martedì, 13 novembre 2007

Sárospatach-Eisenach sola andata – V parte

Venerdì mattina svegliandomi ho visto la Madonna di Lourdes sul mio comodino. Per essere precisi, ho visto una di quelle boccette a forma di Madonna che di solito contengono acqua benedetta della sorgente di Lourdes. Mi sono chiesto come fosse arrivata lì ed ero più turbato dal pensiero che qualcuno potesse aver visto il mio disordine, che non dall’idea che quel qualcuno fosse entrato in camera mia la notte o il mattino presto senza che me ne accorgessi.

 

Poi ho messo a fuoco un po’ meglio l’immagine e la Madonna è scomparsa, per far posto a una bottiglietta di vodka. Un regalo dei nostri ospiti ucraini, che avevo aperta la sera prima per correggere una tazza di caffelatte. La pseudo-apparizione mi ha fatto tuttavia venire in mente di aver lasciato in sospeso il racconto del mio “pellegrinaggio”. Nell’ultimo post ero arrivato a Vienna.

 

 

27.IX – Windhaag bei Perg

 

Prima di lasciare Vienna, il gruppo ha deciso di fare visita alla cappella dell’Ospedale s. Elisabetta, in cui Christoph intende dire messa. La cappella è un edificio barocco, noto soprattutto perché vi si conservano il cranio (ma non il mento) e i femori della santa. Dell’autenticità delle reliquie, che sarebbero state trasportate a Vienna nel 1588 per ordine dell’arciduca Massimiliano d’Austria, si è più volte dubitato. A dire il vero, prove che fugassero tali dubbî non sono mai state prodotte.

 

Autentiche o no, per me non ha alcuna importanza. Sarà forse che vengo da una terra in cui si sono costruite dighe in pietre d’Istria, acquistate con i proventi della vendita di mignoli di s. Pietro e sante amenità varie, il culto delle reliquie è un aspetto della pietas cattolica che in me ha sempre suscitato indifferenza, se non avversione. Nel caso di Elisabetta, mi ha colpito leggere come si siano comportati i fedeli che ne hanno visitata la salma prima della sepoltura: molti ripartivano portandosi appresso un pezzo di cadavere, vuoi un unghia, vuoi una falange o un capezzolo. A me sembra una cosa macabra e malsana.

 

Finita la messa, ci dividiamo in due gruppi. Rimango con Guido, Christian, Andreas e Bernhard, gli altri proseguono in autobus fino a Mautern e da lì pedaleranno sino a Windhaag bei Perg. A Vienna piove a dirotto e decidiamo di aspettare un po’ prima di partire. Siamo seduti in una sala d’aspetto dell’ospedale e fa uno strano effetto essere lì, senza dover aspettare nulla o nessuno, soltanto che fuori smetta di piovere.

 

A un certo punto sembra ci sia una schiarita e ci mettiamo in viaggio, ma pochi minuti dopo dobbiamo rassegnarci: oggi si pedala sotto la pioggia. Ci mettiamo un po’ ad uscire dalla città e a ritrovare il Danubio, ma alla fine rieccolo che scorre largo e grigio alla nostra sinistra, poi alla nostra destra. Il sole fa di nuovo capolino a 30 km da Mautern e l’aria si fa sempre più tersa, rendendo possibili giochi di luce di straordinaria bellezza. Ora il fiume si è tinto davvero di blu, forse Strauss non aveva avuto le traveggole.

 

Nave mercantile sul Danubio

 

A Mautern ritroviamo l’autobus. Ci vuole un sacco di tempo per caricare le cinque biciclette, perché Dietmar è di una meticolosità quasi maniacale e nessuno ha ancora capito che bisogna trovare il modo di tenerlo lontano dale operazioni di carico e scarico. Lasciamo il volante a Bernhard, che ha una guida molto sportiva. Durante il tragitto gli altri pregano, io dormo. A Windhaag i miei compagni mi chiederanno come ho fatto.

