11 luglio, lascio Lipsia e la Germania.
I colleghi mi hanno reso la partenza più difficile. E non parlo dei regali, anche se a dire il vero non sapevo dove metterli, avendo riempito le valige sino a farle quasi scoppiare.
Quando si lascia un posto di lavoro, in Germania si è soliti dare un Ausstand (l’espressione tedesca è proprio “seinen Ausstand geben”). Le modalità secondo cui l’Ausstand si svolge sono molteplici; solitamente chi parte offre qualcosa ai colleghi: uno o più giri di birra e affini, una torta da consumare insieme al lavoro, ecc. Talvolta – se i colleghi ne approfittano – l’Ausstand può costare caro e lasciare l’amaro in bocca.
Nel mio caso è successo il contrario. Sapendo che non avrei avuto il tempo di preparare alcunché, i colleghi hanno pensato bene di metterci una pezza e, arrivato al lavoro, ho trovato la mia scrivania imbandita di torte e bottiglie di vino. Lidka mi aveva persino portato del pane fatto in casa: “Für unterwegs”. A Beatrix avevo promesso che avrei letto qualche verso in italiano, così ho letto un brano dall’Inferno di Dante (il racconto di Ulisse) e, per finire su un tono meno cupo, Senza più peso di Ungaretti.
Un paio d’ore più tardi ero in viaggio per Parigi ed ora eccomi qui. Prima mi mancava Parigi ed ora mi manca la Germania. Chissà? Forse uno dei motivi per cui ho deciso di fermarmi è che partire mi riesce sempre più difficile.
Dei miei primi giorni in Francia non ho molto da raccontare. Fatico ancora a rendermi conto di essere arrivato. Per ora vivo secondo il motto parigino “métro, boulot, dodo” (metrò, lavoro e nanna), con una piccola variante: generalmente mi sposto in bici.
I miei amici sono per lo più in vacanza. Per ora ho visto soltanto Yannick, Dejan e Barbara, che si sta occupando di me come una sorella maggiore. Sono riuscito a salutare anche Cinzia e Antonio, che, tornando in Italia dal Perù, hanno fatto uno scalo abbastanza lungo a Roissy. Li ho portati un po’ in giro per il Quartier Latino e ci siamo fatti una galette bretone a place de la Contrescarpe.
Ora sta per iniziare agosto: tornano Édouard e Pascaline, presto verrà a trovarmi Renata e forse verso fine mese riuscirò a fare un salto a Torino. Verranno anche Maria e Matthias dalla Germania e non vedo l’ora di far loro scoprire alcuni angoli della città che le guide turistiche citano soltanto en passant. Ovviamente mi riprometto di farli scoprire quanto prima anche ai miei buoni lettori.
Un ultimo pensiero va a Lipsia, città di contrasti, contaminazione e incessanti trasformazioni. Ne ho parlato fin troppo poco ed è una lacuna che colmerò. Per ora vi lascio un link che punta a una piccola galleria dedicata a questa che alcuni chiamano “città degli eroi”, ma che per me è soprattutto un meraviglioso centro pulsante a vocazione cosmopolita, alle porte di un angolo di mondo che ormai mi è entrato nel cuore: l’Europa centrale.
