domenica, 08 giugno 2008

Il buon senso è la cosa meglio distribuita nel mondo...

... diceva Cartesio. Tuttavia il francese ha dimenticato di aggiungere che la stupidità invece è la peggio distribuita: non serve a nessuno, eppure ce n'è una quantità industriale in tutti i paesi del mondo.

A chi si fosse sentito offeso dai recenti spot pubblicitarî diffusi dalle emittenti tedesche per la ditta Media Markt, mi piacerebbe sentire dire cosa pensa degli ultimi numeri delle due più vecchie riviste satiriche tedesche, Titanic e Eulenspiegel.

Titanic - Cattivo Gusto

"Punizione suprema per nonno Orco: Fritzl diventa mascotte dell'Europeo" - Copertina di Titanic

Eulenspiegel - Cattivo Gusto

"Arrivano gli Austrogoti" - Copertina di Eulenspiegel

I meglio informati avranno già capito che entrambi i giornali si riferiscono alla vicenda di Amstetten. Casomai la Bild-Zeitung avesse bisogno di concorrenti in fatto di cattivo gusto e idiozia, ora saprà a quale porta bussare. Gli spot di Mediamarkt, con i loro insistenti ammiccamenti allo stereotipo del macho italiano, a confronto sono un banale scherzetto.

Che un numero non indifferente di tedeschi tenga i vicini austriaci in scarsissima considerazione in fondo non è una novità. Così come non è una novità che certa stampa tedesca non di rado si faccia interprete di questa scarsa considerazione - i numerosi esempî citati da Gabriele Holzer nel suo libro Verfreundete Nachbarn (Kremayr & Scheriau, 1995) lo dimostrano. Questo è l'ennesimo caso, anche se mi sembra più biasimevole dei precedenti.

Non ho nulla contro la satira o l'humour nero, ma forse sarebbe meglio che le due riviste tornassero a scegliersi bersaglî di ben altro tenore. Che fine hanno fatto Kurt Beck e gli altri? In un paese in cui i diktat bulgari non sono quello che si dice "il pane quotidiano", certi giornalisti satirici potrebbero tornare a prendersela con qualcuno della propria taglia.

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martedì, 13 novembre 2007

Sárospatach-Eisenach sola andata – V parte

Venerdì mattina svegliandomi ho visto la Madonna di Lourdes sul mio comodino. Per essere precisi, ho visto una di quelle boccette a forma di Madonna che di solito contengono acqua benedetta della sorgente di Lourdes. Mi sono chiesto come fosse arrivata lì ed ero più turbato dal pensiero che qualcuno potesse aver visto il mio disordine, che non dall’idea che quel qualcuno fosse entrato in camera mia la notte o il mattino presto senza che me ne accorgessi.

 

Poi ho messo a fuoco un po’ meglio l’immagine e la Madonna è scomparsa, per far posto a una bottiglietta di vodka. Un regalo dei nostri ospiti ucraini, che avevo aperta la sera prima per correggere una tazza di caffelatte. La pseudo-apparizione mi ha fatto tuttavia venire in mente di aver lasciato in sospeso il racconto del mio “pellegrinaggio”. Nell’ultimo post ero arrivato a Vienna.

 

 

27.IX – Windhaag bei Perg

 

Prima di lasciare Vienna, il gruppo ha deciso di fare visita alla cappella dell’Ospedale s. Elisabetta, in cui Christoph intende dire messa. La cappella è un edificio barocco, noto soprattutto perché vi si conservano il cranio (ma non il mento) e i femori della santa. Dell’autenticità delle reliquie, che sarebbero state trasportate a Vienna nel 1588 per ordine dell’arciduca Massimiliano d’Austria, si è più volte dubitato. A dire il vero, prove che fugassero tali dubbî non sono mai state prodotte.

 

Autentiche o no, per me non ha alcuna importanza. Sarà forse che vengo da una terra in cui si sono costruite dighe in pietre d’Istria, acquistate con i proventi della vendita di mignoli di s. Pietro e sante amenità varie, il culto delle reliquie è un aspetto della pietas cattolica che in me ha sempre suscitato indifferenza, se non avversione. Nel caso di Elisabetta, mi ha colpito leggere come si siano comportati i fedeli che ne hanno visitata la salma prima della sepoltura: molti ripartivano portandosi appresso un pezzo di cadavere, vuoi un unghia, vuoi una falange o un capezzolo. A me sembra una cosa macabra e malsana.

