Nel suo intervento al Senato del 15 maggio 2008, Silvio Berlusconi, prima di ottenere la fiducia di 173 dei 313 senatori presenti in aula, ha ribadito le sue posizioni in fatto di politica energetica: “Il nucleare è una scelta indispensabile”. Nell’agenda del nuovo Governo figura dunque il rilancio del nucleare in Italia. “Non c’è contraddizione fra sviluppo e tutela ambientale”, ha assicurato il nuovo Presidente del Consiglio, reiterando un atteggiamento diffuso, che consiste nel considerare il ricorso al nucleare come una possibilità sulla quale pesano soltanto interrogativi relativi all’impatto ambientale. Pur non considerandola una questione di secondaria importanza, preferisco per ora non entrare nel merito della tutela dell’ambiente, per rivolgermi invece ad un altro aspetto altrettanto importante: l’impatto economico. In qualità di cittadino e contribuente, vorrei infatti essere sicuro che non ci sia contraddizione neppure tra lo sviluppo del nostro Paese e il rilancio del nucleare preconizzato dal Governo con il bene placito dell’opposizione. Su questo punto tuttavia ho serî dubbî, che si possono schematizzare in quattro quesiti.
1. Abbiamo pensato a tutto?
A rischio di sembrare lapalissiano, non posso fare a meno di ricordare che come per produrre biciclette non è sufficiente aprire una fabbrica di biciclette, così per produrre energia nucleare non è sufficiente costruire e mettere in funzione un reattore a fissione. Oltre alle centrali, sono necessarî materie prime, impianti di conversione e arricchimento, infrastrutture per il trattamento e lo stockaggio delle scorie, ecc. Ora, mi chiedo se tutti questi aspetti siano stati debitamente presi in considerazione. Se mai ne fosse stato previsto lo sfruttamento, quale autonomia possono garantirci le Orobie e gli altri giacimenti uraniferi italiani? Quanto tempo ci vorrà prima che anche l’Italia comincî a importare minerale dall’estero? Saranno costruiti impianti di conversione ed arricchimento sul suolo italiano o importeremo minerale già arricchito? Sono già stati individuati siti idonei ad ospitare impianti per lo smaltimento e lo stockaggio delle scorie?
Il problema delle scorie in particolare non può essere sottovalutato. I tedeschi ne sanno qualcosa, specialmente dopo la chiusura degli impianti di stockaggio di Asse e Morsleben. Attualmente le scorie prodotte dalle centrali tedesche fanno per lo più la spola tra la Normandia (il sito di trattamento di rifiuti radioattivi di cui per lo più si serve la Germania si trova a La Hague) e il centro di stoccaggio provvisorio di Gorleben, una località della Bassa Sassonia, situata a un centinaio di chilometri da Wolfsburg e a una quindicina dal confine che divideva un tempo le due reppubbliche tedesche e separa ora i due Länder di Bassa Sassonia e Sassonia-Anhalt. Il trasporto dei contenitori CASTOR e il trattamento dei rifiuti radioattivi, realizzato in massima parte all’estero, generano costi elevati. A questo si aggiunga che Gorleben non rappresenta una soluzione definitiva al problema dello stockaggio e che attualmente la Germania è a corto di alternative, poiché l’altro sito disponibile, quello di Schacht Konrad, è idoneo soltanto allo stockaggio di rifiuti bassamente radioattivi.
Nei mesi scorsi il nostro Paese ha dimostrato tutte le sue difficoltà nel gestire persino lo smaltimento dei rifiuti domestici. Se oltre a questi ultimi consideriamo i rifiuti industriali, è evidente che il problema dello smaltimento riguarda tutto il Paese e non soltanto la Campania, come troppo spesso si è tentati di credere (soltanto perché la Campania è la regione italiana che più di tutte ne ha fatte le spese). Basti pensare alle prestazioni inquietanti del Veneto, la mia regione, che il rapporto Ecomafia 2008 stilato da Legambiente colloca al secondo posto nella classifica relativa al traffico illegale di rifiuti. Ora, proprio della Germania abbiamo avuto bisogno per ridurre la pressione derivata dalla nostra “spazzatura tradizionale” – aiuto concessoci, giustamente, dietro lauto compenso. La domanda sorge spontanea: siamo davvero sicuri che quando verrà il momento di smaltire la “spazzatura radioattiva” saremo meglio attrezzati e organizzati dei nostri amici tedeschi? Che garanzie ci offre il Governo su questo punto?
2. È conveniente?
