martedì, 10 luglio 2007

Schmochtitzer Musikfest

Non è raro che l’intera produzione di un’artista sia oscurata da un’unica manifestazione del suo genio. Nel caso di Samuel Barber non si tratta neppure di un’opera, bensì di un singolo movimento del suo Quartetto in Si maggiore. L’Adagio per archi è uno di quei brani che si conoscono senza saperlo, in particolare attraverso il cinema e la TV. È infatti uno dei leitmotiv della colonna sonora di Platoon e Le fabuleux destin d’Amélie Poulain, lo si può sentire in The Elephant Man, La Lettera Scarlatta, Tenacious D in the Pick of Destiny e persino in certi episodî dei Simpsons o di South Park.

 

Venerdì sera l’ho ascoltato per la prima volta dal vivo ed è stata una delle esperienze sonore più toccanti da quando mi sono avvicinato “seriamente” alla musica, un miscuglio di stupore, turbamento e frastornío. Se avessi semplicemente ascoltato la registrazione, probabilmente non avrebbe sortito lo stesso effetto. Dal vivo è un’altra cosa, già sentire i musicisti verificare l’accordatura degli strumenti in apertura di un concerto è per me una bellissima emozione. Inoltre un’orchestra ha un notevole impatto visivo – non tanto per i vestiti da pinguino, quanto piuttosto per i movimenti di chi li indossa e per gli strumenti, diversi per forma, dimensione, tinte e materiali.

 

 

Il festival, che da qulache anno a questa parte dà una scossa di vitalità al nostro paesino, è cominciato a fine giugno e si è quasi concluso. Oltre al programma dello scorso week-end, che includeva brani di L. Bernstein e G. Gerschwin – soprattutto Rhapsody in blue, che per me è una meraviglia –, mi è piaciuto particolarmente il concerto di Peter Sadlo, un abilissimo percussionista di Norimberga. Professore al Mozarteum di Salisburgo, Sadlo era accompagnato da quattro dei suoi studenti, che si sono esibiti insieme a lui sul palco. Particolarmente belli i pezzi che includevano la xilomarimba.

 

 

Anche se un po’ ho fatto il cameriere, un po’ ho spinato birre e un po’ ho girato travestito facendo la réclame per il festival del prossimo anno, mi sono goduto abbastanza lo spettacolo. E mi sono pure guadagnato un invito per il prossimo anno.

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categorie: musica, concerti, iniziative, sassonia
sabato, 23 giugno 2007

Ein Leben gen die Musik

La settimana scorsa ho iniziato a studiare Comptine d’un autre été – L’après-midi, un brano di Yann Thiersen. È un pezzo un po’ minimalista, ma a me piace molto e mi sto pure divertendo ad impararlo. Lo spartito propone anche la diteggiatura più appropriata all’esecuzione del pezzo. Da un punto di vista puramente organizzativo, proprio la diteggiatura della mano destra mi lasciava un po’ perplesso, così ho chiesto chiarimenti alla mia insegnante e ho scoperto che la diteggiatura non è soltanto una questione organizzativa. Secondo Chopin “esistono tanti suoni diversi quante sono le dita.” Ora ci faccio più caso, ascolto di più. L’ascolto è fondamentale, almeno quanto la tecnica. Alfred Corot fu uno dei più grandi interpreti del primo Novecento, ma, quando eseguì la suite del Children’s Corner di Debussy in presenza della figlia del compositore, la piccola Claude-Emma, appena 13enne, commentò: “Papa écoutait davantage” (Papà ascoltava di più).

 

E pur tuttavia non sottovalutiamo l’importanza della tecnica. “Tutto dipende dal sapere come diteggiare correttamente”, iperboleggia Chopin. Qualcuno offre di più? Il prof. Schickele alza la mano: “Io vi dico che, per eseguire al meglio i pezzi di P.D.Q. Bach, una diteggiatura corretta non basta. Il musicista deve pure possedere l’arte del perfect toeing.” Aggiudicato.

 

Tutto questo per dire che ho ascoltato The Dreaded, in cui musicisti talentuosi, diretti da un compositore parodista con il genio di un Groucho Marx, si esibiscono in una performance dal vivo a dir poco demenziale. Lo stile è più o meno barocco-romantico-moderno-country-ma-soprattutto-plagio. L’orchestrazione è stravagante e sono sorpreso che a nessuno sia venuto in menti di suonare gli steli di tarassaco. Notevoli i collage di Gershwin e Prokof'ev. Alcuni titoli dovrebbero rendere l’idea dello spessore dell’opera: Pervertimento For Bagpipes, Bicycle And Ballons (S. 66) o Art of the Ground Round for 3 baritones & discontinuo (S. $1. 19/lb). Il mio brano preferito è comunque la cantata Iphigenia in Brooklyn, menzionato anche da Wikipedia, all’articolo Iphigenia, con una piccola precisazione che dice tutto: this version of the story may be less tragic than others.

