martedì, 11 dicembre 2007

Sárospatak – Eisenach sola andata – VII parte

 

02.X – Pottenstein, Hilburghausen

 

La giornata di oggi comincia con una visita alla cittadina di Pottenstein. Costretta a lasciare la corte in seguito alla morte di Ludovico, che partecipava alla V Crociata e morì di tifo a Otranto ancor prima di imbarcarsi per la Terra Santa, Elisabetta trovò in un primo momento rifugio presso lo zio Egberto, vescovo a Bamberga. Questi aveva progetti matrimoniali ambiziosi per la nipote, che tuttavia rifiutò energicamente la prospettiva di un nuovo matrimonio, minacciando persino di tagliarsi il naso. Elisabetta fu dunque relegata a Pottenstein, dove per circa un anno visse in povertà e dedita ai derelitti.

 

Il borgo ci ha messo a disposizione una guida, che ci conduce attraverso i luoghi marcati dalla presenza di Elisabetta, evocando la storia del luogo e la biografia della santa. È la prima volta che sento parlare di Elisabetta in tono non celebrativo e la cosa mi interessa molto. Sapevo già che quella del Rosenwunder (miracolo delle rose) è una leggenda elaborata tardivamente – il che non le toglie valore: una leggenda non può considerarsi il racconto di un fatto storico, tuttavia dice spesso qualcosa di attendibile sul carattere e sul modo di agire di un personaggio – ma non sapevo che il motivo delle rose, che da secoli appare in buona parte della produzione artistica ispirata a Elisabetta di Turingia, fosse stato preso in prestito all’iconografia classica di un’altra santa, Elisabetta di Portogallo.

 

La fontana di s. Elisabetta a Pottenstein

 

La guida cita inoltre Elisabeth Busse Wilson, che nel 1931 pubblicò uno studio psicanalitico su Elisabetta. È a questo punto che sono piuttosto deluso dalle reazioni di alcuni miei compagni. Già il discorso sul Rosenwunder li aveva infastiditi, ora che si parla di psicanalisi e che qualcuno osa applicarne teorie e metodi a una santa manifestano persino una certa dose di disprezzo e di ostilità. È un peccato, perché in questo modo la guida è stata costretta a cambiare argomento. Ma va bene così, vorrà dire che stiamo facendo tutta questa strada soltanto per sapere che Elisabetta era brava, bella e buona e ha fatto tanto bene (oltre che per vantarci dei chilometri che siamo stati capaci di fare in un giorno)… Lungi da noi l’idea che anche lei avesse qualche problema, che le sia venuto qualche dubbio, che anche lei abbia fatto qualche errore. Si sa, i santi non hanno nulla a che spartire con l’umanità. E questo fino all’ultimo, ché le spoglie mortali degli uomini comuni dopo qualche ora dal decesso iniziano a puzzare, mentre i santi muoiono in “profumo di santità”.

 

Terminata la visita con un po’ di amarezza, ci mettiamo in viaggio. Anche oggi ci dividiamo in due gruppi e Guido ed io pedaliamo con il secondo, da Lichtenfels a Hilburgshausen. Il momento migliore della giornata è una breve sosta che facciamo a Coburgo, una città davvero molto carina nel nord della Franconia. Faccio un giretto per le vie del centro, masticando una Fränkische Bratwurst e con un occhio all’orologio, ché i minuti come sempre sono contati. È soprattutto uscire dalla città che ci costa tempo e fatica: la segnaletica è incompleta, la nostra carta non è abbastanza recente (tra un cantiere e l’altro, le carte fanno presto a perdere la loro attualità) e gli autoctoni, che, vedendoci un po’ sperduti, si avvicinano spontaneamente al nostro gruppo per chiederci se abbiamo bisogno di informazioni, ci danno indicazioni contrastanti.

