack e Jens Lehmann.
La partita comincia e nei primi dieci minuti le due squadre sembrano equilibrate, anzi è la Germania a creare la prima occasione: Miroslav Klose intercetta un passaggio a pochi metri dall’area spagnola e riesce ad avvicinarsi pericolosamente alla porta di Iker Casillas, ma, braccato da Puyol, non riesce a coordinarsi per il tiro. La partita per il momento non è molto divertente: Casillas rinvia un paio di volte direttamente nelle braccia di Lehmann e i tedeschi provano a venire avanti, ma mancano di precisione. Nonostante il pericolo appena corso, gli spagnoli continuano a palleggiare a qualche metro dalla loro area. Il pubblico tedesco fischia, ma quella della difesa spagnola non è melina: sembra quasi l’inspirazione del felino, prima di lanciarsi a colpo sicuro sulla preda. Appena uno dei centrocampisti spagnoli è in posizione, dalla difesa parte un passaggio basso che puntualmente lo raggiunge; segue uno spiazzante cambio di ritmo, con accelerazioni sulle fascie, combinazioni e cambî di gioco brillanti, scambî veloci e sempre precisi, con Xavi Hernández e Fernando Torres che arrivano più volte al tiro.
Gli spagnoli toccano meno palloni, ma sono più precisi e bloccano sul nascere buona parte delle azioni avversarie, intercettando molti dei passaggi tedeschi. Rigiocano subito la palla e si rendono pericolosi, costringendo Lehmann a metterci la pezza in un paio di occasioni. Nelle file tedesche si comincia a intravedere qualche segno di frustrazione, la Spagna al contrario cresce e continua a recuperare palloni, fino alla rete di Torres: recupero a metà campo, la difesa e il centrocampo iberico fanno girare la palla con l’abituale precisione, in cinque passaggi il pallone viaggia dalla trequarti spagnola a quella tedesca; poi tocco velenoso in profondità per Torres, che batte Philipp Lahm in velocità e bluffa Lehmann in uscita. È il 33° minuto. In sala qualcuno ha persino applaudito. C’è un po’ di delusione nell’aria, tanta ammirazione per gli spagnoli e la rassegnata consapevolezza che questa sera la nazionale non è all’altezza della situazione. Con noi c’è una signora che ha fatto battute scherzose per tutta la partita e ora canzona il marito: “Su, dài, non essere triste”. “No, sta’ tranquilla, per quello aspetto il 2 a 0”, le risponde lui.
Quel che resta del primo tempo se ne va indolore, pur con qualche spavento nei paraggi di Lehman. All’intervallo stappiamo altre birre e parliamo di tutto, ma non di calcio, e faccio conoscenza con un simpatico signore, che da un anno insegna in una scuola tedesca a Istanbul. Poi inizia il secondo tempo. Siamo curiosi di vedere se dopo l’intervallo è cambiato qualcosa: l’atteggiamento delle due squadre, l’assetto tattico, qualche uomo nuovo in campo. Effettivamente c’è Marcell Jansen, che ha preso il post di Lahm; probabilmente Joachim Löw vuole mettere un po’ di pressione in più sulla fascia sinistra. Sembra una buona mossa, nei primi 15 minuti i tedeschi si difendono meglio e riescono persino a rendersi pericolosi: Klose recupera un pallone nei pressi della bandierina del calcio d’angolo e lo mette in mezzo, Ballack lo indirizza di prima verso la porta di Casillas, ma il tiro, seppur di poco, si spegne sul fondo, insieme alla grinta e alla lucidità dei tedeschi.
Il tempo stringe, i tedeschi si fanno prendere dal panico e non riescono più a costruire gioco offensivo. Gli spagnoli dilagano e sprecano molto: Marcos Senna, all’origine di una splendida combinazione, non riesce a deviare in porta il pallone che Xabi Alonso gli ha appena appoggiato di testa nell’area piccola di Lehmann. Anche gli spagnoli ora hanno un paio di uomini freschi in campo. Löw dal canto suo prova ad aggiungere una punta, ma, per non scoprirsi troppo, sceglie di non togliere un difensore: esce Thomas Hitzlsperger; il pubblico si aspetta l’ingresso di Mario Gómez, ma l’allenatore tedesco gli preferisce Kevin Kuranyi. Con un centrocampista in meno la Germania si rivela ancora più affannata e incapace di manovrare: davanti ci sono due punte, ma i palloni non arrivano, mentre gli spagnoli continuano a tenere alto il ritmo e ad impegnare la retroguardia avversaria. Poi Klose lascia il posto a Gómez, ma non cambia nulla. Il triplice fischio dell’arbitro Rosetti mette fine all’incontro e la Spagna è campione d’Europa.
