giovedì, 25 ottobre 2007

Intervallo epicureo - Von Nebel und Hinsebrei

In questi giorni a Bautzen l’aria è decisamente umida. A camminare per strada, si avverte ad ogni passo la sensazione del moto browniano delle gocce finissime in sospensione, che si posano sulla pelle nuda del viso e delle mani come un formicolío freddo. La sera l’umidità si fa più intensa e case e botteghe si lasciano avvolgere da un manto di foschia, che poco a poco si fa nebbia. Sembra quasi d’essere a casa, se non fosse che questa nebbia è pressoché inodore, mentre la nebbia delle Basse ha un profumo particolare.

 

Per raggiungere la città vecchia, devo percorrere in bicicletta una strada di campagna non illuminata. Nonostante o forse proprio per la nebbia, i rumori acquistano una profondità nuova nell’oscurità. L’attraverso in salita, percorrendo tratti in cui gli alberi, da ambo i lati della carreggiata, vengono a intrecciare una volta di rami tra me ed il cielo senza stelle.

 

 

La sagoma turrita di Bautzen, si scorge uscendo dal villaggio di Temritz. Già prima tuttavia, guardando l’orizzonte in direzione della città, lo si scopriva screziato di riflessi rossi e arancio. La rocca è illuminata e i fasci di luce tacciano suggestive scie nella notte fosca. Eccomi alla riva dei mulini, che attraverso il ponticello sulla Spiria – qui è poco più che un ruscello –, mi lascio alle spalle le rovine della chiesa di s. Nicolai, di cui rimane intatto e in uso soltanto il campo santo, e salgo il vicoletto lastricato di ciottoli che conduce alla Schülertor, tra tetti occhiuti e lanterne.

 

Per la porta degli scolari si va alla piazza del mercato. La piazza è bella e deserta, quasi abbandonata, come sembrano suggerire i tavoli all’aperto di un piccolo ristorante, fradicî e vuoti. Faccio due passi. Costeggio il Duomo e cammino per la Schlossstraße fino alla torre tardo-gotica di Mattia Corvino, svicolo nella Rittergasse, passo accanto alla vecchia torre dell’acquedotto e alle rovine del convento francescano, per ritrovarmi in riva ad uno spiazzo vuoto. Oltre lo spiazzo, il Mönchhof. Decido di fermarmi a mangiare qualcosa lì.

 

 

Mentre mi dirigo verso la taverna, suonano le campane del Duomo. I rintocchi attutiti dalla nebbia mi ricordano istintivamente Venezia, nelle narici mi sembra quasi di sentire l’aria della Laguna. Sono le nove. A quest’ora, al suono delle campane, i sorabi un tempo dovevano lasciare la città. Da secoli Bautzen, Budyšin in sorabo, è idealmente la capitale di questa piccola nazione slava. I sorabi tuttavia per lungo tempo non ebbero il diritto di abitarne il suolo. Potevano recarsi in città di giorno, per lavorare nei cantieri o per vendere derrate e manufatti, ma allo scoccare delle campane del Duomo, che alle nove di sera suonavano come se stessero chiamando a messa, dovevano tornare ai loro villaggî.

 

Il Mönchhof, di cui si vede l’insegna nella foto sottostante, è un posto d’altri tempi. All’interno, travature visibili, vecchi utensili e recipienti di rame, ruote di carro e barili. La luce è soffusa, i nomi delle pietanze sono scritti in vecchio tedesco, con i caratteri del vecchio alfabeto, il vino è servito in grolle di terracotta. I camerieri sono vestiti da frati e qua e là si trovano statue di diavoletti tentatori in atteggiamenti sornioni.

 

 

Scorro la lista delle zuppe e mi fermo su Kürbis und Lachs; l’accostamento non mi convince, ma, oltre ad avere una gran voglia di zucca, sono alquanto incuriosito. La zucca ha un sapore squisito che il salmone non guasta. Il secondo piatto è un pollo farcito di riso selvatico e verdure; è buono, ma mette molta sete e spolparlo richiede una certa manualità. Sul mio tavolo c’è anche un cesto con qualche fetta di pane fatto in casa, del buon pane compatto, com’è solito essere il pane tedesco, una ricetta molto fresca a base di segale e semi di finocchio. Concludo con una bouillie di miglio e uva sultanina. Un buon pasto, innaffiato di una parca bevuta di idromele (e parca non è un errore di battitura).

 

È tardi, quando, sazio, mi rimetto in sella per tornare al mio villaggio. Mi lascio il cielo rosso di Budyšin alle spalle e mi faccio strada nella nera campagna di Temritz, tra le gallerie d’alberi di Schmochtitz ed i rumori della notte lusaziana, dolcemente avvolta in una coltre di nebbia.

postato da: weingarten alle ore 12:51 | Permalink | commenti (2) | commenti (2) (popup)
categorie: ricordi, paesaggi, gastronomia, veneto, autunno, corbellerie, sassonia


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