Comincio questo post con una comunicazione di servizio: da un paio di settimane mi trovo nuovamente in Germania, a Lipsia, dove sto effettuando uno stage di tre mesi presso una piccola casa editrice. Non ho una connessione privata a internet, così posso navigare soltanto al lavoro o in un cybercafé. Per ovvie ragioni (correttezza professionale nel primo caso, tendenza al risparmio nel secondo) sto centellinando i miei interventi. Naturalmente vorrei raccontare anche quest'esperienza, perciò sto prendendo appunti che a casa metto in bella forma, nell'attesa di poterli postare. Uso un vecchio laptop, che funziona ancora benissimo, ma mi permette di salvare il materiale soltanto su floppy disc. Probabilmente pubblicherò più post in una volta sola, quando potrò usare un computer dotato di connessione a internet e in grado di leggere i miei dischetti. So che questo li penalizzerà un po' sotto il profilo della visibilità, ma siccome non soffro di ansia da prestazione applicata al blog, mi è abbastanza facile farmene una ragione. Rimando all'autunno la pubblicazione dei post sull'Ucraina, in parte per i motivi di cui sopra, in parte perché il mio programma di storia del 5° semestre prevede un interessante modulo sulla Galizia e la Bukowina, dal quale spero di trarre ulteriori elementi da integrare ai miei articoletti.
Passiamo ora al post vero e proprio, che scrivo in previsione della festa del 1 Maggio. Di seguito pubblico infatti il testo di una canzone di Bertolt Brecht (testo) e Hanns Eisler (musica), scritta a quattro mani a Londra sul finire del 1934 dai due artisti tedeschi. Se il primo non ha bisogno di presentazioni, mi sembra invece opportuno spendere due parole per introdurre brevemente il secondo. Nato a Lipsia, Eisler fu musicologo e compositore. In comune con Brecht ha un lungo e travagliato passato di esule. Di origini ebree e di simpatie comuniste, Eisler trascorse in esilio gli anni dal 1933 al 1948, toccando svariati paesi, dall'Austria alla Francia, dall'Olanda alla Spagna, fino agli Stati Uniti. Nel 1948, l'anno che segnò l'inizio del mccarthysmo, fu costretto a lasciare l'America e si stabilì in quella che di lì a poco sarebbe divenuta la Repubblica Democratica Tedesca. Mantenne tuttavia la cittadinanza austriaca, che aveva acquisita nei primi anni dell'esilio. Da musicologo collaborò con il filosofo Theodor W. Adorno, mentre da compositore è ricordato soprattutto per aver composto l'inno nazionale della RDT (Auferstanden aus Ruinen) e l'Einheitsfrontlied, di cui segue il testo.
La copertina di un disco di Hannes Wader (1977), in cui è ripreso anche l'Einheitsfrontlied
Einheitsfrontlied
Und weil der Mensch ein Mensch ist,
Drum braucht er was zum Essen, bitte sehr!
Es macht ihn ein Geschwätz nicht satt,
Das schafft kein Essen her.
|: Drum links, zwei, drei! :|
Wo dein Platz, Genosse ist!
Reih dich ein, in die Arbeitereinheitsfront,
Weil du auch ein Arbeiter bist.
Und weil der Mensch ein Mensch ist,
Drum braucht er auch Kleider und Schuh!
Es macht ihn ein Geschwätz nicht warm
Und auch kein Trommeln dazu!
Drum links, . . . .
Und weil der Mensch ein Mensch ist,
Drum hat er Stiefel im Gesicht nicht gern!
Er will unter sich keinen Sklaven sehn
Und über sich keinen Herrn
Und weil der Mensch ein Mensch ist,
drum hat er Stiefel im Gesicht nicht gern!
Er will unter sich keinen Sklaven sehn
und über sich keinen Herrn.
Drum links, zwei, drei!
Und weil der Prolet ein Prolet ist,
Drum wird ihn kein anderer befrein.
Es kann die Befreiung der Arbeiter
Nur das Werk der Arbeiter sein.
Drum links, . . . .
È un testo cui sono molto affezionato per varî motivi. Il primo è l'appello alla concretezza, espresso nelle prime due strofe, che invitano a non perdere di vista aspetti fondamentali, spesso oscurati da chi preferisce chiaccherare sul sesso degli angeli e nascondere i problemi dietro alla pompa delle fanfare. Il secondo è la tensione illuministica che anima l'ultima strofa, che riecheggia, oltre al marxismo, la formula kantiana dell'uscita dell'individuo dallo stato di minorità, senza affidarsi alla tutela di un'autorità (sia essa la Chiesa, il senso comune o il Partito). Paradossalmente mi piace anche il ritornello. Il verbo sich einreihen (schierarsi, entrare nei ranghi) può sembrare quasi guerresco e non nego che questo sia anche un canto di lotta. Tuttavia è anche un canto antimilitarista, da cui si può trarre pure una lezione non-violenta: per progredire è anche necessario non disperdere le forze, bensì canalizzarle, consolidarle, organizzarle intorno ad obiettivi comuni.
Chi sa leggere tra le righe, non si lascerà sfuggire la vena critica di questo testo. Basterebbe chiedersi: di chi sono le chiacchiere (Geschwätz) a cui allude? Il testo suona come un ammonimento, del quale i partiti dei lavoratori non sono meno destinatarî degli altri. A questi si rammenta anzi che l'emancipazione delle masse è un processo che non può essere delegato ad alcun partito, bensì deve partire da una presa di coscienza individuale, in altre parole dal basso. Stupisce che un testo così poco ossequioso possa essere stato scritto su incarico di un'istituzione ufficiale, qual era l'Ufficio Internazionale per la Musica di Mosca. Stupisce, se non si conosce bene Brecht.
Chiaramente, trattandosi di una canzone, c'è anche una melodia. Per chi volesse ascoltarla, lascio il collegamento al sito Chambre claire, che ne contiene una versione breve incisa da Hannes Wader nel 1977.
Nei commenti a breve apparirà anche la mia traduzione del testo in italiano.
A tutti: buon 1 Maggio!