Lezioni di tifo
Nel tardo pomeriggio il centro di Lipsia è già percorso in lungo e in largo da sciami di tifosi. Tra l’Augustusplatz e la stazione ferroviaria è tutto un fermento di cori, bandiere e giovani con i capelli o il volto dipinti di nero, rosso e oro; in mezzo ai tricolori tedeschi sventola timida, ma indisturbata, anche qualche bandiera spagnola. Alla gelateria San Remo e negli altri ristoranti dotati di maxi-schermo gli unici tavoli liberi sono riservati: volevi mangiare una crêpe? Niente da fare. All’angolo tra la Grimmaische e la Nikolaj-Straße ti ferma magari un gruppetto, che vuole i pronostici dei passanti sull’esito della finale. Gli interessano soprattutto i pronostici degli stranieri; ma come fare a individuarli in una città variopinta come Lipsia? Devono aver fatto già un bel po’ di buchi nell’acqua. Mi hanno lasciato passare indisturbato e interpellano un ragazzo con un fisico da Masai che cammina non lontano da me, per poi scoprire che è nato qui…
Sistemate le commissioni che mi hanno attirato in centro, prendo il tram per Markkleeberg. Guarderò la partita in compagnia di amici e conoscenti che abitano nella periferia Sud. A tratti sulla Karli il tram procede a passo d’uomo, ché la gente, assembrata di fronte alle terrazze dei pub, ha invaso anche la strada e i capannelli arrivano a lambire le linee dei binarî. La febbre del calcio si fa sentire anche in vettura. Gruppi di ragazze e ragazzi strombazzano e intonano canti da stadio. Il ritornello di Nel blu dipinto di blu è diventato un meno poetico “Finale, o-oh…”. Una ragazza si è travestita da bandiera: reggiseno nero e slip rossi, le gambe tinte di giallo, i fianchi di rosso e le spalle di nero. L’idea è divertente, peccato che passi il suo tempo a urlare dentro una trombetta, producendo un suono che fa pensare a un’oca torturata a morte. I miei timpani hanno provato immensa gratitudine, quando finalmente è scesa.
A Connewitz Kreuz scendo anch’io, ché qui devo cambiare. La festa continua, l’affluenza cresce. Già all’inizio di giugno, uno dei ristoranti ha sconfinato su un giardinetto pubblico, installandovi uno schermo gigante e ricoprendo lo spazio residuo di tavole e panche, oggi occultate dalla folla. Due Imbiss hanno il loro bel daffare a rifornirla di birra, Currywurst e gelati. Frattanto arriva il 9, che mi porta verso lidi più tranquilli, a Markkleeberg West. Qui i miei amici hanno già messo all’opera il barbecue e, prima del fischio d’inizio, possiamo concederci un paio di Bratwurst mit Senf all’aperto. Alle 20:45 siamo tutti ai nostri posti, con la nostra brava bottiglia di Radeberger a portata di mano. I bambini – per loro succo di frutta – fanno meraviglie, vedendo che gli spagnoli non cantano l’inno. Gli spiego che per la Marcha Real un testo ufficiale non c’è e i giocatori al massimo potrebbero cantare “na, na, na…”; sarebbe divertente aber nicht so feierlich. Poi viene il turno dell’Einigkeit und Recht und Freiheit e la telecamera inquadra uno ad uno i giocatori della selezione tedesca. I bambini conoscono i nomi di tutti, ma pendono soltanto dalle labbra di Michael Ballack e Jens Lehmann.
La partita comincia e nei primi dieci minuti le due squadre sembrano equilibrate, anzi è la Germania a creare la prima occasione: Miroslav Klose intercetta un passaggio a pochi metri dall’area spagnola e riesce ad avvicinarsi pericolosamente alla porta di Iker Casillas, ma, braccato da Puyol, non riesce a coordinarsi per il tiro. La partita per il momento non è molto divertente: Casillas rinvia un paio di volte direttamente nelle braccia di Lehmann e i tedeschi provano a venire avanti, ma mancano di precisione. Nonostante il pericolo appena corso, gli spagnoli continuano a palleggiare a qualche metro dalla loro area. Il pubblico tedesco fischia, ma quella della difesa spagnola non è melina: sembra quasi l’inspirazione del felino, prima di lanciarsi a colpo sicuro sulla preda. Appena uno dei centrocampisti spagnoli è in posizione, dalla difesa parte un passaggio basso che puntualmente lo raggiunge; segue uno spiazzante cambio di ritmo, con accelerazioni sulle fascie, combinazioni e cambî di gioco brillanti, scambî veloci e sempre precisi, con Xavi Hernández e Fernando Torres che arrivano più volte al tiro.