Matthias stacca il proiettore, prima che inizino le premiazioni. Tutti sono d’accordo nel dire che gli spagnoli hanno meritato la vittoria. Nessuno però critica i giocatori tedeschi e tanto meno il loro allenatore. Scambio un paio di battute con gli altri, poi saluto e mi dirigo alla fermata del tram. Passa qualche auto: alcune dànno fiato ai clacson e mi accorgo che nessuno ha ritirato le bandiere. Arrivano un paio di ragazzi giovani in bici e esultano: “Vice-campioni!” È la prima volta che la sento, questa… A casa sento qualche botto e ho qualche dubbio: stanno semplicemente facendo scoppiare i petardi che si erano procurati in caso di vittoria o stanno festeggiando il secondo posto?
***
Stamane mi sono alzato e sono andato al lavoro. Alle finestre ho visto ancora le bandiere e anche sulle auto e le biciclette. Al lavoro i colleghi hanno l’aria un po’ delusa, eppure orgogliosa. Parlano bene degli spagnoli ed è chiaro che per loro, che pure avevano sperato in una vittoria, il secondo posto non è una magra consolazione, bensì un traguardo. Questa compostezza mi piace e mi fa pensare che molto spesso in Italia non sappiamo perdere, che anzi altrettanto spesso non sappiamo neppure vincere. Ripenso ai cori di Verona, nella notte tra il 9 e il 10 luglio di due anni fa, in cui si dava della meretrice alla madre di Zidane. E penso ai gestacci di alcuni amici in autostrada, ogni volta che avvistavano un auto con la targa francese. Penso a mille altri modi di denigrare gli avversarî, invece di far festa, e allo stesso tempo penso a quel compostissimo: “Sie haben es verdient”(1) seguito dalle clacsonate e da sana gaiezza. E mi dico che forse sì, in confronto ad altri popoli facciamo un po’ pena.
In questi giorni sto leggendo uno dei libri più noti di Erich Maria Remarque. Racconta gli ultimi mesi di guerra di una compagnia di soldati tedeschi, per lo più giovanissimi, stanziata sul fronte franco-tedesco. Per diversi motivi vorrei dedicargli un post, ma non l’ho ancora terminato. Per ora ne propongo dunque soltanto un assaggio – una chiacchierata tra soldati, quasi tutti ventenni, durante una visita dell’imperatore Guglielmo II al fronte – anche in omaggio a Mario Rigoni Stern (non avendo suoi libri con me), la cui opera, al pari di quella di Remarque, è un formidabile vaccino contro il militarismo.
“A pensarci bene, è strano” prosegue Kropp “se siamo qui, è per difendere la nostra patria. Ma pure i francesi sono qui per difendere la loro patria. Chi è che ha ragione?”
“Forse entrambi” rispondo senza esserne convinto.
“D’accordo” e vedo che vuole mettermi alle strette “ma i nostri professori, i nostri pastori, i nostri giornali dicono che abbiamo ragione – e speriamo proprio che sia così… ma i professori, i preti e i giornali dei francesi sostengono che solo loro hanno ragione; come la mettiamo?”
“Non lo so” dico. “Comunque siamo in guerra, e ogni mese si aggiungono nuovi paesi.”
Tjaden fa di nuovo capolino. È ancora eccitato e si intromette senza aspettare un solo secondo, chiedendo come fa una guerra a scoppiare.
“In genere è perche un Paese fa una grave offesa a un altro” risponde Albert, con una certa aria di superiorità.
Ma Tjaden fa il finto tonto: “Un Paese? Non capisco. Non è che una montagna tedesca può offendere una montagna francese. O un fiume o un bosco o un campo di grano.”
“Ma ci sei o ci fai?” sbotta Kropp. “Non intendevo mica quello. Un popolo ne offende un altro…”
“Be’, allora che ci sto a fare io qua?” replica Tjaden. “Mica mi sento offeso.”
“Ma bisogna spiegarti tutto?” risponde Albert, irritato. “I bifolchi come te non c’entrano nulla.”
“Se è così, posso anche tornarmene a casa” insiste Tjaden e tutti intorno ridono.
“Ma porca miseria! Vuol dire il popolo nel suo insieme, lo Stato…” lo interpella Müller.
“Lo Stato… lo Stato…” Tjaden schiocca le dita come uno che finalmente ha capito. “Polizia, militari, tasse… eccolo il vostro Stato. Se t’immischî con quella roba, buonanotte al secchio!”