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categorie: musica, concerti
lunedì, 11 giugno 2007

Der gelbe Klang

Ieri sera, nell’ambito della Schmochtitzer Bühne, un ciclo di concerti organizzato dalla mia associazione, si è esibito nel nostro “granaio” il trombonista Conny Bauer. È stata un’esibizione solista e, proprio per questo, temevo che non mi sarebbe piaciuta – ho sempre associato la possibilità di un’esibizione solista a strumenti quali il pianoforte, la chitarra, l’organo, la fisarmonica o il liuto, mentre, per quanto riguarda la tromba, il sax, il flicorno, la viola etc., ho sempre dato per scontata la presenza di una sessione ritmica e di altri strumenti in grado di accompagnare o di far da contrappunto. Il primo pezzo, un acustico, non ha sciolto i miei dubbî, sebbene mi avesse già stupito la tecnica del musicista: dal suo trombone a coulisse uscivano suoni talora distorti, talora difonici.

 

Avevo comunque notato uno strano microfono ed una pedaliera sul piccolo palco, al lato del quale, appoggiato su una sedia, si trovava anche un portatile. La funzione dell’equipaggiamento tecnico è stata chiara a partire dal secondo pezzo: dopo una transizione, Bauer si è avvicinato al microfono e ha cominciato a suonare una frase molto cadenzata; la pedaliera gli permetteva di controllare un sampler, che riproduceva in loop i temi via via registrati, fino a restituire l’effetto di un vero e proprio arrangiamento, su cui il musicista improvvisava con fantasia pirotecnica e sorprendente maestria.

 

Alternando pezzi acustici e improvvisazioni sui loop, l’esibizione di Bauer si è protratta per circa un’ora e mezza, senza soluzione di continuità (se l’avessi saputo prima che iniziasse il concerto, sarei stato previdente, invece ho dovuto tirar avanti soltanto con una piccola dunkles…). Il musicista, 64enne, non ha dato segni di fatica, malgrado si trattasse di una vera e propria maratona solista; ogni tanto, dietro la campana gialla dello strumento, si intravedevano le gote gonfie e la testa rossa per lo sforzo. Prestazione fisica a parte, il concerto ha regalato momenti di puro bonheur. Ho trovato sorprendente soprattutto la grande varietà di registri.

 

Ad unificarli, una buona dose d’ironia ha attraversato tutta l’esibizione. Basti pensare al momento più intenso del concerto: Bauer, che ha registrato in loop una polifonia lenta ed avvolgente, dopo averci condotti non si sa bene verso quali orizzonti lontani con le sue improvvisazioni, stacca la bocca dallo strumento, lo rigira e ne appoggia la campana al volto, cominciando ad emettere vocalizzi. Sembra che qualcuno urli da una nave o in limine ad uno strapiombo, il momento è suggestivo, ma l’immagine quasi grottesca del musicista che canta dentro al suo strumento produce un effetto di sfasamento. Talvolta siamo convinti di afferrare l’Assoluto, poi puntualmente ci accorgiamo della sproporzione tra questo – una x, intuita, forse soltanto ipotizzata – e le nostre rappresentazioni e finiamo col riderne – se ne siamo capaci.

 

 

Non sono mancati i momenti di leggerezza e di puro divertimento. Nel brano conclusivo, ad esempio, Bauer ha cominciato ad emettere strani suoni dal trombone (degli schiocchi ed una specie di singhiozzo) e a tamburellare sulla coulisse, ha registrato il tutto in loop, simulando in tal modo l’accompagnamento delle percussioni, e si è prodotto in una serie di improvvisazioni al limite tra il bop ed il free, concludendo con una sorpresa vocale che ha seminato euforia nel pubblico.

 

Conny Bauer è uno dei grandi nomi della scena jazz tedesca. Spicca per le sue capacità di improvvisazione, per la padronanza tecnica dello strumento e per la presenza scenica. Due delle formazioni a cui ha dato vita con altri musicisti, in particolare i quartetti Doppelmoppel e Zentralquartett (allusione irriverente al Zentralkomitee della Repubblica Democratica Tedesca) hanno fatto scuola nell’RDT. Pur continuando a collaborare con altri musicisti, a partire dagli anni ’90 Bauer si è dedicato prioritariamente al suo progetto solista Der gelbe Klang (il suono giallo), volto a esplorare tutte le possibilità espressive del suo strumento.