 

Arriviamo contemporaneamente all’altro gruppo e siamo accolti splendidamente nella canonica, che poi è una deliziosa casetta di montagna. Il tempo di fare una doccia calda e mettere gli scarponi ad asciugare di fronte alla stufa accesa, ci ritroviamo a tavola di fronte ad un piatto di zuppa fumante. Ceniamo con Martina, una signora di circa quarant’anni, originaria della Turingia e trasferitasi da qualche anno in Austria. Tra una settimana si sposa e ha un po’ di fifa, ma sembra contenta. Vuole sapere che lavoro facciamo e un po’ tutti nominano la loro professione: parroco, contabile, Hausmeister, educatore… L’ultimo a risponderle sono io: le dico che sono un Taugenichts (un buon a nulla) e che è un lavoro duro, perché non ci si possono concedere vacanze né riposo. Poi le spiego cos’è un volontario europeo.

 

Chiudiamo la serata con uno sguardo retrospettivo alla giornata trascorsa, che purtroppo è l’occasione per iniziare un’altra discussione odiosa. Assistiamo a un piccolo scontro verbale tra Guido e Dietmar sul modo in cui è stato pianificato il viaggio; entrambi riescono a contenersi, ma si stanno allegramente fulminando a vicenda con gli occhî. I miei occhî invece non vedrebbero l’ora di chiudersi. Arrivati alle “questioni di principio”, sento una vocina dentro di me che mi dice: “Fermali, strozzali, vedi un po’ tu, ma ti prego: fa’ qualcosa!” Fortunatamente si fermano da soli e possiamo finalmente andare ad infilarci dentro i sacchi a pelo. Questa sera per la prima volta dormiamo per terra.

 

 

28.IX – Passau

 

Ci alziamo con la pioggia. La comunità ci ha invitati a partecipare alla messa del mattino in paese, per cui, dopo la colazione, ci rechiamo in chiesa. L’organista esegue assoli arditissimi. “Geht in Frieden!” e noi si va pure in pace, ma soprattutto contenti di scoprire che fuori ha smesso di piovere. Ci rimettiamo in viaggio. Oggi non mi sento molto in forma e, temendo una ricaduta, pedalo sino a Wilhering, nei pressi di Linz. Lì chiedo di salire in pulmino, richiesta che viene accettata, a patto di preparare qualcosa d’italiano per cena.

 

Una ramificazione del Danubio tra Linz e Perg

 

Raggiungo gli altri due infortunati del gruppo, Josef e Norbert. Guido fino a Niederanna, facciamo la spesa, poi cedo il mezzo a Norbert, mi addormento sul sedile posteriore e mi risveglio in Germania. Siamo arrivati alla nostra sistemazione, il centro giovanile di una parrocchia di Passau. Scarichiamo tutto, constatiamo che i locali sono polverosi e le toilette sporche, mentre la cucina accusa un grave deficit di pentole. Mi metto al lavoro e, aiutato da Josef, preparo spaghetti alla carbonara, polenta e piselli al curry.

 

Gli altri ci raggiungono tardi, stanchi e fradcî. Trovare la cena pronta li aiuta a riprendersi almeno in parte da una spiacevole notizia: nell’alloggio di Passau non ci sono docce.

 

 

29.IX – Niederalteich, Straubing

 

Durante la notte mi sono svegliato con Guido che, accovacciato nei pressi del mio sacco a pelo, mi ripeteva piano: “Nicht schnarchen! Schnarchen nicht gut!”. Chissà se si è reso conto di avermi svegliato o se ha pensato di essere davvero riuscito a farmi smettere di russare con un messaggio subliminale, comunque è tornato a coricarsi. Ho aspettato di sentir russare anche lui e mi sono rimesso a dormire. Stamattina Bernhard mi ha raccontato che a lui il mio capo ha persino tappato il naso.