“Proprio così” s’intromette Kat. “È la prima volta che ti sento dire qualcosa di sensato oggi, Tjaden. Lo Stato e la patria, sono due cose diverse.”
“Ma una ha bisogno dell’altro” medita Kropp. “Non c’è patria senza Stato.”
“È giusto, ma pensaci un attimo: siamo tutti gente semplice. E anche in Francia ci sono soprattutto operaî, artigiani o piccoli impiegati. Che gli interessa a un fabbro o a un calzolaio di venirci ad attaccare? No caro, sono i governi. Non ho mai visto un francese in vita mia, prima di venire qua, e sicuramente per la maggior parte dei francesi è la stessa cosa. Il loro parere non l’ha chiesto nessuno, non più del nostro.”
“Ma perché siamo in guerra allora?” chiede Tjaden.
Kat scrolla le spalle. “A qualcuno deve pur far comodo.”
“A me no di sicuro” sogghigna Tjaden.
“No, a te no, e neanche agli altri che sono qui.”
“E allora a chi?” insiste Tjaden. “All’Imperatore tanto comodo non può fare. Ha già tutto quello che gli serve.”
“Non vuol dire” replica Kat. “Gli manca ancora una guerra. E qualsiasi grande imperatore ha bisogno come minimo di una guerra per diventare famoso. Va’ un po’ a vedere nei tuoi libri di scuola.”
“Anche i generali diventano famosi in guerra” aggiunge Detering.
“Anche più degli imperatori” conferma Kat.
“E dietro ci sono di sicuro degli altri che con la guerra ci fanno i soldi” borbotta Detering.
“Secondo me è più come una specie di febbre” dice Albert. “In realtà nessuno la vuole, ma all’improvviso eccola lì. Noi la guerra non l’abbiamo voluta e neanche gli altri, dicono – intanto ci dà dentro mezzo mondo.”
“Gli altri però raccontano più balle di noi” rispondo. “Vi ricordate i volantini dei prigionieri, in cui c’era scritto che mangiavamo i bambini belgi? Quelli che li hanno scritti, bisognerebbe impiccarli. È loro la colpa.”
Müller si alza. “In ogni caso è meglio che la guerra sia qui, piuttosto che in Germania. Date un occhiata ai campi qui intorno: è pieno di crateri…”
“Già” approva Tjaden. “E sarebbe ancora meglio che proprio non fossimo in guerra.”
E se ne va. (…)
Albert si corica sull’erba, irritato. “È meglio proprio non parlare di questo schifo.”
“Del resto non cambia niente” approva Kat.
Per giunta dobbiamo restituire gli abiti nuovi ricevuti poco fa e riprendere i nostri vecchî stracci. Quelli buoni servivano soltanto a ricevere in pompa magna l’Imperatore.
Erich Maria Remarque, Im Westen nichts Neues, Berlino, Propyläen (1929), ora pubblicato da Colonia, Kiepenheuer und Witsch, (2005). In Italia l’opera continua ad essere pubblicata da Mondadori con il titolo Niente di nuovo sul fronte occidentale (tradotto da Stefano Jacini nel lontano 1931). Nel 1929 Benito Mussolini ne aveva vietata la pubblicazione.
Nel suo intervento al Senato del 15 maggio 2008, Silvio Berlusconi, prima di ottenere la fiducia di 173 dei 313 senatori presenti in aula, ha ribadito le sue posizioni in fatto di politica energetica: “Il nucleare è una scelta indispensabile”. Nell’agenda del nuovo Governo figura dunque il rilancio del nucleare in Italia. “Non c’è contraddizione fra sviluppo e tutela ambientale”, ha assicurato il nuovo Presidente del Consiglio, reiterando un atteggiamento diffuso, che consiste nel considerare il ricorso al nucleare come una possibilità sulla quale pesano soltanto interrogativi relativi all’impatto ambientale. Pur non considerandola una questione di secondaria importanza, preferisco per ora non entrare nel merito della tutela dell’ambiente, per rivolgermi invece ad un altro aspetto altrettanto importante: l’impatto economico. In qualità di cittadino e contribuente, vorrei infatti essere sicuro che non ci sia contraddizione neppure tra lo sviluppo del nostro Paese e il rilancio del nucleare preconizzato dal Governo con il bene placito dell’opposizione. Su questo punto tuttavia ho serî dubbî, che si possono schematizzare in quattro quesiti.
