martedì, 30 ottobre 2007

Sárospatach-Eisenach sola andata – IV parte

 

26.IX – Bratislava e Vienna

 

Sbrigato il solito tran-tran mattutino, usciamo per una breve visita alla Kostol svätej Alžbety, la chiesa di s. Elisabetta, detta anche chiesa blu, essendo il blu il colore dominante tanto all’esterno dell’edificio quanto al suo interno. La chiesa, costruita all’inizio del secolo scorso, presenta molti elementi tipici dello Jugendstil ungherese. All’interno Christoph ci racconta una leggenda dalla vita di s. Elisabetta, che nella più tenera infanzia avrebbe risieduto a Bratislava. Dall’odierna capitale slovacca sarebbe partito nel 1211 il corteo nuziale che, a soli quattro anni, l’avrebbe condotta sino in Turingia, per essere educata alla corte del suo futuro consorte, il langravio Ludovico IV.  

 

La chiesa di s. Elisabetta a Bratislava

 

Tornando al convento, dove caricheremo le nostre cose sul pulmino e recupereremo le bici, mi colpisce l’insegna di un caffè. Vi si riconosce il vecchio nome della città, in tedesco: Preßburg. Il nome Bratislava fu ufficialmente introdotto a partire dal 1919, successivamente alla creazione della Cecoslovacchia. Prima di allora la città era chiamata talora Prešporok, talora Prešporek anche in slovacco. Tracce del vecchio nome rimangono anche lontano dal Danubio. Passeggiando nei dintorni dell’arco di trionfo a Parigi, potreste ad esempio imbattervi nella rue de Presbourg. Il nome della via fa riferimento a un trattato di pace concluso proprio a Bratislava nel 1805, una vittoria diplomatica di Napoleone Bonaparte sull’Impero austro-ungarico che fece seguito ai fatti d’armi di Austerlitz.

 

Quei nomi di una volta...

 

Il Danubio e il Nový Most (Bratislava)

 

Ci rimettiamo in sella e lasciamo il convento, ma, prima di dirigerci verso il lungofiume, decidiamo di far tappa al castello. Costruito su una rocca sulla riva sinistra del Danubio, il castello non mi colpisce particolarmente, ma sono molto contento di essere salito sulla piccola altura, per la vista che di lassù si gode sulla città. A sud, oltre il Danubio, scavalcato dal Nový Most e solcato dai carghi fluviali, si vedono i quartieri costruiti durante l’era socialista, a ovest la cattedrale ed i tetti della città vecchia. Il giustapporsi di questi due spazi ben rappresenta la città, in cui il vecchio e l’invecchiato si mescolano. Leggendomi, qualcuno potrà dirmi che sono pazzo, ma a me Bratislava per questo ricorda istintivamente la parte orientale di Berlino. Del resto la mia sarebbe malafede, se mi limitassi ad evocare le due categorie di cui sopra. Ad accentuare l’impressione di variegatezza che me la fa associare alla capitale tedesca, nella capitale slovacca si scorgono anche elementi nuovi: delle bizzare statue in bronzo (un uomo che spunta con la testa da un tombino, un paparazzo che scatta una foto da dietro l’angolo di una via ed altri soggetti fantasiosi in grandezza reale), nuovi edificî in acciaio e vetro venuti su come funghi negli anni ’90, per non parlare dell’evidente penetrazione in molti settori dell’economia e del mercato slovacco da parte di attori occidentali (ad esempio di gruppi tedeschi per quanto attiene ai settori bancario e assicurativo o di operatori francesi per quanto riguarda invece la telefonia). Per accorgersene è sufficiente guardarsi intorno e fare caso alle insegne che campeggiano sugli edifici del centro: Orange, Sparkasse, Hp, Generali, T-Mobile, ecc.

 

Quartieri eretti durante la Guerra fredda (Bratislava)

 

I tetti di Bratislava

 

Questa città mi interessa, mi piacerebbe rimanere più a lungo, esplorarla più a fondo. Purtroppo il viaggio impone dei tempi rigidi e mi devo accontentare di questa prima e fugace impressione. Lasciata la rocca, raggiungiamo il confine in appena 20 minuti. Il controllo dei passaporti è una formalità che sbrighiamo in fretta , ci troviamo ora in suolo austriaco. A Hainburg ritroviamo le rive del Danubio, che ci farà compagnia per altri 500 km, fino a Kelheim. Guido canticchia An der schönen blauen Donau (Sul bel Danubio blu) e non posso fare a meno di chiedermi come abbia fatto Schani ad inventarsi un titolo del genere. Qui il colore dominante è il verde della foresta ripariale, un verde che si propaga sin anche ai riflessi dell’acqua. Pedaliamo su strada piana e con il tandem si fila che è un piacere. Guido per un tratto mi lascia anche salire davanti; è una sensazione strana, nel cercare di mantere il tandem in equilibrio e di dargli una direzione si ha una percezione molto acuta dei movimenti di chi sta dietro. È per questo motivo che di solito il ciclista più corpulento si accomoda sul sellino posteriore...