 

Un braccio secondario del Danubio tra Passau e Niederalteich

 

Il tragitto di oggi si snoda per 100 km lungo il Danubio, da Passau a Straubing. Il sole ci mette un po’ di tempo a farsi un varco tra le nuvole, ma, una volta riuscito nell’impresa, non ci abbandonerà per il resto della giornata. Ne spezziamo il ritmo con due lunghe e gradevoli pause: a Niederalteich per il pranzo e in riva al Danubio nel pomeriggio. A Niederalteich c’è un abbazia, di cui visitiamo la basilica. L’esterno relativamente sobrio non lascia presagire quello che ci aspetta varcata la soglia: un tuffo nella ridondanza del barocco bavarese. La sera qualcuno dirà che quella di Niederalteich è la prima chiesa davvero bella che abbiamo vista in questo viaggio, un luogo in cui la devozione a Cristo trova degna espressione artistica.

 

Basilica di Niederalteich

 

Certo, la basilica è piaciuta anche a me, soprattutto per la bella luce che ne inondava le navate, eppure sono convinto che con la devozione Niederalteich e le chiese barocche abbiano ben poco a che fare. Si potrebbe essere tentati di credere che l’oro e gli stucchi siano lì per celebrare la gloria divina, ma credo che sarebbe un’impressione sbagliata. Oro e stucchi servono piuttosto a nascondere l’angoscia di un mondo che, perso il suo centro (la figura per eccellenza del barocco è l’elisse, che sostituisce il cerchio; da una figura con un centro si passa a una figura con due fuochi, che ricorda le orbite planetarie) e la sua centralità (fine del geocentrismo), era in preda ad una crisi di fondamenti e all’ossessione dello scorrere del tempo, della vanità dell’esistenza e dell’avvicinarsi inesorabile della morte (a tal proposito potrebbe essere illuminante la lettura dei sonetti di Andreas Gryphius). Ora, una simile angoscia potrebbe essere persino la condizione preliminare al salto nel mare scuro ed agitato della fede, tuttavia, perché questo salto sia possibile, è necessario assumerla, dirle di sì. Invece l’architettura sacra barocca esorcizza l’angoscia, o forse la rimuove, sommergendola nel fasto.

 

La figura geometrica per eccellenza nello stile barocco: l’elisse

 

Su uno dei banchi della chiesa del monastero di Niederalteich noto un cartello: “Nur für Männer” (“riservato agli uomini”). Inutilmente ho cercato i banchi riservati alle donne; forse si trovano nella parte superiore della chiesa. In compenso ho trovato un certo numero di altari sui due lati della chiesa, in cui, dietro una vetrina, sono conservati i resti mortali di diversi abati. Gli scheletri vestiti di porpora non mi hanno suggerito riflessioni pie, bensì mi hanno fatto pensare alle Operette Morali, specialmente al Dialogo della Moda e della Morte. Tutt’al più al libro di Qoelet.

 

 Un piccolo traghetto sul Danubio

 

A Straubing ci accoglie la parrocchia di s. Michele. Anche qui si dorme per terra e non ci sono docce, ma almeno i locali sono puliti. Guido ci prepara una cena bavarese e ci fa sbellicare con delle barzellette sugli svizzeri. È incredibile come riesca ad imitarne l’accento. Usciamo a fare un giretto in centro storico e ci facciamo tentare da una serata al cinema, ma è troppo tardi ed i film sono già tutti cominciati, così finiamo per cacciarci in un bar molto brutto. Gli altoparlanti diffondono le note di Such a shame dei Talk Talk. Mi dico che, per quanto brutto, almeno in questo posto si ascolta buona musica, ma anche su questo mi ricrederò soltanto pochi minuti dopo.