1. Abbiamo pensato a tutto?
A rischio di sembrare lapalissiano, non posso fare a meno di ricordare che come per produrre biciclette non è sufficiente aprire una fabbrica di biciclette, così per produrre energia nucleare non è sufficiente costruire e mettere in funzione un reattore a fissione. Oltre alle centrali, sono necessarî materie prime, impianti di conversione e arricchimento, infrastrutture per il trattamento e lo stockaggio delle scorie, ecc. Ora, mi chiedo se tutti questi aspetti siano stati debitamente presi in considerazione. Se mai ne fosse stato previsto lo sfruttamento, quale autonomia possono garantirci le Orobie e gli altri giacimenti uraniferi italiani? Quanto tempo ci vorrà prima che anche l’Italia comincî a importare minerale dall’estero? Saranno costruiti impianti di conversione ed arricchimento sul suolo italiano o importeremo minerale già arricchito? Sono già stati individuati siti idonei ad ospitare impianti per lo smaltimento e lo stockaggio delle scorie?
Il problema delle scorie in particolare non può essere sottovalutato. I tedeschi ne sanno qualcosa, specialmente dopo la chiusura degli impianti di stockaggio di Asse e Morsleben. Attualmente le scorie prodotte dalle centrali tedesche fanno per lo più la spola tra la Normandia (il sito di trattamento di rifiuti radioattivi di cui per lo più si serve la Germania si trova a La Hague) e il centro di stoccaggio provvisorio di Gorleben, una località della Bassa Sassonia, situata a un centinaio di chilometri da Wolfsburg e a una quindicina dal confine che divideva un tempo le due reppubbliche tedesche e separa ora i due Länder di Bassa Sassonia e Sassonia-Anhalt. Il trasporto dei contenitori CASTOR e il trattamento dei rifiuti radioattivi, realizzato in massima parte all’estero, generano costi elevati. A questo si aggiunga che Gorleben non rappresenta una soluzione definitiva al problema dello stockaggio e che attualmente la Germania è a corto di alternative, poiché l’altro sito disponibile, quello di Schacht Konrad, è idoneo soltanto allo stockaggio di rifiuti bassamente radioattivi.
Nei mesi scorsi il nostro Paese ha dimostrato tutte le sue difficoltà nel gestire persino lo smaltimento dei rifiuti domestici. Se oltre a questi ultimi consideriamo i rifiuti industriali, è evidente che il problema dello smaltimento riguarda tutto il Paese e non soltanto la Campania, come troppo spesso si è tentati di credere (soltanto perché la Campania è la regione italiana che più di tutte ne ha fatte le spese). Basti pensare alle prestazioni inquietanti del Veneto, la mia regione, che il rapporto Ecomafia 2008 stilato da Legambiente colloca al secondo posto nella classifica relativa al traffico illegale di rifiuti. Ora, proprio della Germania abbiamo avuto bisogno per ridurre la pressione derivata dalla nostra “spazzatura tradizionale” – aiuto concessoci, giustamente, dietro lauto compenso. La domanda sorge spontanea: siamo davvero sicuri che quando verrà il momento di smaltire la “spazzatura radioattiva” saremo meglio attrezzati e organizzati dei nostri amici tedeschi? Che garanzie ci offre il Governo su questo punto?
2. È conveniente?
Il rilancio del nucleare è dunque un’operazione complessa che si snoda su varî fronti, ciascuno dei quali implica degli investimenti (non solo iniziali). A quanto ammontano realmente? Quanto tempo sarà necessario per ammortarli? Da dove contiamo di prelevare le risorse per realizzarli? Quanto ci guadagneremo? Preciso, a scanso di equivoci: quanto ci guadagnerà il Paese (non Tizio, Castor o Sempronio)? Certo, l’Italia soffre di un evidente deficit energetico ed è costretta ad importare energia dall’estero (circa il 14% del suo fabbisogno). Inoltre il suo principale fornitore è la Francia, che dal canto suo copre quasi l’80% del proprio fabbisogno di energia elettrica grazie all’apporto di una ventina di centrali nucleari (in quella di Cotentin è attualmente in costruzione un nuovo reattore, con la partecipazione dell’ENEL, che sostiene il 12,5% della spesa). Nondimeno. il rilancio del nucleare è davvero una strategia efficace per ridurre la dipendenza energetica da Francia, Austria e Slovenia? Non rischia di generare costi superiori a quelli generati dall’importazione di energia?