Lezioni di tifo
Nel tardo pomeriggio il centro di Lipsia è già percorso in lungo e in largo da sciami di tifosi. Tra l’Augustusplatz e la stazione ferroviaria è tutto un fermento di cori, bandiere e giovani con i capelli o il volto dipinti di nero, rosso e oro; in mezzo ai tricolori tedeschi sventola timida, ma indisturbata, anche qualche bandiera spagnola. Alla gelateria San Remo e negli altri ristoranti dotati di maxi-schermo gli unici tavoli liberi sono riservati: volevi mangiare una crêpe? Niente da fare. All’angolo tra la Grimmaische e la Nikolaj-Straße ti ferma magari un gruppetto, che vuole i pronostici dei passanti sull’esito della finale. Gli interessano soprattutto i pronostici degli stranieri; ma come fare a individuarli in una città variopinta come Lipsia? Devono aver fatto già un bel po’ di buchi nell’acqua. Mi hanno lasciato passare indisturbato e interpellano un ragazzo con un fisico da Masai che cammina non lontano da me, per poi scoprire che è nato qui…
Sistemate le commissioni che mi hanno attirato in centro, prendo il tram per Markkleeberg. Guarderò la partita in compagnia di amici e conoscenti che abitano nella periferia Sud. A tratti sulla Karli il tram procede a passo d’uomo, ché la gente, assembrata di fronte alle terrazze dei pub, ha invaso anche la strada e i capannelli arrivano a lambire le linee dei binarî. La febbre del calcio si fa sentire anche in vettura. Gruppi di ragazze e ragazzi strombazzano e intonano canti da stadio. Il ritornello di Nel blu dipinto di blu è diventato un meno poetico “Finale, o-oh…”. Una ragazza si è travestita da bandiera: reggiseno nero e slip rossi, le gambe tinte di giallo, i fianchi di rosso e le spalle di nero. L’idea è divertente, peccato che passi il suo tempo a urlare dentro una trombetta, producendo un suono che fa pensare a un’oca torturata a morte. I miei timpani hanno provato immensa gratitudine, quando finalmente è scesa.
A Connewitz Kreuz scendo anch’io, ché qui devo cambiare. La festa continua, l’affluenza cresce. Già all’inizio di giugno, uno dei ristoranti ha sconfinato su un giardinetto pubblico, installandovi uno schermo gigante e ricoprendo lo spazio residuo di tavole e panche, oggi occultate dalla folla. Due Imbiss hanno il loro bel daffare a rifornirla di birra, Currywurst e gelati. Frattanto arriva il 9, che mi porta verso lidi più tranquilli, a Markkleeberg West. Qui i miei amici hanno già messo all’opera il barbecue e, prima del fischio d’inizio, possiamo concederci un paio di Bratwurst mit Senf all’aperto. Alle 20:45 siamo tutti ai nostri posti, con la nostra brava bottiglia di Radeberger a portata di mano. I bambini – per loro succo di frutta – fanno meraviglie, vedendo che gli spagnoli non cantano l’inno. Gli spiego che per la Marcha Real un testo ufficiale non c’è e i giocatori al massimo potrebbero cantare “na, na, na…”; sarebbe divertente aber nicht so feierlich. Poi viene il turno dell’Einigkeit und Recht und Freiheit e la telecamera inquadra uno ad uno i giocatori della selezione tedesca. I bambini conoscono i nomi di tutti, ma pendono soltanto dalle labbra di Michael Ballack e Jens Lehmann.
La partita comincia e nei primi dieci minuti le due squadre sembrano equilibrate, anzi è la Germania a creare la prima occasione: Miroslav Klose intercetta un passaggio a pochi metri dall’area spagnola e riesce ad avvicinarsi pericolosamente alla porta di Iker Casillas, ma, braccato da Puyol, non riesce a coordinarsi per il tiro. La partita per il momento non è molto divertente: Casillas rinvia un paio di volte direttamente nelle braccia di Lehmann e i tedeschi provano a venire avanti, ma mancano di precisione. Nonostante il pericolo appena corso, gli spagnoli continuano a palleggiare a qualche metro dalla loro area. Il pubblico tedesco fischia, ma quella della difesa spagnola non è melina: sembra quasi l’inspirazione del felino, prima di lanciarsi a colpo sicuro sulla preda. Appena uno dei centrocampisti spagnoli è in posizione, dalla difesa parte un passaggio basso che puntualmente lo raggiunge; segue uno spiazzante cambio di ritmo, con accelerazioni sulle fascie, combinazioni e cambî di gioco brillanti, scambî veloci e sempre precisi, con Xavi Hernández e Fernando Torres che arrivano più volte al tiro.