 

Coburgo

 

In qualche modo ritroviamo la strada e un paio d’ore più tardi, alla vigilia dell’anniversario della riunificazione tedesca, attraversiamo quello che fino a 17 anni fa era stato il confine tra le due Germanie. Siamo in Turingia, il Muro non c’è più, le salite in compenso sono impervie. Arriviamo a Hilburgshausen in serata, con un buon anticipo sul primo gruppo. Purtroppo non possiamo portarci avanti, preparando la cena o facendoci già la doccia, perché tutto il materiale (viveri, ricambi) è rimasto in pulmino. Ci inventiamo qualcosa da fare, parliamo di Filippo Neri e di Harry Potter intorno ad una tazza di tè alla mela selvatica e alla cannella, racconto di quella volta che mia sorella a catechismo aveva capito che Domineddio era impotente, ecc. Gli altri ci raggiungono tardi.

 

Dopo una cena a base di chili con carne in scatola, quindi ci riuniamo per la preghiera in un ex-tempietto ugonotto, facilmente identificabile per la pianta ad ottagono oblungo. Un certo numero di ugonotti emigrò in Germania dalla Francia, nel periodo che la storiografia francese è solita chiamare Désert (un secolo di clandestinità, dal ritiro dell’Editto di Nantes nel 1685 – in conformità con la politica di assolutismo religioso di Luigi XIV e in barba al lealismo del partito protestante nei confronti della monarchia – sino alla promulgazione dell’Editto di tolleranza nel 1787). Molti si stabilirono in Brandeburgo e fondarono inizialmente comunità calviniste a sé stanti. Soltanto in seguito alcune di queste comunità si fusero alle comunità luterane locali. I tempietti rimasero vuoti e in alcuni casi, come a Hilburgshausen, furono ripresi dalle comunità cattoliche, nettamente minoritarie in queste contrade. Nel frattempo si era compiuto anche il destino di una parola. Il francese huguenot è infatti un lemma di origine tedesca, derivata per la precisione dal termine Eidgenosse, che in tedesco è pressapoco un sinonimo di svizzero. Ora, i calvinisti in arrivo dalla Francia furono designati con un calco dal francese: Hugenotten.

 

Manca poco a mezzanotte, quando finalmente riesco ad infilarmi dentro il mio sacco a pelo. Guido e Christoph rimangono alzati ancora un po’ a discutere con il parroco. A mezzanotte alzeranno con lui il calice: brinderanno alla riunificazione tedesca.

 

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sabato, 01 dicembre 2007

Sárospatak – Eisenach sola andata – VI parte

 

30.IX – Regensburg, Beilngries

 

Ieri era s. Michele e si dà il caso che la parrocchia che ci ha ospitati a Straubing sia intitolata proprio all’arcangelo. Oggi è domenica e per la festa del patrono Winfried e Christoph sono stati invitati a celebrare la messa. L’organista è bravo, ma c’è qualcosa che non funziona a livello dell’acustica: il suono è distorto e copre le voci. Il parroco prende la parola per l’omelia, che pronuncia con un accento bavarese squadrato con l’ascia; io e Josef prendiamo sonno. Alla fine della messa la comunità parrocchiana applaude il nostro gruppo. Francamente ancora non ne capisco il motivo.

 

Frastornato, mi siedo sui gradini della chiesa e, mentre aspetto che gli altri finiscano di prepararsi, mi addormento di nuovo. È una giornata di sole e al risveglio vedo tutto quanto come una foto desaturata. Ci mettiamo in sella. Quella di oggi è la tappa più lunga del viaggio: circa 140 km, da Straubing a Beilngries lungo il Danubio e il Main-Donau-Kanal.

 

Uno dei doccioni del duomo di Regensburg

Facciamo una prima sosta a Regensburg, dove mangiamo e ci concediamo un quarto d’ora per visitare il Duomo. Tutto il centro storico è molto bello e meriterebbe una visita più approfondita. L’atmosfera poi è molto gradevole, direi persino genießerisch, tutto parla in favore dell’unica cosa che non possiamo permetterci di fare: verweilen.

 

A Kehlheim lasciamo il Danubio e il Tour de Baroque per imboccare la pista dell’Altmühlental, che ci porterà diritti a Beilngries. La città festeggia quest’anno il suo millesimo giubileo e per l’occasione molti edificî sono stati restaurati. Pur con qualche difficoltà, troviamo la nostra sistemazione: anche qui dormiremo per terra e ci laveremo più o meno come i gatti.