Sapere che anche il Regno Unito sta riconsiderando l’opzione nucleare non basta a sciogliere gli interrogativi. Del resto non mancano gli esempî di paesi europei che hanno imboccato la strada opposta. L’Austria, uno dei nostri fornitori di energia, ha rifiutato il nucleare nel 1978, prima ancora che accadesse il disastro di Černobyl’ e che l’unica centrale nucleare costruita sul territorio austriaco aprisse i battenti. I Paesi Bassi e la Spagna hanno recentemente vietato la costruzione di nuove centrali e procederanno al graduale smantellamento di quelle esistenti. Nell’ottica dello smantellamento è entrato anche il Belgio, benché non vi sia tuttora stato alcun divieto esplicito alla costruzione di nuovi impianti. In tutti e tre i casi, lo smantellamento si annuncia come un processo lungo, che almeno in Spagna potrebbe tuttavia concludersi prima ancora che le centrali italiane siano diventate produttive. L’Europa in fondo è meno nuclearista di quanto si creda. Siamo sicuri di non aver nulla da imparare da quei paesi che hanno scelto di non percorrere o di abbandonare progressivamente la strada del nucleare?
3. Non è una soluzione anacronistica?
Quando si supera una certa soglia di complessità, il gigantismo – industriale, ma anche energetico – smette di essere una strategia produttiva vincente. Se questa soglia in Italia non è già stata superata, è previsibile che lo sarà in un prossimo futuro. Con un occhio a domani, sarebbe auspicabile riprogettare oggi il sistema italiano di produzione dell’energia nel senso di una diversificazione e scomposizione dello stesso in piccole e medie unità di produzione, creando così un macrosistema articolato in una rete capillare di microsistemi.
Le centrali nucleari sono compatibili con questa strategia di sviluppo? In fondo, a questa domanda credo di poter rispondere da solo: no. Ma del resto in Italia siamo sempre in ritardo di una generazione o due: il nucleare era una strategia di sviluppo attuale venti o trent’anni fa, ma negli anni Ottanta abbiamo rifiutato di applicarla. Il rifiuto, con tutte le sue ragioni, che ognuno è libero di trovare fondate o assurde, implicava altre scelte e responsabilità, che il Paese, oggi come vent’anni fa, preferisce non assumersi. Dopo vent’anni di politica energetica assolutamente carente, non si trova nulla di meglio che spacciare per innovazione quello che è inequivocabilmente un ritorno al passato, sia pur con l’attenuante delle nuove tecnologie.
4. Il nucleare per il Governo è una scelta necessaria; ma è anche sufficiente?
Concludo con quest’ultima preoccupazione. Il nucleare non sarà l’ennesima aspirina politica? Un semplice – e costoso – palliativo a una lunga stagione di inerzia e inettitudine in fatto di sviluppo energetico? Le panacee vanno di moda, le strategie complesse sono impopolari. Ma è vero anche che le ricette uniche, per videogeniche che siano, raramente sono efficaci. Il Governo oggi fa passare un messaggio molto semplice: “L’Italia soffre di un grave deficit energetico, un male che noi allevieremo rilanciando il nucleare”. Tutto qui?
Dare un’occhiata a quel che succede al di fuori di casa propria non dovrebbe servire soltanto a gioire dinanzi al rinnovato entusiasmo per il nucleare oltremanica. Ci sono altri spunti che si possono raccogliere. A nessuno è mai venuto in mente che per ridurre il deficit energetico e i costi da questo generati una delle prime misure da adottare è l’ottimizzazione dei consumi? Nemmeno all’impreditore, da cui, a detta di alcuni, l’Italia aveva bisogno di essere governata? Comincio a pensare che i nostri dirigenti politici avrebbero tutti bisogno di una vacanza a Heidelberg.
Ridente città del Baden-Württemberg, Heidelberg non merita di essere citata soltanto per il suo splendido centro storico o per i suoi prestigiosi centri culturali e scientifici (ospita tra gli altri la più antica università tedesca). In questo contesto è soprattutto un’altra caratteristica ad interessarci: l’illuminazione urbana. Negli ultimi anni la città di Heidelberg ha infatti sostituito le lampade tradizionali che illuminavano le sue strade con lampade a risparmio energetico. L’operazione ha ovviamente implicato un investimento iniziale considerevole, in parte compensato dai costi di mantenimento, nettamente inferiori, generati dalle nuove luminarie e ammortato rapidamente grazie al contenimento dei consumi, reso possibile dall’impiego della nuova tecnologia.
Heidelberg copre inoltre il 40% del suo fabbisogno energetico ricorrendo all’energia idroelettrica (ovviamente non tutte le città hanno la fortuna di poter sfruttare la corrente di un fiume come il Neckar). La città non è particolarmente benedetta dal vento, né dal sole, ma intende ugualmente aumentare la quota di energia ricavata da fonti rinnovabili. Ha dunque avviato un progetto che coinvolge alcuni allevamenti suini della zona. A medio termine l’iniziativa dovrebbe consentirle di utilizzare energia ottenuta dallo sterco dei maiali.