Gli spagnoli toccano meno palloni, ma sono più precisi e bloccano sul nascere buona parte delle azioni avversarie, intercettando molti dei passaggi tedeschi. Rigiocano subito la palla e si rendono pericolosi, costringendo Lehmann a metterci la pezza in un paio di occasioni. Nelle file tedesche si comincia a intravedere qualche segno di frustrazione, la Spagna al contrario cresce e continua a recuperare palloni, fino alla rete di Torres: recupero a metà campo, la difesa e il centrocampo iberico fanno girare la palla con l’abituale precisione, in cinque passaggi il pallone viaggia dalla trequarti spagnola a quella tedesca; poi tocco velenoso in profondità per Torres, che batte Philipp Lahm in velocità e bluffa Lehmann in uscita. È il 33° minuto. In sala qualcuno ha persino applaudito. C’è un po’ di delusione nell’aria, tanta ammirazione per gli spagnoli e la rassegnata consapevolezza che questa sera la nazionale non è all’altezza della situazione. Con noi c’è una signora che ha fatto battute scherzose per tutta la partita e ora canzona il marito: “Su, dài, non essere triste”. “No, sta’ tranquilla, per quello aspetto il 2 a 0”, le risponde lui.
Quel che resta del primo tempo se ne va indolore, pur con qualche spavento nei paraggi di Lehman. All’intervallo stappiamo altre birre e parliamo di tutto, ma non di calcio, e faccio conoscenza con un simpatico signore, che da un anno insegna in una scuola tedesca a Istanbul. Poi inizia il secondo tempo. Siamo curiosi di vedere se dopo l’intervallo è cambiato qualcosa: l’atteggiamento delle due squadre, l’assetto tattico, qualche uomo nuovo in campo. Effettivamente c’è Marcell Jansen, che ha preso il post di Lahm; probabilmente Joachim Löw vuole mettere un po’ di pressione in più sulla fascia sinistra. Sembra una buona mossa, nei primi 15 minuti i tedeschi si difendono meglio e riescono persino a rendersi pericolosi: Klose recupera un pallone nei pressi della bandierina del calcio d’angolo e lo mette in mezzo, Ballack lo indirizza di prima verso la porta di Casillas, ma il tiro, seppur di poco, si spegne sul fondo, insieme alla grinta e alla lucidità dei tedeschi.
Il tempo stringe, i tedeschi si fanno prendere dal panico e non riescono più a costruire gioco offensivo. Gli spagnoli dilagano e sprecano molto: Marcos Senna, all’origine di una splendida combinazione, non riesce a deviare in porta il pallone che Xabi Alonso gli ha appena appoggiato di testa nell’area piccola di Lehmann. Anche gli spagnoli ora hanno un paio di uomini freschi in campo. Löw dal canto suo prova ad aggiungere una punta, ma, per non scoprirsi troppo, sceglie di non togliere un difensore: esce Thomas Hitzlsperger; il pubblico si aspetta l’ingresso di Mario Gómez, ma l’allenatore tedesco gli preferisce Kevin Kuranyi. Con un centrocampista in meno la Germania si rivela ancora più affannata e incapace di manovrare: davanti ci sono due punte, ma i palloni non arrivano, mentre gli spagnoli continuano a tenere alto il ritmo e ad impegnare la retroguardia avversaria. Poi Klose lascia il posto a Gómez, ma non cambia nulla. Il triplice fischio dell’arbitro Rosetti mette fine all’incontro e la Spagna è campione d’Europa.
Matthias stacca il proiettore, prima che inizino le premiazioni. Tutti sono d’accordo nel dire che gli spagnoli hanno meritato la vittoria. Nessuno però critica i giocatori tedeschi e tanto meno il loro allenatore. Scambio un paio di battute con gli altri, poi saluto e mi dirigo alla fermata del tram. Passa qualche auto: alcune dànno fiato ai clacson e mi accorgo che nessuno ha ritirato le bandiere. Arrivano un paio di ragazzi giovani in bici e esultano: “Vice-campioni!” È la prima volta che la sento, questa… A casa sento qualche botto e ho qualche dubbio: stanno semplicemente facendo scoppiare i petardi che si erano procurati in caso di vittoria o stanno festeggiando il secondo posto?