 

Addio al Danubio (Kelheim)

Questa sera mangiamo fuori. Josef e Christiane hanno prenotato per tutti in un ristorante italiano e la prospettiva non mi alletta molto, anche perché non amo molto mangiare italiano all’estero – a meno che non cucini io, allora è un altro discorso. Comunque non ho voglia di fare storie e non dico nulla. Alla fin fine è stata una bella serata e abbiamo mangiato bene.

 

 

01.X – Beilngries – Gößwenstein

 

Preparo la colazione con Bernhard. Oggi toccherebbe a noi guidare il pulmino, ma Josef non si è ancora rimesso del tutto, perciò gli cediamo il posto. La tappa di oggi in ogni caso sarà breve, dato che abbiamo deciso di spezzarla e di viaggiare in due gruppi: il primo da Beilngries a Norimberga, il secondo da Norimberga a Gößweinstein.

 

Una torre della chiesa forticata di Kinding

Viaggio con il primo gruppo. Il ginocchio sinistro, che mi dà regolarmente problemi da una decina d’anni e a cui devo stare attento, mi fa un male cane. Ci fermiamo a Kinding, dove c’è una piccola Wehrkirche (chiesa fortificata). Piccola e bella. Il viaggio procede per salite abbastanza impegnative. Stiamo attraversando una linea immaginaria, nota in tedesco con il nome di  große europäische Wasserscheide (grande spartiacque europeo). La GEWs corre in anse e meandri da Gibilterra al Caucaso, separando il corso dei fiumi che sfociano nell’Atlantico, nel Mare del Nord e nel Baltico da quello dei fiumi che si gettano nel Mediterraneo e nel Mar Nero.

 

Benvenuti nella casa di Dominedio (Kinding)

Chissà se le linee immaginarie hanno virtù teraupetiche, in ogni caso ora che siamo tornati in pianura il ginocchio non mi duole più. Facciamo una pausa davanti una cappella persa in mezzo a una losanga verde delimitata dall’autostrada e dai binarî della tratta ad alta velocità Monaco-Ingolstadt-Norimberga. Vicino alla cappella c’è un piccolo birrificio. Ci si avvicina un Bierfahrer (così si chiamano i camionisti che trasportano birra)  e si mette a fare quattro chiacchiere con noi. Gli offriamo un paio delle nostre barrette energetiche e lui in tutta risposta si allontana e ritorna con una bottiglia di birra per ciascuno di noi. Siamo in Franconia e questo è soltanto il primo incontro con il calore della gente del luogo.

 

Quella di oggi è probabilmente la tappa più piacevole di tutto il viaggio. Abbiamo il tempo di fermarci per un pranzo vero a Hilpoltstein, un’amena cittadina nei pressi di Roth. Poi proseguiamo lungo il Main-Donau-Kanal e abbiamo modo di apprezzare la creatività verbale tedesca: le aree in prossimità delle chiuse sono strompolizeilich bewacht, ma lo stesso dobbiamo fare attenzione alle Eichenspinnenprozessionen. Ché le processionarie della quercia non guardano in faccia nessuno, neppure i pellegrini. A una decina di chilometri da Norimberga, ci fermiamo nei pressi di una chiusa ad osservare le manovre di una nave maltese e stappiamo le birre donateci il mattino.

 

Nave maltese sul Main-Donau-Kanal

Qualche minuto più tardi ritroviamo Josef, che ci aspetta in un parcheggio lontano dal centro. Peccato, Norimberga a me piace molto e ci sarei ripassato volentieri. Questa volta Dietmar non c’è, ma ci pensa Norbert a caricare il rimorchio consultando il manuale di trigonometria. Partiamo per Gößweinstein, passando per Verona, Parigi, il paese dei balocchi e tutte le altre località reali o fantastiche che ho sognato. Quando riapro gli occhî, siamo sulla piazza principale della cittadina, accolti dai rintocchi delle campane che chiamano alla messa vespertina. Scendo dal pulmino per fotografare la facciata della basilica, che, immersa in una luce spettacolare, si staglia contro un cielo azzurrissimo.