Il rilancio del nucleare è dunque un’operazione complessa che si snoda su varî fronti, ciascuno dei quali implica degli investimenti (non solo iniziali). A quanto ammontano realmente? Quanto tempo sarà necessario per ammortarli? Da dove contiamo di prelevare le risorse per realizzarli? Quanto ci guadagneremo? Preciso, a scanso di equivoci: quanto ci guadagnerà il Paese (non Tizio, Castor o Sempronio)? Certo, l’Italia soffre di un evidente deficit energetico ed è costretta ad importare energia dall’estero (circa il 14% del suo fabbisogno). Inoltre il suo principale fornitore è la Francia, che dal canto suo copre quasi l’80% del proprio fabbisogno di energia elettrica grazie all’apporto di una ventina di centrali nucleari (in quella di Cotentin è attualmente in costruzione un nuovo reattore, con la partecipazione dell’ENEL, che sostiene il 12,5% della spesa). Nondimeno. il rilancio del nucleare è davvero una strategia efficace per ridurre la dipendenza energetica da Francia, Austria e Slovenia? Non rischia di generare costi superiori a quelli generati dall’importazione di energia?
Sapere che anche il Regno Unito sta riconsiderando l’opzione nucleare non basta a sciogliere gli interrogativi. Del resto non mancano gli esempî di paesi europei che hanno imboccato la strada opposta. L’Austria, uno dei nostri fornitori di energia, ha rifiutato il nucleare nel 1978, prima ancora che accadesse il disastro di Černobyl’ e che l’unica centrale nucleare costruita sul territorio austriaco aprisse i battenti. I Paesi Bassi e la Spagna hanno recentemente vietato la costruzione di nuove centrali e procederanno al graduale smantellamento di quelle esistenti. Nell’ottica dello smantellamento è entrato anche il Belgio, benché non vi sia tuttora stato alcun divieto esplicito alla costruzione di nuovi impianti. In tutti e tre i casi, lo smantellamento si annuncia come un processo lungo, che almeno in Spagna potrebbe tuttavia concludersi prima ancora che le centrali italiane siano diventate produttive. L’Europa in fondo è meno nuclearista di quanto si creda. Siamo sicuri di non aver nulla da imparare da quei paesi che hanno scelto di non percorrere o di abbandonare progressivamente la strada del nucleare?
3. Non è una soluzione anacronistica?
Quando si supera una certa soglia di complessità, il gigantismo – industriale, ma anche energetico – smette di essere una strategia produttiva vincente. Se questa soglia in Italia non è già stata superata, è previsibile che lo sarà in un prossimo futuro. Con un occhio a domani, sarebbe auspicabile riprogettare oggi il sistema italiano di produzione dell’energia nel senso di una diversificazione e scomposizione dello stesso in piccole e medie unità di produzione, creando così un macrosistema articolato in una rete capillare di microsistemi.
Le centrali nucleari sono compatibili con questa strategia di sviluppo? In fondo, a questa domanda credo di poter rispondere da solo: no. Ma del resto in Italia siamo sempre in ritardo di una generazione o due: il nucleare era una strategia di sviluppo attuale venti o trent’anni fa, ma negli anni Ottanta abbiamo rifiutato di applicarla. Il rifiuto, con tutte le sue ragioni, che ognuno è libero di trovare fondate o assurde, implicava altre scelte e responsabilità, che il Paese, oggi come vent’anni fa, preferisce non assumersi. Dopo vent’anni di politica energetica assolutamente carente, non si trova nulla di meglio che spacciare per innovazione quello che è inequivocabilmente un ritorno al passato, sia pur con l’attenuante delle nuove tecnologie.
4. Il nucleare per il Governo è una scelta necessaria; ma è anche sufficiente?
Concludo con quest’ultima preoccupazione. Il nucleare non sarà l’ennesima aspirina politica? Un semplice – e costoso – palliativo a una lunga stagione di inerzia e inettitudine in fatto di sviluppo energetico? Le panacee vanno di moda, le strategie complesse sono impopolari. Ma è vero anche che le ricette uniche, per videogeniche che siano, raramente sono efficaci. Il Governo oggi fa passare un messaggio molto semplice: “L’Italia soffre di un grave deficit energetico, un male che noi allevieremo rilanciando il nucleare”. Tutto qui?
Dare un’occhiata a quel che succede al di fuori di casa propria non dovrebbe servire soltanto a gioire dinanzi al rinnovato entusiasmo per il nucleare oltremanica. Ci sono altri spunti che si possono raccogliere. A nessuno è mai venuto in mente che per ridurre il deficit energetico e i costi da questo generati una delle prime misure da adottare è l’ottimizzazione dei consumi? Nemmeno all’impreditore, da cui, a detta di alcuni, l’Italia aveva bisogno di essere governata? Comincio a pensare che i nostri dirigenti politici avrebbero tutti bisogno di una vacanza a Heidelberg.
