– Cristina, dorme… lo puoi riprendere?
Lo dicevi in dialetto e forte, ché il trattore era acceso e ché dacché ti ricordo sei sempre stato sordo come una campana. Ti accompagnavo spesso quando andavi ad arare e volevo sempre salire nell’abitacolo con te, con tutto che il rumore era assordante e il trattore s’inclinava e bisognava aggrapparsi forte. Mamma restava in limine al campo con il passeggino, pronta a recuperarmi quando mi fossi addormentato – e accadeva quasi sempre.
Ti conobbi ch’eri quasi già vecchio. Non soltanto ci sentivi poco, ma camminavi strascicando i piedi e sapevamo sempre che eri tu, ancor prima di vederti arrivare, per il ciabattare che si sentiva da lontano. Avevi una barba ispida e bianca, che radevi spesso e con cura, con l’aiuto di quel leggendario rasoio elettrico e di un minuscolo specchio che appendevi alla finestra del bagno. Anche i tuoi capelli, folti ai lati e sulla nuca, più parsimoniosi altrove, tendevano al bianco. Ogni mese Mario veniva a tagliarteli ed io rimanevo per ore ad ascoltarvi – ma mai che Mario avesse un po’ di fretta? – e a ridere dei vostri scherzi. Spesso Mario tagliava i capelli pure a me. E così ogni volta, dopo essermi guardato allo specchio, la voglia di ridere se ne andava quasi tutta.
Si, eri quasi già vecchio, ma fumavi ancora di nascosto con Dante e una volta – non andavo neppure alle elementari – hai messo un dito di rosso nel mio bicchiere d’acqua ed era come se stessimo facendo una bravata insieme. “Per disinfettare l’acqua, non si sa mai”, hai aggiunto poi con la voce quasi seria.
Di solito eri tu che venivi a prenderci a scuola o a catechismo. Guidavi una vecchia Ritmo azzurra, mula e bolsa. Spesso ti dimenticavi di scalare, così andavi quasi sempre in quarta e rigorosamente ai 60 all’ora. Per fare manovra, non giravi mai la testa, per pigrizia o forse perché ti doleva il collo. In compenso agli stop ti fermavi sempre, “casomai i carabinieri stessero passando di là proprio in quel momento”. A volte mi chiedo com’è che siamo sempre arrivati a casa sani e salvi; ma forse il merito è di tutti quei santini e delle medagliette che tappezzavano la tua auto.
Caspita, se guidavi male... Con te al volante, quella Ritmo era una specie di giostra della paura. Ed era forse per rimettermi dallo spavento o per distrarmi che ti chiedevo di raccontarmi di quand’eri giovane. Perché sarai stato pure un pessimo autista, ma una cosa è certa: quando iniziavi a raccontare, si era pronti a scordare tutto il resto.
Mi parlavi di un mondo che ormai non c’era più: i campi gremiti di braccianti, i Landini testa calda, le prime trebbie, il mais messo a seccare nell’aia e le palate controvento a disperdere la pula. Mi parlavi di una campagna ancora viva e vitale, com’io non l’ho mai conosciuta. Mi parlavi del tuo babbo, di quanto aveva lavorato sodo e della malattia che lo portò via.
Mi parlavi dei tuoi cani e della tua guerra, del militare ad Arsiero, della notte in fuga da Padova, dopo l’8 settembre, e di quei mesi in clandestinità a Fiesso Umbertiano, quando i repubblichini rastrellavano anche i fienili. Tornasti a casa in tempo per vedere il caos della ritirata tedesca ed è soprattutto di quella che raccontavi: delle bombe americane su Lusia, del ponte di barche che i tedeschi avevano costruito pressapoco di fronte a casa nostra, dei tentativi disperati di passare il fiume a nuoto di quei ragazzi, trascinati dalla corrente insieme ai cavalli. Quando parlavi di quei cavalli avevi gli occhi lucidi; quasi avresti pianto, ché alle bestie hai sempre voluto un gran bene.
Quanti ricordi, nonno... I tuoi ed i miei. Ora che hai respirato tutto il fiume e la corrente ha trascinato anche te, sono tutto quel che ci resta. I nostri ricordi ed un gran personaggio: il vecchio Siller, lunatico e cocciuto, ma anche buffo, che non voleva saperne dell’apparecchio acustico e che mi chiedeva pure di far sparire le banane offertegli dalle infermiere. Non ti piacevano le banane – molto meglio le caramelle che ti portava zia – ma rifiutarle ti pareva brutto. Il vecchio Siller che si commuoveva ogni volta, quando ci vedeva arrivare, e che ci salutava con la mano dalla sua sedia a rotelle, con un gesto che faceva pensare a un vecchio papa buono.
Ciao anche a te, nonno Siller. È stato bello fare un pezzo di strada assieme. Ogni tanto ci faremo ancora due chiacchere. E del resto a chi importa più ora dell’apparecchio acustico? La prossima volta non avremo bisogno di gridare. Ma ora riposa, riposa in pace.