 

La basilica a Gößweinstein

Siamo alloggiati presso le suore elisabettine, circa un chilometro dalla basilica. I miei compagni proseguono in pulmino o in bicicletta, io preferisco farmi una corsetta. Questo viaggio mi sta facendo bene: ho ancora la pancia, ma mi sento di nuovo in gran forma. Alla casa per esercizî spirituali le suore sono molto cordiali e simpatiche. Ci hanno confezionato un Abendbrot da pascià (se mai i pascià mangiavano l’Abendbrot), s’innamorano all’istante di Christoph e tornano a trovarci piuttosto brille durante la nostra riunione serale. Più che in una casa per esercizî spirituali sembra di stare in una casa per esercizî spiritosi, ma in fondo è meglio così.

 

Oltre alla serata esilarante Gößweinstein ci riserva una delizia che agognavamo da tempo: un letto e una doccia.

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martedì, 13 novembre 2007

Sárospatach-Eisenach sola andata – V parte

Venerdì mattina svegliandomi ho visto la Madonna di Lourdes sul mio comodino. Per essere precisi, ho visto una di quelle boccette a forma di Madonna che di solito contengono acqua benedetta della sorgente di Lourdes. Mi sono chiesto come fosse arrivata lì ed ero più turbato dal pensiero che qualcuno potesse aver visto il mio disordine, che non dall’idea che quel qualcuno fosse entrato in camera mia la notte o il mattino presto senza che me ne accorgessi.

 

Poi ho messo a fuoco un po’ meglio l’immagine e la Madonna è scomparsa, per far posto a una bottiglietta di vodka. Un regalo dei nostri ospiti ucraini, che avevo aperta la sera prima per correggere una tazza di caffelatte. La pseudo-apparizione mi ha fatto tuttavia venire in mente di aver lasciato in sospeso il racconto del mio “pellegrinaggio”. Nell’ultimo post ero arrivato a Vienna.

 

 

27.IX – Windhaag bei Perg

 

Prima di lasciare Vienna, il gruppo ha deciso di fare visita alla cappella dell’Ospedale s. Elisabetta, in cui Christoph intende dire messa. La cappella è un edificio barocco, noto soprattutto perché vi si conservano il cranio (ma non il mento) e i femori della santa. Dell’autenticità delle reliquie, che sarebbero state trasportate a Vienna nel 1588 per ordine dell’arciduca Massimiliano d’Austria, si è più volte dubitato. A dire il vero, prove che fugassero tali dubbî non sono mai state prodotte.

 

Autentiche o no, per me non ha alcuna importanza. Sarà forse che vengo da una terra in cui si sono costruite dighe in pietre d’Istria, acquistate con i proventi della vendita di mignoli di s. Pietro e sante amenità varie, il culto delle reliquie è un aspetto della pietas cattolica che in me ha sempre suscitato indifferenza, se non avversione. Nel caso di Elisabetta, mi ha colpito leggere come si siano comportati i fedeli che ne hanno visitata la salma prima della sepoltura: molti ripartivano portandosi appresso un pezzo di cadavere, vuoi un unghia, vuoi una falange o un capezzolo. A me sembra una cosa macabra e malsana.

 

Finita la messa, ci dividiamo in due gruppi. Rimango con Guido, Christian, Andreas e Bernhard, gli altri proseguono in autobus fino a Mautern e da lì pedaleranno sino a Windhaag bei Perg. A Vienna piove a dirotto e decidiamo di aspettare un po’ prima di partire. Siamo seduti in una sala d’aspetto dell’ospedale e fa uno strano effetto essere lì, senza dover aspettare nulla o nessuno, soltanto che fuori smetta di piovere.

 

A un certo punto sembra ci sia una schiarita e ci mettiamo in viaggio, ma pochi minuti dopo dobbiamo rassegnarci: oggi si pedala sotto la pioggia. Ci mettiamo un po’ ad uscire dalla città e a ritrovare il Danubio, ma alla fine rieccolo che scorre largo e grigio alla nostra sinistra, poi alla nostra destra. Il sole fa di nuovo capolino a 30 km da Mautern e l’aria si fa sempre più tersa, rendendo possibili giochi di luce di straordinaria bellezza. Ora il fiume si è tinto davvero di blu, forse Strauss non aveva avuto le traveggole.