 

Finita la messa, ci dividiamo in due gruppi. Rimango con Guido, Christian, Andreas e Bernhard, gli altri proseguono in autobus fino a Mautern e da lì pedaleranno sino a Windhaag bei Perg. A Vienna piove a dirotto e decidiamo di aspettare un po’ prima di partire. Siamo seduti in una sala d’aspetto dell’ospedale e fa uno strano effetto essere lì, senza dover aspettare nulla o nessuno, soltanto che fuori smetta di piovere.

 

A un certo punto sembra ci sia una schiarita e ci mettiamo in viaggio, ma pochi minuti dopo dobbiamo rassegnarci: oggi si pedala sotto la pioggia. Ci mettiamo un po’ ad uscire dalla città e a ritrovare il Danubio, ma alla fine rieccolo che scorre largo e grigio alla nostra sinistra, poi alla nostra destra. Il sole fa di nuovo capolino a 30 km da Mautern e l’aria si fa sempre più tersa, rendendo possibili giochi di luce di straordinaria bellezza. Ora il fiume si è tinto davvero di blu, forse Strauss non aveva avuto le traveggole.

 

Nave mercantile sul Danubio

 

A Mautern ritroviamo l’autobus. Ci vuole un sacco di tempo per caricare le cinque biciclette, perché Dietmar è di una meticolosità quasi maniacale e nessuno ha ancora capito che bisogna trovare il modo di tenerlo lontano dale operazioni di carico e scarico. Lasciamo il volante a Bernhard, che ha una guida molto sportiva. Durante il tragitto gli altri pregano, io dormo. A Windhaag i miei compagni mi chiederanno come ho fatto.

 

Arriviamo contemporaneamente all’altro gruppo e siamo accolti splendidamente nella canonica, che poi è una deliziosa casetta di montagna. Il tempo di fare una doccia calda e mettere gli scarponi ad asciugare di fronte alla stufa accesa, ci ritroviamo a tavola di fronte ad un piatto di zuppa fumante. Ceniamo con Martina, una signora di circa quarant’anni, originaria della Turingia e trasferitasi da qualche anno in Austria. Tra una settimana si sposa e ha un po’ di fifa, ma sembra contenta. Vuole sapere che lavoro facciamo e un po’ tutti nominano la loro professione: parroco, contabile, Hausmeister, educatore… L’ultimo a risponderle sono io: le dico che sono un Taugenichts (un buon a nulla) e che è un lavoro duro, perché non ci si possono concedere vacanze né riposo. Poi le spiego cos’è un volontario europeo.

 

Chiudiamo la serata con uno sguardo retrospettivo alla giornata trascorsa, che purtroppo è l’occasione per iniziare un’altra discussione odiosa. Assistiamo a un piccolo scontro verbale tra Guido e Dietmar sul modo in cui è stato pianificato il viaggio; entrambi riescono a contenersi, ma si stanno allegramente fulminando a vicenda con gli occhî. I miei occhî invece non vedrebbero l’ora di chiudersi. Arrivati alle “questioni di principio”, sento una vocina dentro di me che mi dice: “Fermali, strozzali, vedi un po’ tu, ma ti prego: fa’ qualcosa!” Fortunatamente si fermano da soli e possiamo finalmente andare ad infilarci dentro i sacchi a pelo. Questa sera per la prima volta dormiamo per terra.

 

 

28.IX – Passau

 

Ci alziamo con la pioggia. La comunità ci ha invitati a partecipare alla messa del mattino in paese, per cui, dopo la colazione, ci rechiamo in chiesa. L’organista esegue assoli arditissimi. “Geht in Frieden!” e noi si va pure in pace, ma soprattutto contenti di scoprire che fuori ha smesso di piovere. Ci rimettiamo in viaggio. Oggi non mi sento molto in forma e, temendo una ricaduta, pedalo sino a Wilhering, nei pressi di Linz. Lì chiedo di salire in pulmino, richiesta che viene accettata, a patto di preparare qualcosa d’italiano per cena.

 

Una ramificazione del Danubio tra Linz e Perg

 

Raggiungo gli altri due infortunati del gruppo, Josef e Norbert. Guido fino a Niederanna, facciamo la spesa, poi cedo il mezzo a Norbert, mi addormento sul sedile posteriore e mi risveglio in Germania. Siamo arrivati alla nostra sistemazione, il centro giovanile di una parrocchia di Passau. Scarichiamo tutto, constatiamo che i locali sono polverosi e le toilette sporche, mentre la cucina accusa un grave deficit di pentole. Mi metto al lavoro e, aiutato da Josef, preparo spaghetti alla carbonara, polenta e piselli al curry.