 

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categorie: paesaggi, arte, prospettive, danubio, austria, vienna, baviera, frizioni, elizabeth by bike
sabato, 03 novembre 2007

De urbium matre – Un interludio in immagini

Il 31 ottobre era giorno festivo in Sassonia, mentre il 1 novembre si è lavorato normalmente. L’ultimo giorno di ottobre era stato festivo in tutta la RDT fino al 1966. Successivamente, nel 1967, il governo comunista abolì diversi giorni festivi presi in prestito al calendario religioso (lunedì di Pasqua, Ascensione, Bettag, ecc.). Il Reformationstag, che si festeggia anche in Slovenia e in alcuni cantoni svizzeri, era tra questi. Si tratta infatti di una festa luterana: per tradizione si suole fare iniziare la Riforma protestante il 31 ottobre del 1517, data in cui Martin Luther avrebbe affisso le sue 95 tesi al portale della chiesa di Ognissanti a Wittemberg. Nel 1990 questa festività è stata reintrodotta ufficialmente in quattro dei cinque nuovi Bundesländer (così vengono chiamati i 5 Länder annessi alla RFT  nel 1990: Berlino, Brandeburgo, Meclemburgo-Pomerania anteriore, Sassonia, Sassonia-Anhalt e Turingia); a Berlino e nei Länder che già facevano parte della Repubblica Federale alla caduta del Muro è invece giorno lavorativo.

 

Pur lavorando questa settimana in un asilo cattolico, ho avuto anch’io la giornata libera. Ne ho approfittato per fare un giro a Praga con Maria e Matthias. Da Bautzen a Praga sono circa 160 km, ma per percorrerli ci vogliono tre ore abbondanti, poiché si viaggia su strada normale. Imboccando l’autostrada, bisognerebbe fare una deviazione per Dresda, che non ci avrebbe fatto guadagnare tempo.

 

La Malá Strana e il Ponte Carlo, visti dall'alto della Cattedrale di s. Vito

 

A Praga abbiamo passato solo qualche ora. Il tempo era buono e siamo potuti rimanere a lungo all’aperto. Abbiamo camminato per lo Staré Město (la città vecchia), la Malá Strana (letteralmente “lato piccolo”, un vecchio quartiere sulla riva sinistra della Moldava, collegato alla città dalla vecchia dal Karlův most, il ponte Carlo) e lo Hradčany (la rocca, in cui si trova il castello). Siamo saliti su una delle torri della cattedrale di s. Vito, abbiamo passeggiato lungo la Moldava e abbiamo preso un caffè sulla Staroměstské náměstí (la piazza della città vecchia).

 

Ora, potrei raccontare qualche banalità o alcune cose personali: di quanto la città storica sia bella e meriti i nomi lusinghieri che le sono stati dati, di quanto mi sarebbe piaciuto rimanervi più a lungo, soprattutto la sera – per riempirmi gli occhi di vicoli illuminati dai bec à gaz –, di quanto mi sia sentito bene con Maria e Matthias e di come una buona zuppa d’aglio mi sia sempre preziosa alleata, dovendo scongiurare un raffreddore incipiente. La verità è che, malgrado la brevità del momento, mi sono sentito profondamente appagato. Catturato dall’insieme, sono riuscito a soffermarmi su qualche dettaglio soltanto nei momenti in cui ho estratto la macchina fotografica. Oggi perciò non racconterò nulla, bensì metto a disposizione alcune immagini della città dai cento campanili. Cliccando sulla foto in alto, è possibile accedere alla relativa galleria di immagini su Flickr.

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venerdì, 13 luglio 2007

Stolpersteine

In marzo, al ritorno da Berlino, avevo parlato del Memoriale per gli Ebrei assassinati d’Europa, soffermandomi brevemente sulle finalità del progetto e sulle polemiche che ne avevano segnata la realizzazione. In questi giorni sono venuto a conoscenza di un’altra iniziativa, per certi versi comparabile a quella della fondazione berlinese.

 

Dalla metà degli anni ’90 lo scultore Gunter Demnig ha iniziato a disseminare le città tedesche con i suoi Stolpersteine (letteralmente “ostacoli”, “impaccî”; ma anche, nella fattispecie, “pietre sulle quali inciampare”). Le pietre di Demnig rievocano lo sterminio di ebrei, rroma, omosessuali, oppositori politici, testimoni di Geova e portatori di handicap negli anni del nazionalsocialismo. Le prime furono collocate a Colonia e nel quartiere berlinese Kreuzberg. Circa 11'000 “pietre della memoria” sono state sinora collocate nei selciati di fronte a case che furono l’ultimo domicilio delle vittime. Nei blocchi d’ottone sono incisi il nome, l’anno di nascita ed una concisa nota biografica di queste ultime.