Anche dall’altra parte della Germania arrivano segnali interessanti. Un esempio degno di attenzione è la cittadina di Ostritz, che sorge nel bel mezzo del vecchio “triangolo nero” del carbone, in Sassonia. Il piccolo centro della Lusazia ha trovato in un originale progetto di ristrutturazione della propria infrastruttura energetica una chiave per resistere, seppure soltanto in parte, alla crisi economica e occupazionale che l’ha investita successivamente alla riunificazione tedesca. Dando prova di creatività e mettendo a profitto l’apporto delle nuove tecnologie, Ostritz si è elevata a città modello sul piano dell’ecologia e delle energie alternative. Oggi il piccolo centro soddisfa il proprio fabbisogno energetico combinando gli apporti dell’energia eolica, idroelettrica (Ostritz sorge sul fiume Neisse) e, soprattutto, delle biomasse.
Energie alternative e iniziative locali: un modello percorribile soltanto da piccoli e medî centri? Non la pensa così Bertrand Delanoë, esponente del Partito Socialista francese, rieletto sindaco di Parigi alle municipali del marzo scorso. L’agenda del suo mandato 2008-2014 riserva uno spazio significativo alla politica energetica e ambientale. Delanoë intende infatti realizzare un ambizioso obiettivo: fare di Parigi la capitale mondiale del fotovoltaico. Nei prossimi sette anni è dunque prevista l’installazione massiccia di pannelli solari in tutta la capitale francese, a cominciare dagli immobili di proprietà del comune. Al tempo stesso il sindaco intende agire sul fronte dell’ottimizzazione dei consumi, provvedendo a migliorare la qualità dell’isolamento degli immobili parigini, in modo tale da ridurre il consumo energetico legato al riscaldamento degli stessi. Tutti questi provvedimenti sono in linea con una delle priorità di Delanoë: allineare Parigi alle disposizioni del protocollo di Kyoto. Nel corso del precedente mandato il sindaco aveva già preso svariate misure volte a migliorare la viabilità e la qualità dei trasporti pubblici, ampliando inoltre la rete delle piste ciclabili e affidando alla società JCDecaux l’implementazione di Velib, la versione parigina del viennese Viennabike e del Bycyklen di Copenhagen. Il servizio è stato inaugurato il 15 luglio 2007 e ha riscosso notevole successo.
E in Italia? Citeremo il caso di Torraca, un comune di poco più di mille abitanti in provincia di Salerno, che ha convertito il proprio impianto di illuminazione pubblica, sostituendo le vecchie lampadine SAP con la tecnologia a LED, realizzando un risparmio energetico stimato al 75%. Nel frattempo anche Bologna ha sostituito una parte dei suoi semafori tradizionali con dei semafori a LED. I miei esempî italiani finiscono qui. Ho l’impressione – ma spero di sbagliarmi e di essere soltanto poco informato – che questi siano casi isolati e che, in fatto di energie alternative e/o rinnovabili, il Belpaese rimanga fermo nel limbo delle eterne fasi sperimentali. Le cose potrebbero anche cambiare. Il ruolo dell’iniziativa locale nell’ambito della politica energetica potrebbe un giorno trovare il dovuto riconoscimento anche nel nostro Paese. Ciò implicherebbe tuttavia il dispiegamento dei mezzi necessarî, messi a disposizione degli enti locali, per realizzare un progetto capillare di riqualificazione energetica del territorio italiano. A monte chiaramente è necessaria una volontà politica che vada in questa direzione. A quando una devolution energetica?
Anche il post di oggi è ispirato a un articolo pubblicato da un giornale satirico. Questa volta la fonte (via Allemagne au Max, forum sul quale sono venuto a conoscenza della notizia) è il settimanale francese Charlie Hebdo. Nell’ultimo numero di maggio 2008, Charlie Hebdo ha infatti pubblicato una lettera indirizzata dalle grandi associazioni di categoria dei traduttori francesi a Mme Christine Marie Albanel, attualmente Ministro della Cultura. Recentemente il Ministero della Cultura francese ha espresso l’intenzione di affidare la traduzione in otto lingue dei proprî siti web a un programma di traduzione automatica. Ecco la reazione delle associazioni:
Gentile signora Ministro,
La SFT (Società Francese dei Traduttori ) e l’ATLF (Associazione dei Traduttori Letterarî di Francia) hanno preso atto con profondo stupore della gara d’appalto indetta dal Ministero della Cultura, per realizzare a mezzo traduttore automatico la traduzione in otto lingue dei proprî siti web. Il bando precisa che si tratterà di traduzione automatica senza rilettura o revisione.