 

È ancora chiaro quando arriviamo a Vienna. Arrivati alla Donau-Insel, siamo indecisi sulla strada da prendere e chiediamo informazioni a un signore di una sessantina d’anni, anche lui in bicicletta. Non ci saremmo mai aspettati tanto: il nostro benefattore, che parla con un accento viennese marcatissimo – il che contribuisce a rendermelo subito simpatico, anche se afferro soltanto la metà di quel che dice –, si offre di accompagnarci fino al Prater. Da lì, ci dice, raggiungere il 2. Bezirk è un giochetto da ragazzi e, comunque, prima di separarsi da noi, ci spiegherà ancora la strada da prendere.

 

La grande ruota panoramica del Prater

 

Al Prater facciamo una sosta nei pressi della ruota panoramica. Non distante dalla famosa giostra si trova una costruzione sferica in legno, che facilmente si potrebbe scambiare per un’attrazione del Prater. Si tratta invece di un’opera di Edwin Lipburger, cui sul finire degli anni ’70 la città di Vienna concesse un fondo presso il Prater, per la costruzione di un’opera destinata a celebrare le virtù del legno e la bellezza del solido platonico per eccellenza. Entrato successivamente in conflitto con le autorità edilizie della capitale, Lipburger cinse la sua sfera di una cortina di filo spinato e proclamò la repubblica indipendente di Kugelmugel. La mini-repubblica si estende al margine di una piazza intitolata all’antifascismo. Vedere il cartello Antifaschismusplatz impigliato nel filo spinato mi ha fatto un’impressione strana.

 

Antifascismo ai confini della Repubblica di Kugelmugel

 

Siamo alloggiati presso la comunità magiara di Vienna. La sistemazione è buona, anche se non tanto quanto quella di Bratislava. Del resto in Slovacchia siamo stati accolti tanto bene, che sarebbe stato difficile far meglio. Inoltre nel corso della giornata Guido ci ha fatto una confidenza che mi ha molto colpito: né le suore, né i nostri amici di Luboreeva hanno accettato compensi per l’ospitalità offertaci.

Stephansplatz (Vienna)

 

Sistemati i bagagli e dataci una rinfrescata, ci concediamo una passeggiata nei pressi dello Stephansdom. Evito di chiudermi nella cattedrale e passeggio a caso per le vie illuminate del centro. Il tempo a disposizione però è poco, come sempre, e rientro per cena senza aver raccolto particolari impressioni. Stasera si mangia la pasta agli spinaci che Christiane ci promette da quando eravamo a Ragaly, innaffiata dalle ultime bottiglie di Tokaj rimasteci. Terminato il pasto, l’atmosfera gioviale e le battute di spirito lasciano il posto a una tediosa discussione sul programma dell’indomani. Dispute teologiche e dissertazioni sulla pressione ideale di un pneumatico. To BEten or not to BEten? This is ONE of the questions. Ripenso ai versi di Marlowe: now draw up Misha, like a foggy mist, ma le stelle hanno altro da fare.

 

Prima di chiudere la giornata con la compieta, mettiamo in comune, come di consueto, le impressioni che ci hanno accompagnato durante la giornata. L’intervento di Josef mi coglie di sorpresa: il modo in cui preghiamo lascia perplesso anche lui, per motivi analoghi a quelli da me espressi in uno dei post precedenti. Mi piace che abbia il coraggio di toccare l’argomento e che riesca a farlo con un tatto di cui io spesso faccio difetto, quando si affrontano certi argomenti. Vorrei dargli manforte, ma il mio turno è già passato e non è il momento di iniziare un’altra discussione, dopo la maniera in cui si è conclusa la cena. Tuttavia, ce n’est que partie remise: Guido assicura che di tanto intanto è possibile proporre anche modalità alternative, nei giorni a venire avrò dunque modo di contribuire con i fatti.

mercoledì, 24 ottobre 2007

Sárospatach-Eisenach sola andata – III parte

 

25.IX – Bratislava

 

Mi sveglio in un bagno di sudore. Non sto ancora bene, ma comincio a sentire un miglioramento. Mi preparo, quindi incontro gli altri nella chiesetta che mi ha mostrato la signora di ieri. Dopo la preghiera i miei compagni mi cantano una canzone: wie schön, dass du geboren bist… Oggi è il mio compleanno e casualmente lo si è saputo quando siamo siamo arrivati in Ungheria. Guido ha preso un paio di libri da una cassa, in cui avevamo riposto i regali destinati a coloro che di volta in volta ci offrono ospitalità, Josef e Christiane hanno comprato per me dei cioccolatini e della birra slovacca e Christoph ci ha aggiunto della vitamina C. Dopo la canzone e i regali, i miei compagni mi fanno gli auguri uscendo dalla chiesa.