Gli spagnoli toccano meno palloni, ma sono più precisi e bloccano sul nascere buona parte delle azioni avversarie, intercettando molti dei passaggi tedeschi. Rigiocano subito la palla e si rendono pericolosi, costringendo Lehmann a metterci la pezza in un paio di occasioni. Nelle file tedesche si comincia a intravedere qualche segno di frustrazione, la Spagna al contrario cresce e continua a recuperare palloni, fino alla rete di Torres: recupero a metà campo, la difesa e il centrocampo iberico fanno girare la palla con l’abituale precisione, in cinque passaggi il pallone viaggia dalla trequarti spagnola a quella tedesca; poi tocco velenoso in profondità per Torres, che batte Philipp Lahm in velocità e bluffa Lehmann in uscita. È il 33° minuto. In sala qualcuno ha persino applaudito. C’è un po’ di delusione nell’aria, tanta ammirazione per gli spagnoli e la rassegnata consapevolezza che questa sera la nazionale non è all’altezza della situazione. Con noi c’è una signora che ha fatto battute scherzose per tutta la partita e ora canzona il marito: “Su, dài, non essere triste”. “No, sta’ tranquilla, per quello aspetto il 2 a 0”, le risponde lui.
Quel che resta del primo tempo se ne va indolore, pur con qualche spavento nei paraggi di Lehman. All’intervallo stappiamo altre birre e parliamo di tutto, ma non di calcio, e faccio conoscenza con un simpatico signore, che da un anno insegna in una scuola tedesca a Istanbul. Poi inizia il secondo tempo. Siamo curiosi di vedere se dopo l’intervallo è cambiato qualcosa: l’atteggiamento delle due squadre, l’assetto tattico, qualche uomo nuovo in campo. Effettivamente c’è Marcell Jansen, che ha preso il post di Lahm; probabilmente Joachim Löw vuole mettere un po’ di pressione in più sulla fascia sinistra. Sembra una buona mossa, nei primi 15 minuti i tedeschi si difendono meglio e riescono persino a rendersi pericolosi: Klose recupera un pallone nei pressi della bandierina del calcio d’angolo e lo mette in mezzo, Ballack lo indirizza di prima verso la porta di Casillas, ma il tiro, seppur di poco, si spegne sul fondo, insieme alla grinta e alla lucidità dei tedeschi.
Il tempo stringe, i tedeschi si fanno prendere dal panico e non riescono più a costruire gioco offensivo. Gli spagnoli dilagano e sprecano molto: Marcos Senna, all’origine di una splendida combinazione, non riesce a deviare in porta il pallone che Xabi Alonso gli ha appena appoggiato di testa nell’area piccola di Lehmann. Anche gli spagnoli ora hanno un paio di uomini freschi in campo. Löw dal canto suo prova ad aggiungere una punta, ma, per non scoprirsi troppo, sceglie di non togliere un difensore: esce Thomas Hitzlsperger; il pubblico si aspetta l’ingresso di Mario Gómez, ma l’allenatore tedesco gli preferisce Kevin Kuranyi. Con un centrocampista in meno la Germania si rivela ancora più affannata e incapace di manovrare: davanti ci sono due punte, ma i palloni non arrivano, mentre gli spagnoli continuano a tenere alto il ritmo e ad impegnare la retroguardia avversaria. Poi Klose lascia il posto a Gómez, ma non cambia nulla. Il triplice fischio dell’arbitro Rosetti mette fine all’incontro e la Spagna è campione d’Europa.
Matthias stacca il proiettore, prima che inizino le premiazioni. Tutti sono d’accordo nel dire che gli spagnoli hanno meritato la vittoria. Nessuno però critica i giocatori tedeschi e tanto meno il loro allenatore. Scambio un paio di battute con gli altri, poi saluto e mi dirigo alla fermata del tram. Passa qualche auto: alcune dànno fiato ai clacson e mi accorgo che nessuno ha ritirato le bandiere. Arrivano un paio di ragazzi giovani in bici e esultano: “Vice-campioni!” È la prima volta che la sento, questa… A casa sento qualche botto e ho qualche dubbio: stanno semplicemente facendo scoppiare i petardi che si erano procurati in caso di vittoria o stanno festeggiando il secondo posto?
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Stamane mi sono alzato e sono andato al lavoro. Alle finestre ho visto ancora le bandiere e anche sulle auto e le biciclette. Al lavoro i colleghi hanno l’aria un po’ delusa, eppure orgogliosa. Parlano bene degli spagnoli ed è chiaro che per loro, che pure avevano sperato in una vittoria, il secondo posto non è una magra consolazione, bensì un traguardo. Questa compostezza mi piace e mi fa pensare che molto spesso in Italia non sappiamo perdere, che anzi altrettanto spesso non sappiamo neppure vincere. Ripenso ai cori di Verona, nella notte tra il 9 e il 10 luglio di due anni fa, in cui si dava della meretrice alla madre di Zidane. E penso ai gestacci di alcuni amici in autostrada, ogni volta che avvistavano un auto con la targa francese. Penso a mille altri modi di denigrare gli avversarî, invece di far festa, e allo stesso tempo penso a quel compostissimo: “Sie haben es verdient”(1) seguito dalle clacsonate e da sana gaiezza. E mi dico che forse sì, in confronto ad altri popoli facciamo un po’ pena.