Poiché le “traduzioni” che Lei intende acquistare sono realizzate, per definizione, in una o più lingue straniere, Le sarà impossibile valutare la qualità dell’immagine che desidera mostrare al mondo non francofono. I lettori stranieri in compenso si sentiranno contrariati (per non dire insultati) da questo tentativo di multilinguismo a buon mercato da parte del Ministero della Cultura.
Le nostre preoccupazioni vanno oltre gli interessi di categoria. In qualità di cittadini che prendono parte alla vita culturale del loro paese, vorremmo evitare alla Francia, e in particolar modo al suo Ministero della Cultura, di diventare lo zimbello degli altri paesi. L’argomentazione che adduciamo è semplice: la traduzione automatica è del tutto inadeguata al Suo progetto. Anche se il basso costo e la rapidità di produzione possono rappresentare un vantaggio per coloro che conoscono una lingua soltanto, non esiste alcun programma capace di effettuare una traduzione automatica, riproducendo al meglio il testo di partenza e le sue infinite sfumature.
È per questo motivo che le traduzioni automatiche conservano la loro utilità soltanto ad uso “interno” (per decifrare grosso modo il contenuto di un documento, non per diffondere una versione “sconnessa” del proprio messaggio).
Poiché un collaboratore del Ministero ci ha fatto notare, a titolo di esempio, che la società Google ha messo a punto un traduttore automatico di ottima qualità, Le inviamo in allegato una copia di questa lettera ritradotta in francese da Google, a partire da una versione inglese realizzata da un professionista.
(…)
Mi sono permesso di tagliare l’ultimo paragrafo, con la proposta delle due associazioni di ricorrere ai loro servizî e i saluti. Trovo ottima l’idea dell’allegato ritradotto in francese dal programma Google Translate e infatti Charlie Hebdo ha pubblicato anche quello. Per darvi un’idea del risultato, ho fatto un’operazione simile: ho copiato l’originale francese e l’ho fatto tradurre in italiano da Google Translater. Ecco la versione del traduttore automatico:
Signora Ministro,
La società francese traduttori (SFT) e l'Associazione di Letteratura Translators de France (ATLF) hanno preso atto con profondo stupore del capitolato d'appalto aggiudicato dai Suoi servizi al fine di garantire la traduzione in otto lingue di sistema automatico siti web del Ministero della Cultura. E 'chiaro che questa traduzione automatica pura senza leggere o revisione.
La "traduzione" che si desidera acquistare è, per definizione, realizzato in lingue straniere, non sarà possibile valutare la qualità di immagine da mostrare al mondo non francofoni. Al contrario, i lettori stranieri possano sentirsi sconvolto (o insultato) di questo tentativo da parte del Ministero della Cultura del multilinguismo uno sconto.
La nostra preoccupazione va al di là dei nostri interessi corporativistes. E 'come cittadini e soggetti interessati alla vita culturale francese che vogliamo evitare la Francia e il Ministero della cultura, in particolare, diventare il ridere stock di paesi stranieri. Il nostro argomento è semplice: traduzione automatica è del tutto inopportuno il tuo progetto. Anche se il basso costo e la velocità della sua produzione sono vantaggi per coloro che fare una sola lingua, non vi è alcun software in grado di tradurre automaticamente, fare il miglior testo originale e la sua infinite sfumature.
Questo è il motivo per cui la traduzione automatica sono validi solo uso "interno" (per definire ciò che è e non alla diffusione di una "abêtie" del nostro messaggio).
Uno dei collaboratori del vostro ministero che abbiamo indicato, ad esempio, che il traduttore automatico di Google è stato molto buono, vogliamo inviare in allegato una copia di questa lettera in francese indietro Google, secondo una versione in lingua inglese fatto da un professionista.
(…)
Che dire? Mi aspettavo di peggio. A parte qualche frase sconnessa, varî controsensi e paragrafi che sembrano dettati da Tarzan, il risultato non è proprio atroce. Sicuramente un testo del genere rimane comunque impresentabile e questo aspetto dovrebbe interessare a un’istituzione come il Ministero della Cultura, dato che uno dei suoi compiti consiste nell’essere una sorta di vetrina mondiale della cultura francese. È chiaro che, realizzando la traduzione dei proprî siti a mezzo traduttore automatico, il Ministero potrà soltanto danneggiare l’immagine di quella cultura che è chiamato a promuovere anche sul piano internazionale. Se la priorità è il risparmio, allora tanto vale rinunciare al progetto, piuttosto che investire piccole somme in iniziative controproducenti.