 

Gli altri ci raggiungono tardi, stanchi e fradcî. Trovare la cena pronta li aiuta a riprendersi almeno in parte da una spiacevole notizia: nell’alloggio di Passau non ci sono docce.

 

 

29.IX – Niederalteich, Straubing

 

Durante la notte mi sono svegliato con Guido che, accovacciato nei pressi del mio sacco a pelo, mi ripeteva piano: “Nicht schnarchen! Schnarchen nicht gut!”. Chissà se si è reso conto di avermi svegliato o se ha pensato di essere davvero riuscito a farmi smettere di russare con un messaggio subliminale, comunque è tornato a coricarsi. Ho aspettato di sentir russare anche lui e mi sono rimesso a dormire. Stamattina Bernhard mi ha raccontato che a lui il mio capo ha persino tappato il naso.

 

Un braccio secondario del Danubio tra Passau e Niederalteich

 

Il tragitto di oggi si snoda per 100 km lungo il Danubio, da Passau a Straubing. Il sole ci mette un po’ di tempo a farsi un varco tra le nuvole, ma, una volta riuscito nell’impresa, non ci abbandonerà per il resto della giornata. Ne spezziamo il ritmo con due lunghe e gradevoli pause: a Niederalteich per il pranzo e in riva al Danubio nel pomeriggio. A Niederalteich c’è un abbazia, di cui visitiamo la basilica. L’esterno relativamente sobrio non lascia presagire quello che ci aspetta varcata la soglia: un tuffo nella ridondanza del barocco bavarese. La sera qualcuno dirà che quella di Niederalteich è la prima chiesa davvero bella che abbiamo vista in questo viaggio, un luogo in cui la devozione a Cristo trova degna espressione artistica.

 

Basilica di Niederalteich

 

Certo, la basilica è piaciuta anche a me, soprattutto per la bella luce che ne inondava le navate, eppure sono convinto che con la devozione Niederalteich e le chiese barocche abbiano ben poco a che fare. Si potrebbe essere tentati di credere che l’oro e gli stucchi siano lì per celebrare la gloria divina, ma credo che sarebbe un’impressione sbagliata. Oro e stucchi servono piuttosto a nascondere l’angoscia di un mondo che, perso il suo centro (la figura per eccellenza del barocco è l’elisse, che sostituisce il cerchio; da una figura con un centro si passa a una figura con due fuochi, che ricorda le orbite planetarie) e la sua centralità (fine del geocentrismo), era in preda ad una crisi di fondamenti e all’ossessione dello scorrere del tempo, della vanità dell’esistenza e dell’avvicinarsi inesorabile della morte (a tal proposito potrebbe essere illuminante la lettura dei sonetti di Andreas Gryphius). Ora, una simile angoscia potrebbe essere persino la condizione preliminare al salto nel mare scuro ed agitato della fede, tuttavia, perché questo salto sia possibile, è necessario assumerla, dirle di sì. Invece l’architettura sacra barocca esorcizza l’angoscia, o forse la rimuove, sommergendola nel fasto.

 

La figura geometrica per eccellenza nello stile barocco: l’elisse

 

Su uno dei banchi della chiesa del monastero di Niederalteich noto un cartello: “Nur für Männer” (“riservato agli uomini”). Inutilmente ho cercato i banchi riservati alle donne; forse si trovano nella parte superiore della chiesa. In compenso ho trovato un certo numero di altari sui due lati della chiesa, in cui, dietro una vetrina, sono conservati i resti mortali di diversi abati. Gli scheletri vestiti di porpora non mi hanno suggerito riflessioni pie, bensì mi hanno fatto pensare alle Operette Morali, specialmente al Dialogo della Moda e della Morte. Tutt’al più al libro di Qoelet.

 

 Un piccolo traghetto sul Danubio

 

A Straubing ci accoglie la parrocchia di s. Michele. Anche qui si dorme per terra e non ci sono docce, ma almeno i locali sono puliti. Guido ci prepara una cena bavarese e ci fa sbellicare con delle barzellette sugli svizzeri. È incredibile come riesca ad imitarne l’accento. Usciamo a fare un giretto in centro storico e ci facciamo tentare da una serata al cinema, ma è troppo tardi ed i film sono già tutti cominciati, così finiamo per cacciarci in un bar molto brutto. Gli altoparlanti diffondono le note di Such a shame dei Talk Talk. Mi dico che, per quanto brutto, almeno in questo posto si ascolta buona musica, ma anche su questo mi ricrederò soltanto pochi minuti dopo.