   

Mercoledì a Bautzen ne sono state inaugurate undici. Poste sul selciato di una strada tra le più rinomate del centro storico, la Reichenstraße, al numero 29, quattro blocchi d’ottone ricordano la famiglia Großmann. Sette “pietre del ricordo” sono poi state poste di fronte al numero 2 della Siebergasse, in memoria della Famiglia Nussenbaum. Fautori dell’iniziativa, la Bischof-Benno-Haus (la mia organizzazione) e il gruppo di lavoro “Begegnung mit dem Jugendtum” (Incontro con la cultura ebraica). L’azione proseguirà il prossimo anno, con la collocazione di nuove pietre.

   

 

Fuori dalla Germania, alcuni blocchi sono stati collocati anche a Budapest, a Vienna e in alcune località austriache. L’iniziativa incontra tuttavia anche perplessità e talvolta persino ostilità. Le autorità di Monaco hanno rifiutato categoricamente la collocazione delle pietre nelle strade della città bavarese, mentre alcuni proprietarî d’immobili si oppongono all’iniziativa, temendo una svalutazione del loro bene. Il fatto che i nomi delle vittime possano essere calpestati dai passanti non piace ad alcune associazioni ebraiche.

   

 

Nella notte tra mercoledì e giovedì le pietre nella Reicherstraße sono state oggetto di vandalismo: ignoti hanno ricoperto i blocchi di ottone con della pece. Allertate il mattino seguente, le autorità li hanno fatto immediatamente ripulire. La polizia indaga sull’accaduto, privilegiando la pista dell’estremismo di destra.

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categorie: politica, arte, europa, iniziative, prospettive, sassonia
mercoledì, 20 giugno 2007

давай, давай, работать! - Humour e satira negli anni della RDT

[Le battute in tedesco sono tradotte in un commento al post.]

 

Chi ha visto Das Leben der Anderen (Le vite degli altri – perché “le vite” poi?), si ricorderà forse della scena in cui il capitano Wiesler e il suo superiore, l’oberstleutnant Grubitz, s’incontrano in mensa e prendono posto ad un tavolo occupato da alcuni subalterni. Di lì a poco ecco che viene a sedersi allo stesso tavolo anche l’unterleutnant Axel Stigler, il quale, non avendo notato i due ufficiali, racconta ai compagni una barzelletta sul Segretario di Stato, Erich Honecker:

 

[1] Honecker kommt früh morgens in sein Büro und öffnet das Fenster. Er sieht die Sonne und sagt: „Guten Morgen liebe Sonne.“ Die Sonne antwortet: „Guten Morgen lieber Erich.“ Honecker arbeitet und geht am Mittag zum Fenster und sagt: „Guten Tag liebe Sonne.“ Die Sonne antwortet: „Guten Tag lieber Erich.“ Am Abend macht Erich Feierabend und geht noch einmal zum Fenster und sagt: „Guten Abend liebe Sonne.“ Die Sonne antwortet nicht. Honecker sagt nochmals: „Guten Abend liebe Sonne. Was ist denn mit dir los?“ Die Sonne antwortet: „Jetzt kannst du mich mal Honecker, ich bin jetzt im Westen.“

 

La barzelletta raccontata in presenza di Grubitz gli costerà il degrado al servizio di controllo postale.

 

Il film riutilizza uno degli innumerevoli DDR-Witze, che i tedeschi dell’Est raccontavano già molto tempo prima che cadesse il Muro. Uno dei bersaglî favoriti erano gli agenti della Volkspolizei, spesso protagonisti di gag in cui apparivano come dei cretini integrali (un po’ come da noi i carabinieri):

 

[2] Ball der Deutschen Volkspolizei. Ein Vopo-General fordert Margot Honecker zum Tanzen auf.