In una discussione a cui ho preso parte di recente, qualcuno ha paragonato i traduttori automatici a dei botti non omologati : “fanno un gran baccano e, se non li maneggiate con la dovuta dimistichezza, rischiano di scoppiarvi in mano”. Lo stesso dicasi delle traduzioni professionali affidate a stagisti inermi o all’interinale di turno. Parole su cui tuttavia non dovrebbe riflettere soltanto Mme Albanel.
Quando ho letto l’articolo su Charlie Hebdo, ho subito pensato al mio ultimo datore di lavoro in Italia. Non farò nomi, mi limiterò a dire che si tratta di un gruppo bancario italiano, che negli ultimi anni si è ritagliato una posizione ragguardevole nei mercati finanziarî dell’Europa centro-orientale. Sulla mia scrivania un bel giorno è finito un fascicoletto, che ho dovuto tradurre dall’italiano in inglese. Si trattava di un manuale, che spiegava agli esercenti affiliati come gestire le transazioni realizzate a mezzo POS con l’aiuto di un’applicazione basata sul web, implementata e distribuita dalla banca. Prima di mandarmi il documento, l’impresa aveva pensato bene di risparmiare tempo e denaro ricorrendo a un traduttore automatico, ma data la qualità vergognosa della traduzione, si è poi accontentata di risparmiare soltanto denaro e ha affidato la traduzione al sottoscritto.
Si tenga in considerazione che allora ero soltanto un operatore di call center, in forza a un’équipe che si occupava di vendere biglietti per diversi concerti e spettacoli (la banca offriva i servizî del suo call center anche a terzi e alcuni di questi erano organizzatori di eventi e spettacoli); che non sono mai stato un traduttore qualificato; e infine, che non avevo alcuna familiarità con il linguaggio tecnico impiegato nel manuale, a tal punto che di molti termini non conoscevo il significato neppure in italiano. Temendo che la mia traduzione non sarebbe stata in linea con le aspettative dei clienti, non ho mancato di fare presenti le mie difficoltà, ricevendo grosso modo la risposta seguente: “Tu sai l’inglese, no? Allora traduci, per cortesia.” Da lavoratore interinale qual ero, rifiutando mi sarei probabilmente giocato il rinnovo del contratto. Ho fatto il mio interesse e ho accettato. Ché se l’impresa non era in grado di curare il proprio tornaconto e di rispettare i proprî clienti, la colpa non era certo da addebitare a me.
... diceva Cartesio. Tuttavia il francese ha dimenticato di aggiungere che la stupidità invece è la peggio distribuita: non serve a nessuno, eppure ce n'è una quantità industriale in tutti i paesi del mondo.
A chi si fosse sentito offeso dai recenti spot pubblicitarî diffusi dalle emittenti tedesche per la ditta Media Markt, mi piacerebbe sentire dire cosa pensa degli ultimi numeri delle due più vecchie riviste satiriche tedesche, Titanic e Eulenspiegel.

"Punizione suprema per nonno Orco: Fritzl diventa mascotte dell'Europeo" - Copertina di Titanic

"Arrivano gli Austrogoti" - Copertina di Eulenspiegel
I meglio informati avranno già capito che entrambi i giornali si riferiscono alla vicenda di Amstetten. Casomai la Bild-Zeitung avesse bisogno di concorrenti in fatto di cattivo gusto e idiozia, ora saprà a quale porta bussare. Gli spot di Mediamarkt, con i loro insistenti ammiccamenti allo stereotipo del macho italiano, a confronto sono un banale scherzetto.
Che un numero non indifferente di tedeschi tenga i vicini austriaci in scarsissima considerazione in fondo non è una novità. Così come non è una novità che certa stampa tedesca non di rado si faccia interprete di questa scarsa considerazione - i numerosi esempî citati da Gabriele Holzer nel suo libro Verfreundete Nachbarn (Kremayr & Scheriau, 1995) lo dimostrano. Questo è l'ennesimo caso, anche se mi sembra più biasimevole dei precedenti.
Non ho nulla contro la satira o l'humour nero, ma forse sarebbe meglio che le due riviste tornassero a scegliersi bersaglî di ben altro tenore. Che fine hanno fatto Kurt Beck e gli altri? In un paese in cui i diktat bulgari non sono quello che si dice "il pane quotidiano", certi giornalisti satirici potrebbero tornare a prendersela con qualcuno della propria taglia.