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Stamane mi sono alzato e sono andato al lavoro. Alle finestre ho visto ancora le bandiere e anche sulle auto e le biciclette. Al lavoro i colleghi hanno l’aria un po’ delusa, eppure orgogliosa. Parlano bene degli spagnoli ed è chiaro che per loro, che pure avevano sperato in una vittoria, il secondo posto non è una magra consolazione, bensì un traguardo. Questa compostezza mi piace e mi fa pensare che molto spesso in Italia non sappiamo perdere, che anzi altrettanto spesso non sappiamo neppure vincere. Ripenso ai cori di Verona, nella notte tra il 9 e il 10 luglio di due anni fa, in cui si dava della meretrice alla madre di Zidane. E penso ai gestacci di alcuni amici in autostrada, ogni volta che avvistavano un auto con la targa francese. Penso a mille altri modi di denigrare gli avversarî, invece di far festa, e allo stesso tempo penso a quel compostissimo: “Sie haben es verdient”(1) seguito dalle clacsonate e da sana gaiezza. E mi dico che forse sì, in confronto ad altri popoli facciamo un po’ pena.
Un'enigmatica introduzione alla vita reale
Sul muro di un palazzo in Schuhmachergässchen a Lipsia:
“Ricordati di:
E pur si muove!
Negli anni del liceo intervennero i primi timidi cambiamenti nella mia statica esistenza. Vi fu dapprima un viaggio a Torino. Mia madre non sopportava più le liti dei due figlioletti più piccoli, così mise me e mia sorella sul primo treno per il capoluogo piemontese con due biglietti di sola andata, sbolognandoci a nostra zia per una settimana. Per lei quella settimana fu forse una tregua, per noi certo non fu una punizione. Gli zii ci fecero vedere tutto quel che poterono: le piazze del centro, il Valentino, la Gran Madre, Stupinigi. Mio cugino ci portò a Superga e ci raccontò del mitico Toro degli anni ’40. Essendo un po’ più grandicello della mia sorellina, la sera avevo anche il permesso di uscire con lui.
La città mi sembrava immensa. Non riuscivo a memorizzare nessun itinerario, né a fissare quei pochi punti di riferimento che mi avrebbero permesso di ricreare nella mente un’immagine ordinata e percorribile anche di un solo quartiere. Certo, potevo riconoscere la Gran Madre o piazza s. Carlo, ma anche questi non erano punti di riferimento: comparivano sempre all’improvviso, senza che avessi sospettato di trovarmi nelle loro vicinanze. Un po’ ansioso, mi chiedevo come avrei fatto a raccapezzarmi, se mai un giorno mi fosse capitato di vivere in una metropoli.
Frattanto mi ero iscritto a un liceo linguistico pubblico, in cui avrei avuto la possibilità di imparare oltre all’inglese, che già studiavo da un paio d’anni, il francese ed il tedesco. Si potrebbe interpretare questa scelta come espressione del desiderio di fuggire dalla provincia, di viaggiare e andare incontro a esperienze e stimoli nuovi – ma sarebbe una supposizione errata. Le mie ragioni allora erano molto più banali: non avendo aspirazioni precise, avevo scelto di intraprendere un cammino in qualche modo già familiare, seguendo semplicemente le orme di mia sorella e di mio cugino.
Nemmeno l’entusiasmo per le lingue ebbe un ruolo nel determinare la mia scelta. Ammetto anzi che all’epoca le sole che mi sembrassero degne di essere studiate erano l’inglese e lo spagnolo. Quanto al francese e al tedesco, non facevo che riprodurre cliché logori e stantii: il primo era parlato da individui effeminati e pieni di sé – e qui mi autocensuro, ché allora usavo un’espressione decisamente più scatologica –, mentre il secondo era così duro, che parlarlo proprio non era possibile, semmai lo si poteva abbaiare. Allora certo non immaginavo il posto che queste due lingue si sarebbero poco a poco conquistate nella mia vita, né la passione con la quale avrei finito per dedicarmi al loro studio e le gioie che un giorno mi avrebbero procurate. Feci una scelta conformista e assurda e nondimeno ebbi una fortuna sfacciata, ché, senza un disegno né una convinzione, ero salito proprio sul treno che faceva per me.