Dabei sagt er ihr: „Genossin Honecker, es wird Zeit, dass diese Vopo-Witze verboten werden!“

Darauf Margot: „Aber irgend etwas muss dran sein. Sie sind der erste, der mich bei der Nationalhymne zum Tanzen aufgefordert hat.“

 

Le barzellette prendevano di mira un po’ tutto il sistema, dal Zentralkomitee al Partito, dal Segretario di Stato all’Unione Sovietica, dall’ideologia alla censura e alle varie istituzioni, non ultima la Stasi:

 

[3] Ein DDR-Bürger schreibt einen Brief an seinem Onkel aus dem Westen: „Alles Klar, ich habe die Waffen im Garten verbuddelt!“ Zwei Wochen später, schreibt der DDR-Bürger seinem Onkel noch einen Brief mit dem Inhalt: „Hat alles wunderbar geklappt, die Stasi hat den Garten für mich umgegraben.“

 

 

Paul Pribbernow, 1986, Postkontrolle

 

Anche la vita quotidiana nella Repubblica Democratica Tedesca trova ovviamente spazio, in particolare l’arretratezza tecnologica, la qualità discutibile delle merci prodotte nella Germania socialista e la penuria di alcuni prodotti (specie quelli di importazione). A questo proposito, sono emblematiche le banane:

 

[4] Reden zwei Berliner Kinder über die Mauer hinweg: Sagt die Kleene im Westen, eine Banane essend: „Siehste - ick hab ne Banane.“ Der Junge im Osten will ihr in nichts nachstehen und sagt voller Stolz: „Wir haben Sozialismus.“ Das Mädchen kontert: „So, denn haben wir ooch bald Sozialismus.“ Der Junge triumphierend: „Siehste, denn haste ooch keene Banane mehr.“

 

 

Un telefono a abaco, allusione satirica al ritardo tecnologico

 

Sono barzellette che possono far ridere soltanto se si conosce la storia di quei 50 anni. So di professori che le utilizzano come Einstieg (aggancio) per approfondire con gli studenti alcuni aspetti della storia della RDT e della vita quotidiana nella Germania socialista.

 

Per quanto possa sembrare strano, queste battute trovavano spazio anche in alcune pubblicazioni. A partire dal 1967 in RDT (e anche in RFT) era possibile acquistare il periodico Sputnik. Era una rivista sovietica, destinata tuttavia alla diffusione nei paesi del blocco socialista e oltre la Cortina di ferro. Gli articoli dello Sputnik, tradotti nelle lingue dei paesi di destinazione, si cimentavano con una grande varietà di temi. Essendo la rivista destinata anche ad un pubblico occidentale, i redattori si erano sforzati di ridimensionare lo spazio riservato alla retorica sovietica. Una rubrica particolarmente amata dai lettori, anche in RDT, era Radio Eriwan. Gli animatori di una radio fittizia, emittente dalla capitale dell’Armenia, vi rispondevano a domande riguardanti il socialismo, il regime di tutela, ecc. La struttura delle risposte era quasi sempre la stessa: “In teoria sì/no, ma…”. Eccone qualche esempio:

 

[5] Anfrage an Sender Eriwan: „Kann man als guter Kommunist auch ein guter Christ sein?“

Antwort: „Im Prinzip ja, aber warum wollen Sie sich das Leben doppelt schwer machen...“

 

[6] Anfrage an Sender Eriwan: „Ist es wahr, dass Ungarn das größte europäische Land ist?“

Antwort: „Im Prinzip ja. Die glorreiche Rote Armee hat nach der Niederschlagung des Ungarnaufstands 1956 damit begonnen, das Land zu verlassen, und hat die Grenzen bis heute nicht erreicht.“

 

[7] Anfrage an Sender Eriwan: „Ist die Rückkehr vom Mond wirklich so schwierig?“

Antwort: „Im Prinzip nein. Technisch ist das Problem gelöst, aber wie sollen wir unsere Kosmonauten zur Rückkehr zwingen?“

 