 

Nave mercantile sul Danubio

 

A Mautern ritroviamo l’autobus. Ci vuole un sacco di tempo per caricare le cinque biciclette, perché Dietmar è di una meticolosità quasi maniacale e nessuno ha ancora capito che bisogna trovare il modo di tenerlo lontano dale operazioni di carico e scarico. Lasciamo il volante a Bernhard, che ha una guida molto sportiva. Durante il tragitto gli altri pregano, io dormo. A Windhaag i miei compagni mi chiederanno come ho fatto.

 

Arriviamo contemporaneamente all’altro gruppo e siamo accolti splendidamente nella canonica, che poi è una deliziosa casetta di montagna. Il tempo di fare una doccia calda e mettere gli scarponi ad asciugare di fronte alla stufa accesa, ci ritroviamo a tavola di fronte ad un piatto di zuppa fumante. Ceniamo con Martina, una signora di circa quarant’anni, originaria della Turingia e trasferitasi da qualche anno in Austria. Tra una settimana si sposa e ha un po’ di fifa, ma sembra contenta. Vuole sapere che lavoro facciamo e un po’ tutti nominano la loro professione: parroco, contabile, Hausmeister, educatore… L’ultimo a risponderle sono io: le dico che sono un Taugenichts (un buon a nulla) e che è un lavoro duro, perché non ci si possono concedere vacanze né riposo. Poi le spiego cos’è un volontario europeo.

 

Chiudiamo la serata con uno sguardo retrospettivo alla giornata trascorsa, che purtroppo è l’occasione per iniziare un’altra discussione odiosa. Assistiamo a un piccolo scontro verbale tra Guido e Dietmar sul modo in cui è stato pianificato il viaggio; entrambi riescono a contenersi, ma si stanno allegramente fulminando a vicenda con gli occhî. I miei occhî invece non vedrebbero l’ora di chiudersi. Arrivati alle “questioni di principio”, sento una vocina dentro di me che mi dice: “Fermali, strozzali, vedi un po’ tu, ma ti prego: fa’ qualcosa!” Fortunatamente si fermano da soli e possiamo finalmente andare ad infilarci dentro i sacchi a pelo. Questa sera per la prima volta dormiamo per terra.

 

 

28.IX – Passau

 

Ci alziamo con la pioggia. La comunità ci ha invitati a partecipare alla messa del mattino in paese, per cui, dopo la colazione, ci rechiamo in chiesa. L’organista esegue assoli arditissimi. “Geht in Frieden!” e noi si va pure in pace, ma soprattutto contenti di scoprire che fuori ha smesso di piovere. Ci rimettiamo in viaggio. Oggi non mi sento molto in forma e, temendo una ricaduta, pedalo sino a Wilhering, nei pressi di Linz. Lì chiedo di salire in pulmino, richiesta che viene accettata, a patto di preparare qualcosa d’italiano per cena.

 

Una ramificazione del Danubio tra Linz e Perg

 

Raggiungo gli altri due infortunati del gruppo, Josef e Norbert. Guido fino a Niederanna, facciamo la spesa, poi cedo il mezzo a Norbert, mi addormento sul sedile posteriore e mi risveglio in Germania. Siamo arrivati alla nostra sistemazione, il centro giovanile di una parrocchia di Passau. Scarichiamo tutto, constatiamo che i locali sono polverosi e le toilette sporche, mentre la cucina accusa un grave deficit di pentole. Mi metto al lavoro e, aiutato da Josef, preparo spaghetti alla carbonara, polenta e piselli al curry.

 

Gli altri ci raggiungono tardi, stanchi e fradcî. Trovare la cena pronta li aiuta a riprendersi almeno in parte da una spiacevole notizia: nell’alloggio di Passau non ci sono docce.