Quelli del liceo furono anni fondamentali. In primo luogo significarono per me la rottura dell’isolamento e l’inizio di una vita sociale più complessa, foriera di incontri importanti, di cui tuttavia parlerò in altra sede. Inoltre furono gli anni dei primi viaggi all’estero: in Alsazia, a Vienna, a Monaco e Norimberga e, per finire, a Parigi.
Furono viaggi molto diversi da quelli che intrapresi in seguito. Forse sarebbe più appropriato definirli gite, sebbene il termine abbia spesso fatto arricciare il naso a più di un professore. “Si dice viaggio d’istruzione!”, ci facevano spesso notare e certamente non avevano del tutto torto, ché le gite scolastiche furono anche occasioni per imparare qualcosa in maniera diversa, dinamica, divertente. Ciò non toglie che in viaggio il nostro gruppo restasse poco più che una comitiva di turisti: ci fermavamo pochi giorni, ci muovevamo in gruppo e secondo il programma prestabilito, visitavamo le attrazioni ufficiali e restavamo in fondo un corpo estraneo a giro per città, di cui non solo non indovinavamo, bensì neppure sospettavamo il segreto. Così, ripensando alla Parigi che visitai alla fine delle superiori e a quella in cui avrei abitato soltanto pochi mesi dopo, ho spesso l’impressione che siano in realtà due città distinte. La prima è bella e luccicante, ma anche un po’ insipida. La seconda non è soltanto lustrini; è anche caos, miseria, costo della vita elevatissimo, affitti scandalosi, giornate uggiose e tanfo – ma è diventata la mia seconda casa.
Al turista frettoloso e spensierato – così eravamo noi – le città spesso nascondono le difficoltà e le barriere che al contrario si erigono tangibili e concrete sulla strada del forestiere intenzionato a prendervi dimora. In compenso la vita della città scorre parallela a quella del turista frettoloso e spensierato, che attraversa vicoli, piazze e boulevard senza mai incontrare veramente qualcuno. Per lo straniero che vi prende dimora, fosse anche per breve tempo, la città si popola anzi di volti, andature, modi di dire, espressioni, le quali impercettibilmente si insinuano anche nelle pieghe del suo repertorio. Lo straniero tesse legami e il suo mondo si complica di presenze più o meno amichevoli, diventando abitabile. Ci sono luoghi della città di cui si sovviene con maggiore emozione: perché lì ha vissuto momenti belli o anche solo importanti; perché abitava in quel quartiere ed era bello scendere a far spese passando di fronte alle bancarelle della frutta e ai caffè egiziani; perché lì, in quella strada che ha la forma di una bottiglia d’inchiostro, abita ancora un amico e girato l’angolo c’è il marciapiede sul quale si accasciò senza vita Jean Jaurès; perché lì l’aria è buona, sa di pane caldo, che la si vorrebbe mangiare; perché quei gradini erano il teatro di una vecchia abitudine mattutina; perché lì una volta ha avuto un’illuminazione e si è sentito un genio, uno stupido, un matto. Lo straniero che prende dimora non è più straniero: è una mappa vivente della città, il custode di una delle sue innumerevoli geografie interiori.
[continua…]
Due anni fa Dresda festeggiava il suo ottocentesimo giubileo, ma che giovane è in fondo questa vecchia città barocca... Mi tornano in mente le annotazioni di Wolfgang Büscher, durante un breve soggiorno a Emmerich, dall'altro lato della Germania, sul Reno: “C'è qualcosa che non quadra qui a Emmerich. [...] Me ne andavo su e giù per vecchie porte – vecchie porte con vecchî nomi –, quando capii: non sono affatto vecchie. [...] Sono tutte nuove. Non più vecchie di te. Anzi, molte sono più giovani.” (1) Conosco anch'io questa strana impressione, che spesso mi coglie quando sono a spasso per altre città tedesche, quelle stesse città che nel dopoguerra, per dirla con una felice espressione di Nina Berberova, accoglievano il viaggiatore come “negozî di stoviglie dopo un terremoto” (2), e che ora sono state ricostruite, talvolta con un impianto urbanistico del tutto nuovo (vedi Francoforte sul Meno), talvolta più o meno così com'erano prima della loro distruzione (vedi Norimberga).