 

Facciamo colazione nella saletta dove avevamo cenato la sera prima: salsicce e senape, servite sempre con la stessa premura. Discutiamo il da farsi per la giornata che comincia. Vogliamo raggiungere Bratislava in serata, ma la capitale è distante e dobbiamo spezzare la tappa: un gruppo pedalerà da Luboreeva a Pribeta (metà percorso), l’altro raggiungerà Pribeta in pulmino e proseguirà da lì in bici fino a Bratislava.

 

Con Guido e Christoph decidiamo che per oggi è meglio che io rimanga in auto. In mattinata riesco a dormire ancora; quando sono sveglio, guardo dal finestrino, incantato dal paesaggio. Oggi lasciamo le appendici montuose, ci addentriamo nella pianura e la nostra strada si snoda attraverso distese di campi già mietuti, in cui di tanto in tanto si scorge un trattore trascinare un aratro.

 

Dopo la pausa pranzo, ritrovato il primo gruppo, chiedo di mettermi al volante. Guidare mi fa bene. Il rimorchio non è un grosso problema, anche perché lavorando in azienda con i miei, mi è già capitato di trainare rimorchi carichi di derrate agricole, da consegnare ai rivenditori all’ingrosso. Le strade sono in buono stato; viaggiamo su una statale a due corsie, una per senso di marcia, ma la carreggiata è larga e la segnaletica buona, soprattutto quella orizzontale, più chiara e visibile di quella di molte strade venete. Attraversiamo Nové Zámky, Šal’a, Galanta, Senec. A Galanta il traffico comincia a farsi più intenso, ma, a parte qualche sorpasso un po’ audace e un paio di vetture che viaggiano a luci spente anche sul far della sera, gli autisti sono piuttosto disciplinati.

 

Entriamo a Bratislava in serata. Percorriamo un raccordo autostradale, che immetterebbe sulle autostrade che portano a Vienna o a Brno. Mi sarei immaginato una città più piccola, invece Bratislava è grande più o meno quanto Dresda. Il nostro alloggio si trova in centro e fatichiamo un po’ prima di trovare la strada. Facciamo più volte inversione di marcia e ci districhiamo nel traffico dei boulevard o nel poco spazio lasciato dalle vetture parcheggiate nei vicoli, ma io ci prendo gusto. I boulevard a più corsie, i sensi unici, i semafori, le insegne luminose, i tram e i pedoni a cui fare attenzione… tutto questo in fondo è il mio mondo, benché io vi sia stato trapiantato tardi.

 

Siamo ospiti in un convento di suore elisabettine, che lavorano quasi tutte in un ospedale oncologico della capitale, chi come infermiera, chi in qualità di medico. Sono in tre ad accoglierci, a mostrarci il posto in cui dormiremo e a farci compagnia durante la cena, che hanno già provveduto a preparare. Più tardi ci mostreranno la loro chiesa, il cui interno è un esempio notevole di architettura barocca, e l’altro orgoglio del convento: una vecchia farmacia in ottimo stato. Il governo della ÄŒSSR l’aveva sequestrata negli anni ’60 e il convento ne è rientrato in possesso soltanto una trentina d’anni più tardi. Scambio qualche battuta con una delle suore, che è simpatica e per di più parla tedesco.

 

Dal nostro alloggio si sentono i tram rallentare e fermarsi a depositare o a raccogliere qualche viaggiatore notturno, poi ripartire in un baccano d’ingranaggi. Come dirò più tardi a Guido, io sono un animale urbano; il caos ed i rumori di una grande città non mi stressano, bensì mi rinvigoriscono. Questa sera ho approfittato anche di altri vantaggî della vita urbana. Davanti al convento infatti c’è Tesco, un grande magazzino in cui, malgrado l’ora tarda, ho potuto fare qualche acquisto: un sacco a pelo ed un paio di scarpe più solide di quelle che mi sono portato dalla Germania e che cominciano a dar qualche segno di cedimento. Mi sono rivolto ai commessi in inglese, ma mi han chiesto se potevo parlare tedesco, il che del resto è più facile pure per me. In fondo Bratislava è una città di frontiera – strana caratteristica per una capitale, ma a guardar bene non poi così rara (si pensi ad esempio all’attuale Yerevan, alla Parigi medievale o alla Lisbona di E. M. Remarque) –, l’Austria è a due passi e, soprattutto ora che la Slovacchia è membro dell’Unione Europea e che passare il confine si è fatto meno problematico, non mi sorprenderebbe che gli austriaci venissero a fare shopping qui. I prezzi infatti sono bassi: io, per esempio, ho comprato del buon materiale e me la sono cavata con 1350 corone, vale a dire circa 40 €.

 

Ora inauguro il mio sacco a pelo. Quando l’ho srotolato, ho constatato con sorpresa che è per due persone. È comodo, è caldo, manca soltanto qualcuno con cui condividerlo.

 

 

 

[nella quarta parte: il mattino a Bratislava e le tappe austriache]

 

postato da: weingarten alle ore 12:10 | Permalink | commenti (2) | commenti (2) (popup)
categorie: incontri, slovacchia, bratislava, confini e oltre, elizabeth by bike


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