 

 

29.IX – Niederalteich, Straubing

 

Durante la notte mi sono svegliato con Guido che, accovacciato nei pressi del mio sacco a pelo, mi ripeteva piano: “Nicht schnarchen! Schnarchen nicht gut!”. Chissà se si è reso conto di avermi svegliato o se ha pensato di essere davvero riuscito a farmi smettere di russare con un messaggio subliminale, comunque è tornato a coricarsi. Ho aspettato di sentir russare anche lui e mi sono rimesso a dormire. Stamattina Bernhard mi ha raccontato che a lui il mio capo ha persino tappato il naso.

 

Un braccio secondario del Danubio tra Passau e Niederalteich

 

Il tragitto di oggi si snoda per 100 km lungo il Danubio, da Passau a Straubing. Il sole ci mette un po’ di tempo a farsi un varco tra le nuvole, ma, una volta riuscito nell’impresa, non ci abbandonerà per il resto della giornata. Ne spezziamo il ritmo con due lunghe e gradevoli pause: a Niederalteich per il pranzo e in riva al Danubio nel pomeriggio. A Niederalteich c’è un abbazia, di cui visitiamo la basilica. L’esterno relativamente sobrio non lascia presagire quello che ci aspetta varcata la soglia: un tuffo nella ridondanza del barocco bavarese. La sera qualcuno dirà che quella di Niederalteich è la prima chiesa davvero bella che abbiamo vista in questo viaggio, un luogo in cui la devozione a Cristo trova degna espressione artistica.

 

Basilica di Niederalteich

 

Certo, la basilica è piaciuta anche a me, soprattutto per la bella luce che ne inondava le navate, eppure sono convinto che con la devozione Niederalteich e le chiese barocche abbiano ben poco a che fare. Si potrebbe essere tentati di credere che l’oro e gli stucchi siano lì per celebrare la gloria divina, ma credo che sarebbe un’impressione sbagliata. Oro e stucchi servono piuttosto a nascondere l’angoscia di un mondo che, perso il suo centro (la figura per eccellenza del barocco è l’elisse, che sostituisce il cerchio; da una figura con un centro si passa a una figura con due fuochi, che ricorda le orbite planetarie) e la sua centralità (fine del geocentrismo), era in preda ad una crisi di fondamenti e all’ossessione dello scorrere del tempo, della vanità dell’esistenza e dell’avvicinarsi inesorabile della morte (a tal proposito potrebbe essere illuminante la lettura dei sonetti di Andreas Gryphius). Ora, una simile angoscia potrebbe essere persino la condizione preliminare al salto nel mare scuro ed agitato della fede, tuttavia, perché questo salto sia possibile, è necessario assumerla, dirle di sì. Invece l’architettura sacra barocca esorcizza l’angoscia, o forse la rimuove, sommergendola nel fasto.

 

La figura geometrica per eccellenza nello stile barocco: l’elisse

 

Su uno dei banchi della chiesa del monastero di Niederalteich noto un cartello: “Nur für Männer” (“riservato agli uomini”). Inutilmente ho cercato i banchi riservati alle donne; forse si trovano nella parte superiore della chiesa. In compenso ho trovato un certo numero di altari sui due lati della chiesa, in cui, dietro una vetrina, sono conservati i resti mortali di diversi abati. Gli scheletri vestiti di porpora non mi hanno suggerito riflessioni pie, bensì mi hanno fatto pensare alle Operette Morali, specialmente al Dialogo della Moda e della Morte. Tutt’al più al libro di Qoelet.

 

 Un piccolo traghetto sul Danubio

 

A Straubing ci accoglie la parrocchia di s. Michele. Anche qui si dorme per terra e non ci sono docce, ma almeno i locali sono puliti. Guido ci prepara una cena bavarese e ci fa sbellicare con delle barzellette sugli svizzeri. È incredibile come riesca ad imitarne l’accento. Usciamo a fare un giretto in centro storico e ci facciamo tentare da una serata al cinema, ma è troppo tardi ed i film sono già tutti cominciati, così finiamo per cacciarci in un bar molto brutto. Gli altoparlanti diffondono le note di Such a shame dei Talk Talk. Mi dico che, per quanto brutto, almeno in questo posto si ascolta buona musica, ma anche su questo mi ricrederò soltanto pochi minuti dopo.

 

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