Prime fasi della ricostruzione della Frauenkirche
A Dresda, che, almeno per quanto riguarda la città vecchia, ha fatto la scelta di Norimberga, la ricostruzione è iniziata tardi ed è tutt'ora in corso. A camminare tra i cantieri, in cui si fabbrica l'illusione della vetustà barocca, ci si sente un po' come uno spettatore, cui il prestigiatore lentamente svela i proprî trucchi. Oltre all'Altmarkt, sono molti i cantieri ancora aperti: ai margini meridionali della Postplatz o al Neumarkt, per esempio, dove sarà presto ultimata la ricostruzione della Köhlersche e della Heinrich-Schütz-Haus; integrato da un moderno edificio di pianta semicircolare, il complesso sarà adibito a residenza di lusso per anziani, con tanto di appartamenti con vista sulla Frauenkirche. Proprio l'intensa attività di ricostruzione e l'indotto da essa generato hanno contribuito nel quinquennio 2001-2006 a rendere Dresda la più dinamica delle città tedesche quanto a sviluppo economico.
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Dall'Altmarkt raggiungere la Frauenkirche è una camminata di un paio di minuti. Se venite dalla Galeriestraße lasciandovi alle spalle il Kulturpalast, al centro del Neumarkt, la statua di Martin Lutero sorveglia con piglio severo il vostro arrivo. A breve distanza iniziano le file di visitatori e già si sentono le note di un trio di fiati pietroburghese. Eccola: l'opera di George Bähr, la chiesa più rappresentativa della città, un gioiello dell'arte barocca, i cui blocchi di pietra son ben più giovani della maggior parte delle persone presenti sulla piazza. Anche di me, che ho trent'anni in meno di Büscher. Soltanto quelle pietre annerite, che punteggiano le facciate esterne della Frauenkirche, appartengono all'edificio del 1743. Quel nero racconta l'inferno di fuoco abbattutosi su questa città 63 anni fa, tra il 13 e il 15 febbraio.
Non trovo necessario, in questa sede, dilungarmi in merito alla cronaca del bombardamento alleato e dell'incendio che lo seguì, distruggendo i quartieri Altstadt e Innere Neustadt e causando un numero di vittime tutt'ora imprecisato. Per questo rimando al relativo articolo di Wikipedia, che offre una buona sintesi. Mi permetterò invece un paio di considerazioni personali su questo fatto. Non pretendo che le mie opinioni raccolgano unanime consenso, ma spero almeno di spingere chi leggerà questo articoletto a porsi qualche domanda e a riflettere su un paio di questioni.
Benché l’argomento sia tutt’oggi oggetto di dispute, non nego di considerare il bombardamento di Dresda un crimine di guerra, così come considero crimini di guerra l'operazione Gomorra, i bombardamenti a tappeto che precedettero lo sgancio delle bombe nucleari in Giappone e il bombardamento di Londra, Coventry ed altre città inglesi ad opera dei nazisti. Considerare Dresda un episodio isolato sarebbe infatti un errore. In questo contesto (e non solo) tornare su quel che successe in Giappone, su quel lontano fronte di cui spesso ricordiamo soltanto gli sgomentevoli fatti di Hiroshima e Nagasaki, mi sembra particolarmente importante. Facendolo, constateremo che, prima di procedere allo sgancio di Fat Man e Little Boy, l'aviazione statunitense bombardò sistematicamente con mezzi “convenzionali” il suolo giapponese, colpendo una settantina di città e causando ingenti perdite umane e danni materiali. Il 58% del centro urbano di Yokohama fu distrutto; la percentuale fu del 51% a Tokyo, del 40% a Nagoya, del 35% a Osaka, del 99% a Toyama...
