À nous Paris
Di ritorno a Parigi, Renata ed io separammo i due fronti e ci occupammo dapprima soltanto della ricerca di un impiego. Trovammo subito un posto in una pizzeria vicino a Nation, ma fu una falsa partenza: il padrone, un signore genovese di mezza età, cambiò improvvisamente idea e ci licenziò pochi giorni dopo, invitandoci a lasciare immediatamente il piccolo appartamento senza riscaldamento che ci aveva concesso in rue du Faubourg St.-Antoine. Tornammo dunque a fare il giro degli ostelli della gioventù. Spesso riuscimmo a trovar posto in un ostello vicino alla stazione Ledru-Rollin, in cui ci formammo un gruppetto di amici. Erano tutti disperati come noi: qualche italiano, qualche americano, un canadese, un israeliano. Bizzarramente, una volta che si furono sistemati, perdemmo di vista tutti gli italiani – tranne Serena, che una volta ci ospitò da lei.
Con noi si fermava spesso anche un giornalista polacco, Tómasz, a Parigi per seguire dei corsi di lingua e scattare fotografie. Si sarebbe fermato poco più di un mese, dopodiché avrebbe fatto ritorno a Cracovia, dove l’aspettavano famiglia e lavoro. Con i suoi racconti e la sua capacità di ascolto, Tómasz aveva il dono infallibile di farci riemergere dal nostro mare di guai per godere di qualche istante di allegria e di serenità. Una domenica mattina mi vide mentre ero da solo a leggere su una panchina di uno square nei pressi dell’ostello e mi invitò ad andare con lui all’Istituto del Mondo Arabo. Ricordo soprattutto che ci sedemmo alla caffetteria, gustammo un delizioso tè alla menta e prelibati dolci libanesi, parlammo del più e del meno, leggemmo in silenzio, salimmo alla terrazza all’ultimo piano per vedere l’Île de la Cité dall’alto, quindi ci recammo a Nôtre Dame e ascoltammo le note maestose dell’organo, che congedavano lo sciame di fedeli alla fine della messa. Tómasz seppe che una delle mie aspirazioni era diventare giornalista e mi chiese se avevo già letto qualcosa di Ryszard Kapuściński, ma non ne avevo ancora sentito parlare, così mi raccomandò di leggere almeno Imperium, un consiglio che seguii soltanto un paio d’anni più tardi. Partì a fine ottobre e per molti di noi fu una separazione triste: ci stava lasciando una sorta di fratello maggiore.
Fu Tómasz a soprannominarci “the receptionists family”, quando Renata ed io trovammo il primo lavoro stabile: entrambi segretarî di ricevimento in due alberghetti del centro. Se sapesse che oggi anche la sorella più piccola ha un posto di lavoro simile…Non erano passate tre settimane e ancora eravamo senza fissa dimora, ma almeno un problema era risolto. Tenemmo duro fino ai primi giorni di dicembre, poi finalmente trovammo un alloggio. Nel frattempo avevamo potuto interrompere di tanto in tanto il giro degli ostelli, grazie a due colleghi di mia sorella, una signora greca ed un ragazzo francese, che ci ospitarono per un paio di notti nei rispettivi appartamenti. Anche la direttrice dell’albergo in cui lavoravo, avendo saputo che mia sorella si era ammalata e tenuto conto che in quel periodo l’albergo era semivuoto, ci aveva concesso l’uso di una stanza per una settimana, il tempo che Renata si riprendesse.
Mia sorella trovò una stanza in un appartamento in rue de la Michodière, vicino all'Opéra Garnier. La coinquilina, titolare di un contratto di affitto che non vedemmo mai, era una studentessa dell’IUFM, l’istituto che prepara gli aspiranti insegnanti ai concorsi organizzati dalle accademie per il reclutamento di istitutori e professori. Io entrai invece in un monolocale in rue Saint-Antoine nel Marais, il quartiere ebraico e omosessuale. Lo condividevo con Giuseppe, un simpatico architetto calabro, a Parigi per effettuare uno stage. Ero in subaffitto e potei restare soltanto per tre mesi. Poi in marzo mia sorella partì per Coblenza e io rilevai la sua stanza.