Ridente città del Baden-Württemberg, Heidelberg non merita di essere citata soltanto per il suo splendido centro storico o per i suoi prestigiosi centri culturali e scientifici (ospita tra gli altri la più antica università tedesca). In questo contesto è soprattutto un’altra caratteristica ad interessarci: l’illuminazione urbana. Negli ultimi anni la città di Heidelberg ha infatti sostituito le lampade tradizionali che illuminavano le sue strade con lampade a risparmio energetico. L’operazione ha ovviamente implicato un investimento iniziale considerevole, in parte compensato dai costi di mantenimento, nettamente inferiori, generati dalle nuove luminarie e ammortato rapidamente grazie al contenimento dei consumi, reso possibile dall’impiego della nuova tecnologia.
Heidelberg copre inoltre il 40% del suo fabbisogno energetico ricorrendo all’energia idroelettrica (ovviamente non tutte le città hanno la fortuna di poter sfruttare la corrente di un fiume come il Neckar). La città non è particolarmente benedetta dal vento, né dal sole, ma intende ugualmente aumentare la quota di energia ricavata da fonti rinnovabili. Ha dunque avviato un progetto che coinvolge alcuni allevamenti suini della zona. A medio termine l’iniziativa dovrebbe consentirle di utilizzare energia ottenuta dallo sterco dei maiali.
Anche dall’altra parte della Germania arrivano segnali interessanti. Un esempio degno di attenzione è la cittadina di Ostritz, che sorge nel bel mezzo del vecchio “triangolo nero” del carbone, in Sassonia. Il piccolo centro della Lusazia ha trovato in un originale progetto di ristrutturazione della propria infrastruttura energetica una chiave per resistere, seppure soltanto in parte, alla crisi economica e occupazionale che l’ha investita successivamente alla riunificazione tedesca. Dando prova di creatività e mettendo a profitto l’apporto delle nuove tecnologie, Ostritz si è elevata a città modello sul piano dell’ecologia e delle energie alternative. Oggi il piccolo centro soddisfa il proprio fabbisogno energetico combinando gli apporti dell’energia eolica, idroelettrica (Ostritz sorge sul fiume Neisse) e, soprattutto, delle biomasse.
Energie alternative e iniziative locali: un modello percorribile soltanto da piccoli e medî centri? Non la pensa così Bertrand Delanoë, esponente del Partito Socialista francese, rieletto sindaco di Parigi alle municipali del marzo scorso. L’agenda del suo mandato 2008-2014 riserva uno spazio significativo alla politica energetica e ambientale. Delanoë intende infatti realizzare un ambizioso obiettivo: fare di Parigi la capitale mondiale del fotovoltaico. Nei prossimi sette anni è dunque prevista l’installazione massiccia di pannelli solari in tutta la capitale francese, a cominciare dagli immobili di proprietà del comune. Al tempo stesso il sindaco intende agire sul fronte dell’ottimizzazione dei consumi, provvedendo a migliorare la qualità dell’isolamento degli immobili parigini, in modo tale da ridurre il consumo energetico legato al riscaldamento degli stessi. Tutti questi provvedimenti sono in linea con una delle priorità di Delanoë: allineare Parigi alle disposizioni del protocollo di Kyoto. Nel corso del precedente mandato il sindaco aveva già preso svariate misure volte a migliorare la viabilità e la qualità dei trasporti pubblici, ampliando inoltre la rete delle piste ciclabili e affidando alla società JCDecaux l’implementazione di Velib, la versione parigina del viennese Viennabike e del Bycyklen di Copenhagen. Il servizio è stato inaugurato il 15 luglio 2007 e ha riscosso notevole successo.
E in Italia? Citeremo il caso di Torraca, un comune di poco più di mille abitanti in provincia di Salerno, che ha convertito il proprio impianto di illuminazione pubblica, sostituendo le vecchie lampadine SAP con la tecnologia a LED, realizzando un risparmio energetico stimato al 75%. Nel frattempo anche Bologna ha sostituito una parte dei suoi semafori tradizionali con dei semafori a LED. I miei esempî italiani finiscono qui. Ho l’impressione – ma spero di sbagliarmi e di essere soltanto poco informato – che questi siano casi isolati e che, in fatto di energie alternative e/o rinnovabili, il Belpaese rimanga fermo nel limbo delle eterne fasi sperimentali. Le cose potrebbero anche cambiare. Il ruolo dell’iniziativa locale nell’ambito della politica energetica potrebbe un giorno trovare il dovuto riconoscimento anche nel nostro Paese. Ciò implicherebbe tuttavia il dispiegamento dei mezzi necessarî, messi a disposizione degli enti locali, per realizzare un progetto capillare di riqualificazione energetica del territorio italiano. A monte chiaramente è necessaria una volontà politica che vada in questa direzione. A quando una devolution energetica?