Adottiamo ora un procedimento, quello della proporzionalità, suggerito da Robert S. McNamara, Segretario alla Difesa americano sotto John F. Kennedy e Lindon B. Johnson, nel documentario di Errol Morris The Fog of War: La guerra secondo Robert McNamara (2003), e sostituiamo ai nomi delle città giapponesi nella lista i nomi di altrettante città americane di popolazione equivalente: 58% di distruzione a Cleveland, 51% a New York, 40% a Los Angeles, 35% a Chicago, 99% a Montgomery... Prendiamo ora anche i 100'000 morti e il milione di senzatetto di Tokyo, in seguito ai bombardamenti al napalm del marzo 1945, e immaginiamo lo stesso scenario nella Grande Mela. Come ne parlerebbero oggi i libri di storia?
A proposito del bombardamento strategico delle città giapponesi, è inoltre significativa la frase che McNamara ricorda di aver sentito pronunciare al suo superiore, il generale Curtis LeMay, responsabile delle operazioni dell'aviazione statunitense nel settore del Giappone e delle Marianne: “Se avessimo perso la guerra, saremmo stati giudicati come criminali di guerra.” Ed è ancora McNamara a porsi il quesito seguente: basta la condizione di vincitori a mettere i responsabili al riparo da una simile accusa?
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Torniamo in Germania. Il quesito di McNamara è legittimo anche quando riguarda Dresda o Amburgo. A Dresda, secondo le stime più attendibili, i bombardamenti e l'incendio causarono la morte di almeno 25'000. Non è tuttavia da escludere che questa cifra possa salire sino a un massimo di 35'000. Quelle di cui disponiamo sono infatti soltanto stime, poiché determinare il numero preciso di morti è, e probabilmente rimarrà, impossibile. Lo scostamento così importante (ca. 30%) è dettato principalmente dal fatto che la città era all'epoca un punto di passaggio per i fuggiaschi delle regioni orientali del Reich, minacciate dall'avanzata dell'Armata Rossa. Quanti fuggitivi transitassero allora per Dresda non è dato sapere con precisione.
Veniamo ora alle motivazioni dell’attacco. La spiegazione addotta a giustificare il bombardamento potrebbe, a prima vista, sembrare attendibile. Dresda era, quanto meno per quel che riguarda gli attacchi dal cielo, una città relativamente indifesa, ma non per questo del tutto innocua e irrilevante sotto il profilo militare e strategico. Era infatti uno dei tre principali centri a ridosso del fronte orientale europeo; del resto, non si può certo affermare che gli altri due, Berlino e Lipsia, siano stati risparmiati dalle bombe. Come a Lipsia e Berlino, anche a Dresda erano presenti obiettivi militari. Tuttavia è singolare notare come il principale di questi obiettivi, la stazione ferroviaria Dresden-Friedrichstadt, in cui i tedeschi mantenevano un grande centro di smistamento-truppe per il fronte della Slesia, non abbia riportato danni significativi a seguito del bombardamento. Con il raid del febbraio ’45 furono in compenso rasi al suolo il centro storico e i quartieri residenziali a ridosso di quest'ultimo.

La Frauenkirche, il Neumarkt e lo Jüdenhof dopo il raid alleato
Lo storico britannico Frederick Taylor scrive a proposito di Dresda: “Era una città meravigliosa, simbolo dell'umanesimo barocco e di tutto ciò che c'era di più bello in Germania. Allo stesso tempo, conteneva anche il peggio della Germania del periodo nazista.” (3) Sorvoleremo volentieri sull’evidente vizio di retorica che informa questa affermazione (il peggio della Germania nazista si trovava a Dresda o ad Auschwitz, Treblinka, Belzec, Chelmno, Sobibor?), ma anche così viene da chiedersi per quale motivo la RAF e la USAFF abbiano distrutto proprio quel “meglio” cui fa riferimento Taylor. Condizioni atmosferiche sfavorevoli e avarie avrebbero condizionato pesantemente l'esito dell'attacco. Perché fu sferrato, nonostante tutte queste complicazioni? E perché l'USAFF il 14 febbraio incappò negli stessi errori commessi il giorno prima dalla RAF? Forse che i due stati maggiori non si erano parlati?