Nella mia nuova camera c’era un pianoforte verticale, un Rameau un po’ datato che avrebbe avuto bisogno di una bella accordatura. Alle medie avevo imparato come si costruivano le scale in modo maggiore e minore e come si formavano gli accordi. Erano nozioni che non avevo scordato. Quand’ero solo in casa, mi sedevo al piano e mi dedicavo all’esplorazione della tastiera. Inizialmente improvvisavo soltanto sulle pentatoniche minori, poi presi a spaziare su strutture più varie. Cercai anche di riprodurre Personal Jesus, Daysleeper o Karma police e altre canzoni che ascoltavo in quel periodo. Non mancavo di passione né di inventiva, tuttavia avevo gravi lacune tecniche. Suonavo nervosamente, non aveva un bel tocco e facevo fatica a tenere il tempo, tutti difetti che richiesero molto tempo per essere corretti. Imparare bene una cosa sin dall’inizio è molto più semplice che correggere in seguito i vizî derivati da un cattivo apprendimento.
Grazie ad Anna, una collega con cui Renata aveva stretto un bel rapporto d’amicizia, mi ero iscritto anche all’università. Ormai mi ero quasi rassegnato a lasciar perdere gli studî, pur di lavorare a tempo pieno e riuscire a mantenermi, ma Anna mi fece notare che una cosa non escludeva l’altra. Mi consigliò di informarmi sulle formazioni proposte dalla FIED, una rete per l’insegnamento a distanza implementata da una quarantina di università francesi. L’anno accademico era già iniziato e l’Università della Franca Contea era la sola a non aver chiuso le iscrizioni. Dietro pagamento di una retta irrisoria, mi iscrissi allora alla facoltà di storia e ancora una volta fui fortunato, ché l’università si rivelò seria e ben organizzata: ricevetti puntualmente tutte le dispense, peraltro molto complete, e ogni volta che contattai il segretariato o i professori per ottenere ragguagli, ricevetti risposte rapide e esaustive. Inoltre Besançon è una deliziosa città di provincia e passarci un paio di settimane all'anno per dare gli esami fu gradevole quasi quanto una vacanza.
A Parigi intanto mi ero fatto delle amicizie. Continuavo a vedere alcuni dei ragazzi dell’ostello e uscivo spesso con i miei colleghi o con Anaïs, una ragazza che avevo conosciuto nelle due settimana da studentello alla Sorbona e con cui ero rimasto in contatto. A parte Anaïs, tutti i miei amici avevano qualche annetto in più di me, ma con loro stavo particolarmente bene: mi trattavano da adulto e allo stesso tempo mi facevano sentire coccolato come un nipote o un cuginetto.
Ben diversamente andavano le cose in appartamento. Se la colocazione con Giuseppe era trascorsa all’insegna della collaborazione, del rispetto degli spazî altrui e della tolleranza reciproca, in rue de la Michodière la convivenza fu molto più turbolenta. L’ex-coinquilina di mia sorella era lunatica (per dirla con un eufemismo). A periodi era particolarmente socievole; allora si usciva a bere qualcosa, a vedere un concerto o con i suoi amici per un picnic sul Pont des Arts o al Quai de la Rapée. Poi improvvisamente entrava nella fase gatto-rognoso-puzzi-come-un-caprone e in-questa-casa-sei-solo-un-impiccio. Anche quand’era di luna buona, mi sbolognava le pulizie e dava per scontato che cucinassi per due, altrimenti si serviva tranquillamente della mia spesa.
Purtroppo R. era la titolare del contratto d’affitto e più di una volta tra le righe mi aveva fatto intendere che mettermi alla porta non sarebbe stato un problema, perciò strinsi i denti in attesa di trovare un’altra sistemazione. Intanto per godere di un po’ di intimità e risparmiarmi qualche volta la corvée in cucina, mi rifugiavo spesso da Eddy e Pascaline o, finito il turno serale in albergo, rimanevo in compagnia di Lawal, un mio amico che iniziava il turno quando io smontavo, e tornavo a casa con l’ultimo métro. Altrimenti cercavo di non farmi mai mancare in dispensa una bottiglia di rosso. Il vino era la mia ultima risorsa, ché la mia coinquilina aveva la balla allegra e quando aveva bevuto mi lasciava un po’ più tranquillo.
[continua…]