[8] Anfrage an Sender Eriwan: „Wissen Sie, wann es die erste Wahl nach sowjetischen Muster gab?“

Antwort: „Das war im Paradies, als Adam seine Frau wählte.“

 

 

Willy Möse, 1987, „Chi fosse di parere contrario, non esiti ad alzare la mano“

 

Le battute di Radio Eriwan erano dapprima servite ad ingraziarsi l’Occidente con l’arma dell’autoderisione, ma presto andarono ben oltre quest’obiettivo e divennero sempre più caustiche, specialmente durante l’era Gorbačëv. Tuttavia in RDT lo Sputnik fu proibito soltanto nel 1988.

 

Nella Germania socialista la satira – quella stampata, per lo meno – si esprimeva altrimenti attraverso le pagine dello Eulenspiegel. Fondato nel 1954, l’Eulenspiegel è un giornale satirico (pubblicato ancor oggi, a frequenza mensile, mentre prima della Riunificazione si trattava di un settimanale), probabilmente il primo giornale satirico tedesco. Il Titanic, un mensile occidentale, gli contende il titolo, obiettando che l’Eulenspiegel ha goduto della libertà d’espressione soltanto a partire dal 1989.

 

È incontestabile che gli autori di satira in RDT dovessero esprimersi all’interno di limiti molto ristretti. Se l’SED si era in più occasioni espresso a favore di una satira responsabile e conscia della propria funzione critica, l’autonomia della satira e la pressione ideologica esercitata dal regime sulla popolazione erano istanze inconciliabili. Daniel Mirsky parla di “schizofrenia del regime in materia di politica culturale e mediatica”. Alla satira non si poteva rinunciare, ma occorreva limitarne l’efficacia. All’Eulenspiegel fu dunque contingentata carta sufficiente per una tiratura molto esigua e le singole copie erano vendute a un prezzo ben superiore al valore nominale (l’offerta era di gran lunga inferiore alla domanda).

 

I limiti erano anche tematici. La critica della società socialista costituiva un terzo del contenuto della pubblicazione, che per il resto si cimentava con la satira anti-occidentale e anti-RFT o con altri argomenti senza implicazioni politiche. Non era concesso criticare il sistema, bensì singoli aspetti. Le questioni centrali della politica e gli argomenti tabù, come il mercato nero, non venivano affrontati.

 

In questo contesto la censura era applicata in maniera alquanto arbitraria. I limiti erano angusti, ma anche vaghi – gli autori non sapevano mai fino a che punto era loro lecito arrivare.

 

 

Willy Möse, 1976, Macchina da scrivere modello BLA-BLA

 

Alcune delle caricature e plasticature che ho aggiunto all’articolo sono state effettivamente censurate. L’ultima, un’altra opera di Willy Möse, ha invece avuto un destino particolare. Pare che Erich Honecker, avendola vista ad un’esposizione, abbia detto di aver imparato a scrivere a macchina con un modello simile. Spontaneamente ripenso all’Einheitsfrontlied di Brecht e Eisler. Es macht ihn ein Geschwätz nicht satt” ([l’uomo] non si sazia con le chiacchiere), recita il testo. Ma Honecker non era l’unico a cui non importasse. Quella plasticatura di Möse riguarda pure buona parte della classe politica odierna.

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lunedì, 11 giugno 2007

Der gelbe Klang

Ieri sera, nell’ambito della Schmochtitzer Bühne, un ciclo di concerti organizzato dalla mia associazione, si è esibito nel nostro “granaio” il trombonista Conny Bauer. È stata un’esibizione solista e, proprio per questo, temevo che non mi sarebbe piaciuta – ho sempre associato la possibilità di un’esibizione solista a strumenti quali il pianoforte, la chitarra, l’organo, la fisarmonica o il liuto, mentre, per quanto riguarda la tromba, il sax, il flicorno, la viola etc., ho sempre dato per scontata la presenza di una sessione ritmica e di altri strumenti in grado di accompagnare o di far da contrappunto. Il primo pezzo, un acustico, non ha sciolto i miei dubbî, sebbene mi avesse già stupito la tecnica del musicista: dal suo trombone a coulisse uscivano suoni talora distorti, talora difonici.