 

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categorie: paesaggi, arte, prospettive, danubio, austria, vienna, baviera, frizioni, elizabeth by bike
martedì, 30 ottobre 2007

Sárospatach-Eisenach sola andata – IV parte

 

26.IX – Bratislava e Vienna

 

Sbrigato il solito tran-tran mattutino, usciamo per una breve visita alla Kostol svätej Alžbety, la chiesa di s. Elisabetta, detta anche chiesa blu, essendo il blu il colore dominante tanto all’esterno dell’edificio quanto al suo interno. La chiesa, costruita all’inizio del secolo scorso, presenta molti elementi tipici dello Jugendstil ungherese. All’interno Christoph ci racconta una leggenda dalla vita di s. Elisabetta, che nella più tenera infanzia avrebbe risieduto a Bratislava. Dall’odierna capitale slovacca sarebbe partito nel 1211 il corteo nuziale che, a soli quattro anni, l’avrebbe condotta sino in Turingia, per essere educata alla corte del suo futuro consorte, il langravio Ludovico IV.  

 

La chiesa di s. Elisabetta a Bratislava

 

Tornando al convento, dove caricheremo le nostre cose sul pulmino e recupereremo le bici, mi colpisce l’insegna di un caffè. Vi si riconosce il vecchio nome della città, in tedesco: Preßburg. Il nome Bratislava fu ufficialmente introdotto a partire dal 1919, successivamente alla creazione della Cecoslovacchia. Prima di allora la città era chiamata talora Prešporok, talora Prešporek anche in slovacco. Tracce del vecchio nome rimangono anche lontano dal Danubio. Passeggiando nei dintorni dell’arco di trionfo a Parigi, potreste ad esempio imbattervi nella rue de Presbourg. Il nome della via fa riferimento a un trattato di pace concluso proprio a Bratislava nel 1805, una vittoria diplomatica di Napoleone Bonaparte sull’Impero austro-ungarico che fece seguito ai fatti d’armi di Austerlitz.

 

Quei nomi di una volta...

 

Il Danubio e il Nový Most (Bratislava)

 

Ci rimettiamo in sella e lasciamo il convento, ma, prima di dirigerci verso il lungofiume, decidiamo di far tappa al castello. Costruito su una rocca sulla riva sinistra del Danubio, il castello non mi colpisce particolarmente, ma sono molto contento di essere salito sulla piccola altura, per la vista che di lassù si gode sulla città. A sud, oltre il Danubio, scavalcato dal Nový Most e solcato dai carghi fluviali, si vedono i quartieri costruiti durante l’era socialista, a ovest la cattedrale ed i tetti della città vecchia. Il giustapporsi di questi due spazi ben rappresenta la città, in cui il vecchio e l’invecchiato si mescolano. Leggendomi, qualcuno potrà dirmi che sono pazzo, ma a me Bratislava per questo ricorda istintivamente la parte orientale di Berlino. Del resto la mia sarebbe malafede, se mi limitassi ad evocare le due categorie di cui sopra. Ad accentuare l’impressione di variegatezza che me la fa associare alla capitale tedesca, nella capitale slovacca si scorgono anche elementi nuovi: delle bizzare statue in bronzo (un uomo che spunta con la testa da un tombino, un paparazzo che scatta una foto da dietro l’angolo di una via ed altri soggetti fantasiosi in grandezza reale), nuovi edificî in acciaio e vetro venuti su come funghi negli anni ’90, per non parlare dell’evidente penetrazione in molti settori dell’economia e del mercato slovacco da parte di attori occidentali (ad esempio di gruppi tedeschi per quanto attiene ai settori bancario e assicurativo o di operatori francesi per quanto riguarda invece la telefonia). Per accorgersene è sufficiente guardarsi intorno e fare caso alle insegne che campeggiano sugli edifici del centro: Orange, Sparkasse, Hp, Generali, T-Mobile, ecc.