 

Da qui alla fine dell’estate darà ancora una decina di concerti: da solista (per esempio il 6 luglio, alla Galerie Mutter Fourage a Berlino), ma anche con i Doppelmoppel (il 25 agosto, alla Gladhouse di Cottbus) e con il Zentralquartett (il 5 agosto, alla Rathaus Köpenick a Berlino).

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categorie: musica, arte, concerti
lunedì, 22 gennaio 2007

Di gospel, Pfannkuchen e Amélie

Chi l’avrebbe mai detto che a Schmochtitz, un paesetto di 68 anime, età media intorno ai 60 anni, ci fossero tante cose da fare? Guido aveva paura che non mi sarei trovato bene e, prima che il progetto fosse approvato, mi aveva chiesto più volte se ero sicuro di voler venire in campagna, dato che era chiaro che preferisco la città. Invece mi trovo benissimo. L’associazione presso la quale presto servizio organizza una caterva di avvenimenti, c’è sempre gente nuova nei paraggî e se ogni tanto, come ho fatto oggi, passo una giornata un po’ da solo, finisco quasi per trovare la cosa riposante.

 

BAQ 

Berliner Akkordeon Quartett

 

Ieri sera nel “granaio” c’è stato il concerto di un quartetto berlinese, il Berliner Akkordeon Quartet. Le musiciste, quattro fisarmoniciste formidabili, hanno proposto pezzi di Astor Piazzolla, J. S. Bach, Galliano, ecc. Mi è piaciuto molto, c’è stato persino un momento in cui mi sono sentito salire le lacrime agli occhi. Non ero commosso, ero solo molto emozionato, mentre il quartetto suonava La valse d’Amélie di Yann Tiersen (dalla colonna sonora de Le fabuleux destin d’Amélie Poulain). A volte basta sentire una strofa, o semplicemente un riff di una canzone, e riaffiorano disordinatamente così tanti ricordi…

 

Nel pomeriggio di ieri sono anche stato di nuovo a Bautzen. Ormai faccio la strada abbastanza tranquillamente, senza bisogno di scendere dalla bicicletta per arrivare in fondo alle salite più impervie. Se penso che Guido fa quella strada in bicicletta quasi ogni giorno… E sono stato proprio a trovare Guido. Ho passato un bel pomeriggio con lui e con le sue due bambine, Jolanthe e Malwyne (4 e 2 anni). Lui le chiama “meine kleinen Terroristen”, e effettivamente sono molto vivaci e per nulla timide. Abbiamo preso insieme caffè e Berliner Pfannkuchen (quella specie di krapfen di cui parlavo in uno dei post precedenti) e abbiamo fatto un giro per il centro storico, giocando a Engelchen, Engelchen, flieg! con le bambine o portandole a turno in spalla. Siamo stati intorno alle mura e a vedere la Sprea (Spree) e Guido diceva alle bambine che a Bautzen sembra un fiume tanto piccolo, ma a Berlino ci passano le navi.

 

Sono anche stato a Bischofswerda venerdì sera. Come cittadina non è nulla di speciale, ma non ci sono andato per turismo, bensì per una lezione di Guido a un gruppo di giovani sulla musica gospel. Devo dire che racconta in maniera molto coinvolgente. Abbiamo provato a cantare insieme Wait in the water children ed è stato bello, soprattutto perché nessuno si vergognava di tirare fuori la voce e di provare a improvvisare sul tema. Poi la serata è continuata in maniera piacevole, perché dopo un po’ sono riuscito a rompere il ghiaccio con i ragazzi – soprattutto per merito di alcuni di loro, io non so mai da dove cominciare.

 

Mi sento bene: ogni volta che prendo la bici per andare a Bautzen mi rendo conto che sto recuperando la forma fisica, mi sto disciplinando molto dal punto di vista dell’alimentazione e socializzare mi riesce più facile (forse gli amici che ho conosciuto a Verona sono stati terapeutici sotto questo aspetto). Superato il disagio iniziale, va sempre meglio anche con la lingua. Inoltre riesco a fare le cose in fretta, senza sentirmi di fretta. È come se il tempo si fosse dilatato ed è una sensazione piacevolissima.

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categorie: ricordi, incontri, concerti, sassonia


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