 

Avevo comunque notato uno strano microfono ed una pedaliera sul piccolo palco, al lato del quale, appoggiato su una sedia, si trovava anche un portatile. La funzione dell’equipaggiamento tecnico è stata chiara a partire dal secondo pezzo: dopo una transizione, Bauer si è avvicinato al microfono e ha cominciato a suonare una frase molto cadenzata; la pedaliera gli permetteva di controllare un sampler, che riproduceva in loop i temi via via registrati, fino a restituire l’effetto di un vero e proprio arrangiamento, su cui il musicista improvvisava con fantasia pirotecnica e sorprendente maestria.

 

Alternando pezzi acustici e improvvisazioni sui loop, l’esibizione di Bauer si è protratta per circa un’ora e mezza, senza soluzione di continuità (se l’avessi saputo prima che iniziasse il concerto, sarei stato previdente, invece ho dovuto tirar avanti soltanto con una piccola dunkles…). Il musicista, 64enne, non ha dato segni di fatica, malgrado si trattasse di una vera e propria maratona solista; ogni tanto, dietro la campana gialla dello strumento, si intravedevano le gote gonfie e la testa rossa per lo sforzo. Prestazione fisica a parte, il concerto ha regalato momenti di puro bonheur. Ho trovato sorprendente soprattutto la grande varietà di registri.

 

Ad unificarli, una buona dose d’ironia ha attraversato tutta l’esibizione. Basti pensare al momento più intenso del concerto: Bauer, che ha registrato in loop una polifonia lenta ed avvolgente, dopo averci condotti non si sa bene verso quali orizzonti lontani con le sue improvvisazioni, stacca la bocca dallo strumento, lo rigira e ne appoggia la campana al volto, cominciando ad emettere vocalizzi. Sembra che qualcuno urli da una nave o in limine ad uno strapiombo, il momento è suggestivo, ma l’immagine quasi grottesca del musicista che canta dentro al suo strumento produce un effetto di sfasamento. Talvolta siamo convinti di afferrare l’Assoluto, poi puntualmente ci accorgiamo della sproporzione tra questo – una x, intuita, forse soltanto ipotizzata – e le nostre rappresentazioni e finiamo col riderne – se ne siamo capaci.

 

 

Non sono mancati i momenti di leggerezza e di puro divertimento. Nel brano conclusivo, ad esempio, Bauer ha cominciato ad emettere strani suoni dal trombone (degli schiocchi ed una specie di singhiozzo) e a tamburellare sulla coulisse, ha registrato il tutto in loop, simulando in tal modo l’accompagnamento delle percussioni, e si è prodotto in una serie di improvvisazioni al limite tra il bop ed il free, concludendo con una sorpresa vocale che ha seminato euforia nel pubblico.

 

Conny Bauer è uno dei grandi nomi della scena jazz tedesca. Spicca per le sue capacità di improvvisazione, per la padronanza tecnica dello strumento e per la presenza scenica. Due delle formazioni a cui ha dato vita con altri musicisti, in particolare i quartetti Doppelmoppel e Zentralquartett (allusione irriverente al Zentralkomitee della Repubblica Democratica Tedesca) hanno fatto scuola nell’RDT. Pur continuando a collaborare con altri musicisti, a partire dagli anni ’90 Bauer si è dedicato prioritariamente al suo progetto solista Der gelbe Klang (il suono giallo), volto a esplorare tutte le possibilità espressive del suo strumento.

 

Da qui alla fine dell’estate darà ancora una decina di concerti: da solista (per esempio il 6 luglio, alla Galerie Mutter Fourage a Berlino), ma anche con i Doppelmoppel (il 25 agosto, alla Gladhouse di Cottbus) e con il Zentralquartett (il 5 agosto, alla Rathaus Köpenick a Berlino).

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categorie: musica, arte, concerti


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