Questa sera non parlo di Germania-Est o di Germania tout court, né di lingua soraba o poesia francese, né di viaggî a Strasburgo o in Europa dell’Est. Stasera Farfadet torna per un momento in Italia, complice la lettura del blog di un’altra italiana all’estero, Isadora. Nel post del 22 ottobre scorso, intitolato “Spunti di riflessione”, Isadora notava come tra gli italiani sia largamente diffusa la tendenza a sottovalutare le implicazioni che il problema-mafia assume nella vita del Belpaese – di tutto il nostro Paese, compreso il mondo dei media italiani. Il post, “scritto di getto in un momento di amarezza”, è ampliato dai numerosi commenti, in cui, attraverso un vivace confronto con alcuni degli ospiti che frequentano la sua casetta virtuale, Isadora esplicita ulteriormente il proprio pensiero. Si tratta di osservazioni interessanti e condivisibili; consiglio di spendere un po’ di tempo per leggere il post e i relativi commenti.
Tuttavia non sono soltanto gli spunti di riflessione di Isa a motivare il mio intervento di questa sera. Il post sopra citato prendeva le mosse dallo sfogo di un altro blogger, Gabriele Renzi, che ho letto per intero, incappando sul link ad un articolo de Il Messagero. Ora, la lettura dell’articolo, che riferisce dell’aggressione subita il 20 ottobre scorso a Roma dal giornalista Lamberto Sposini ad opera di due ignoti malviventi, mi ha profondamente infastidito. È un articolo di pessima qualità, in cui si dimenticano le regole fondamentali del giornalismo. Non ci si scordi che a pubblicarlo non è un giornaletto di parrocchia, bensì il supporto online del quotidiano più popolare d’Italia centrale. Gli fanno compagnia articoli de La Stampa, de Il Corriere della Sera e di altri quotidiani, a dimostrare che l’Italia deve troppo spesso accontentarsi non soltanto di un’informazione poco libera, bensì pure di un’informazione di scarsa qualità (e non escludo che le due cose siano almeno parzialmente in rapporto di causa-effetto).
Ma torniamo alla notizia o, meglio, al modo in cui è stata riportata da buona parte dei media italiani: perché mi fa tanto arrabbiare? Per cominciare fornisco i link di tre articoli e ne riporto il titolo (nel caso del Corriere, anche occhiello e sommario):
Riporto ora le dichiarazioni della vittima, così come le riferisce Il Messaggero nell’articolo citato:
Io stavo uscendo dall'auto e si sono presentati con volto coperto da passamontagna neri, aggredendomi – ha raccontato Sposini. Per fortuna avevo lo sportello solo semi-aperto, in quanto di fianco c'era un muro che impediva l'apertura completa e questo mi ha salvato. Loro non sono riusciti a tirarmi fuori dalla macchina, ma mi hanno solo riempito di botte: al volto con diversi pugni e in testa con un corpo contundente metallico, forse il calcio di una pistola. Durante l'azione hanno scambiato fra di loro pochissime parole, assolutamente incomprensibili. Poteva essere una lingua straniera come anche un dialetto italiano strettissimo. Hanno farfugliato qualcosa fra di loro. Con me, di fatto, non hanno parlato: non mi hanno detto “dammi questo, dammi quello”. Mi sembra di aver capito soltanto una parola tipo “la pistola” o qualcosa del genere.
La Stampa e Il Corriere esordiscono entrambi sintetizzando l’accaduto in questi termini:
Il giornalista televisivo Lamberto Sposini è stato aggredito e rapinato, questa notte a Roma, da due persone che la stessa vittima avrebbe descritto come stranieri, quasi certamente romeni.
C’è un’evidente discrepanza, che mi sembra avere soltanto due possibili spiegazioni: o il giornalista de Il Messaggero si è divertito a complicare inutilmente le dichiarazioni della vittima, o Sposini si è espresso davvero con queste parole, ma ai colleghi dei quotidiani di Milano e Torino le dichiarazioni del giornalista telesivo sono sembrate troppo prudenti e inefficaci.
La prima ipotesi mi sembra inverosimile. Del resto il quotidiano romano apre in contraddizione con le dichiarazioni della vittima, optando per una versione dei fatti simile a quella proposta dai suoi omologhi settentrionali:
Lamberto Sposini è stato aggredito e rapinato la notte scorsa all'Aventino da una coppia di stranieri, probabilmente romeni.
Come negli altri due articoli, anche in questo caso l’ipotesi del “dialetto italiano strettissimo” è deliberatamente ignorata, l’origine straniera dei malviventi è data per certa, mentre si comincia a dar credito a una sorta di “pista rumena”, la quale rimane tuttavia una supposizione. Si noti l’avverbio probabilmente, un’ultima remora che evapora senza lasciar traccia al momento di redigere i titoli. Il lettore frettoloso, quello che legge in diagonale, buttando l’occhio ai titoli e, quando va bene, alle prime frasi di un pezzo, soffermandosi soltanto sugli articoli che più lo interessano, incapperà sull’articolo de Il Messaggero e commenterà una volta di più tra sé e sé o insieme al barista e ai compagni d’ombre che “questi rumeni vengono in Italia soltanto per rubare e ammazzare”.
Che i titoli di un quotidiano siano disinformativi e inducano il lettore in errore è grave e grave è pure che in un articolo di cronaca il giornalista dia credito ai “si pensa” e ai “si dice”. Con ciò non si vuol dire che in un articolo di cronaca non vi sia spazio alcuno per le supposizioni; nel formulare ipotesi vi sono tuttavia alcune regole da rispettare: in primo luogo, in nessuna delle parti dell’articolo (e tanto meno nel titolo, che è la parte con la maggior probabilità di essere letta) una supposizione può trasformarsi per magia in verità assodata; in secondo luogo, un’ipotesi emana sempre da qualcuno (gli inquirenti? la vittima?) e deve possedere quanto meno il requisito della probabilità. Un’ipotesi è probabile quando ha l’apparenza di verità, sul fondamento di argomenti attendibili ma privi di certezza assoluta. Tali argomenti devono essere nominati.
Nei tre articoli citati non si presta attenzione a nessuna di queste norme. I titoli viaggiano a cavallo dell’ormai scontata associazione rumeno-malvivente e sono una grossolana approssimazione del contenuto dei pezzi. Inoltre non si capisce da dove sia uscita l’ipotesi della “coppia di romeni”. La fonte non può essere la vittima, che nelle sue dichiarazioni non fornisce elementi utili a ipotizzare l’origine dei malviventi – Sposini non era neppure certo che si trattasse di stranieri. Come ci sono arrivati allora i due rumeni nelle redazioni di Milano, Roma e Torino? Semplice: per un’analogia. Dapprima l’ANSA, poi le testate giornalistiche, hanno collegato la vicenda a un’aggressione subita da Tornatore in agosto nella zona dell’Aventino. Dato che Tornatore e Sposini sono entrambi personaggi pubblici, dato che entrambi sono stati aggrediti di sera nella zona dell’Aventino e dato che gli aggressori di Tornatore erano rumeni, gli aggressori di Sposini sono quasi certamente rumeni. Ai giornalisti è sembrata una conclusione di rigore sillogistico.
A questo punto credo che inizierò ad informarmi su Astra.