 

Quartieri eretti durante la Guerra fredda (Bratislava)

 

I tetti di Bratislava

 

Questa città mi interessa, mi piacerebbe rimanere più a lungo, esplorarla più a fondo. Purtroppo il viaggio impone dei tempi rigidi e mi devo accontentare di questa prima e fugace impressione. Lasciata la rocca, raggiungiamo il confine in appena 20 minuti. Il controllo dei passaporti è una formalità che sbrighiamo in fretta , ci troviamo ora in suolo austriaco. A Hainburg ritroviamo le rive del Danubio, che ci farà compagnia per altri 500 km, fino a Kelheim. Guido canticchia An der schönen blauen Donau (Sul bel Danubio blu) e non posso fare a meno di chiedermi come abbia fatto Schani ad inventarsi un titolo del genere. Qui il colore dominante è il verde della foresta ripariale, un verde che si propaga sin anche ai riflessi dell’acqua. Pedaliamo su strada piana e con il tandem si fila che è un piacere. Guido per un tratto mi lascia anche salire davanti; è una sensazione strana, nel cercare di mantere il tandem in equilibrio e di dargli una direzione si ha una percezione molto acuta dei movimenti di chi sta dietro. È per questo motivo che di solito il ciclista più corpulento si accomoda sul sellino posteriore...

 

È ancora chiaro quando arriviamo a Vienna. Arrivati alla Donau-Insel, siamo indecisi sulla strada da prendere e chiediamo informazioni a un signore di una sessantina d’anni, anche lui in bicicletta. Non ci saremmo mai aspettati tanto: il nostro benefattore, che parla con un accento viennese marcatissimo – il che contribuisce a rendermelo subito simpatico, anche se afferro soltanto la metà di quel che dice –, si offre di accompagnarci fino al Prater. Da lì, ci dice, raggiungere il 2. Bezirk è un giochetto da ragazzi e, comunque, prima di separarsi da noi, ci spiegherà ancora la strada da prendere.

 

La grande ruota panoramica del Prater

 

Al Prater facciamo una sosta nei pressi della ruota panoramica. Non distante dalla famosa giostra si trova una costruzione sferica in legno, che facilmente si potrebbe scambiare per un’attrazione del Prater. Si tratta invece di un’opera di Edwin Lipburger, cui sul finire degli anni ’70 la città di Vienna concesse un fondo presso il Prater, per la costruzione di un’opera destinata a celebrare le virtù del legno e la bellezza del solido platonico per eccellenza. Entrato successivamente in conflitto con le autorità edilizie della capitale, Lipburger cinse la sua sfera di una cortina di filo spinato e proclamò la repubblica indipendente di Kugelmugel. La mini-repubblica si estende al margine di una piazza intitolata all’antifascismo. Vedere il cartello Antifaschismusplatz impigliato nel filo spinato mi ha fatto un’impressione strana.

 

Antifascismo ai confini della Repubblica di Kugelmugel

 

Siamo alloggiati presso la comunità magiara di Vienna. La sistemazione è buona, anche se non tanto quanto quella di Bratislava. Del resto in Slovacchia siamo stati accolti tanto bene, che sarebbe stato difficile far meglio. Inoltre nel corso della giornata Guido ci ha fatto una confidenza che mi ha molto colpito: né le suore, né i nostri amici di Luboreeva hanno accettato compensi per l’ospitalità offertaci.

Stephansplatz (Vienna)

 

Sistemati i bagagli e dataci una rinfrescata, ci concediamo una passeggiata nei pressi dello Stephansdom. Evito di chiudermi nella cattedrale e passeggio a caso per le vie illuminate del centro. Il tempo a disposizione però è poco, come sempre, e rientro per cena senza aver raccolto particolari impressioni. Stasera si mangia la pasta agli spinaci che Christiane ci promette da quando eravamo a Ragaly, innaffiata dalle ultime bottiglie di Tokaj rimasteci. Terminato il pasto, l’atmosfera gioviale e le battute di spirito lasciano il posto a una tediosa discussione sul programma dell’indomani. Dispute teologiche e dissertazioni sulla pressione ideale di un pneumatico. To BEten or not to BEten? This is ONE of the questions. Ripenso ai versi di Marlowe: now draw up Misha, like a foggy mist, ma le stelle hanno altro da fare.

 

Prima di chiudere la giornata con la compieta, mettiamo in comune, come di consueto, le impressioni che ci hanno accompagnato durante la giornata. L’intervento di Josef mi coglie di sorpresa: il modo in cui preghiamo lascia perplesso anche lui, per motivi analoghi a quelli da me espressi in uno dei post precedenti. Mi piace che abbia il coraggio di toccare l’argomento e che riesca a farlo con un tatto di cui io spesso faccio difetto, quando si affrontano certi argomenti. Vorrei dargli manforte, ma il mio turno è già passato e non è il momento di iniziare un’altra discussione, dopo la maniera in cui si è conclusa la cena. Tuttavia, ce n’est que partie remise: Guido assicura che di tanto intanto è possibile proporre anche modalità alternative, nei giorni a venire avrò dunque modo di contribuire con i fatti.



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