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La tesi dell'errore – la cui conseguenza, ricordiamolo, fu un inutile massacro di civili – è per me poco credibile. Da una parte, riesce difficile credere che per distruggere (anzi mancare) gli obiettivi militari presenti a Dresda fossero necessarie oltre 6'500 tonnellate di bombe tra esplosive e incendiarie. D'altra parte, il bombardamento a tappeto delle città nemiche era bensì parte integrante della strategia militare alleata. Dresda era una città particolarmente cara agli intellettuali europei (e non solo) e il trattamento toccatole in sorte godette perciò da subito di una particolare risonanza, tanto che negli anni ci si è abituati a considerarlo quasi un episodio eccezionale. Tuttavia ho già citato i bombardamenti a tappeto in Giappone e, del resto, episodî simili non mancarono di prodursi neppure in Germania. I bombardamenti alleati causarono circa 30'000 vittime anche a Kiel, una città del Nord che contava all'epoca 300'000 abitanti. Dotata di un importante porto militare e di cantieri navali, Kiel fu distrutta all'80%; del centro storico non rimase quasi nulla. Ad Amburgo, obiettivo dell'operazione Gomorra (27-28 luglio 1943), il numero delle vittime è stimato tra 41'000 e 55'000. La lista delle città tedesche colpite (4) è ancora lunga, ma ci accontenteremo di ricordare quelle in cui si registrarono più di 10'000 morti: Berlino, Kassel, Pforzheim, Darmstadt e, soprattutto, Swinemünde (l'odierna Świnoujście, nella Pomerania polacca).
Dresda non fu un caso isolato. Il bombardamento strategico delle città del Reich permise bensì agli Alleati di ritardare l'impiego di truppe di terra in Europa, pur accondiscendendo alla richiesta di Stalin di aprirvi un secondo fronte continentale. I bombardamenti continuarono anche dopo l'Operazione Overlord (il cosidetto sbarco in Normandia), con lo stesso obiettivo che si erano posti i nazisti, allorché bombardarono Varsavia, Rotterdam e le principali città industriali e portuali inglesi: la distruzione sistematica del potenziale economico, umano e morale del nemico. Forse – ed è proprio il caso di Dresda, per le analogie con quello di Coventry, a indurmi a formulare quest'ipotesi – i bombardamenti ebbero in parte anche la funzione di rappresaglie.
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In quegli anni fu una larga fetta di mondo a precipitare nella barbarie. Come sembra scontato che sia in una guerra, le atrocità furono commesse da tutte le parti in lotta. Inoltre il potenziale distruttivo, che già aveva fatto stupefacenti balzi in avanti durante la Grande Guerra, aveva raggiunto livelli impensabili solo pochi anni prima, non da ultimo grazie agli apporti di due formidabili alleati dell’ars bellica: il progresso tecnologico e il calcolo razionale. Viene da pensare a quella ragione monca, formalizzata, di cui parla Horkheimer in Eclissi della ragione, o forse ancor più alla sconcertante visione del sonno della ragione in un noto dipinto di Goya.

Goya, El sueño de la razón produce monstruos
Forse è proprio sul terreno del calcolo razionale che si può trovare un’analogia tra i bombardamenti a tappeto e la shoah. Per il resto, vuoi per pudore, vuoi per le mie convinzioni personali, non metto volentieri in relazione i due fatti; inoltre non mi è mai piaciuta e mai userò l'espressione “olocausto di bombe”, tanto cara alla propaganda neo-nazista. In Se questo un uomo, Primo Levi non manca di descrivere il campo di sterminio come una macchina a suo modo perfetta, razionalmente concepita per assolvere efficacemente alle sue funzioni: l'annientamento morale e fisico dell'internato. L'efficacia. Il compito di McNamara nell'aviazione americana era proprio questo: a partire da un'analisi statistica delle operazioni condotte, suggerire i provvedimenti necessarî ad aumentare l'efficacia delle operazioni successive. E in Giappone una parte consistente di quest'attività riguardò proprio i raid aerei di cui abbiamo parlato in precedenza.
Per quanto riguarda il progresso tecnologico, alcuni autori di fantascienza, come Dan Simmons (5), hanno immaginato un futuro in cui proprio la disponibilità di armamenti sempre più perfezionati ed efficaci ed il timore del ripetersi di un nuovo olocausto nucleare potrebbero contribuire all’adozione di un codice, una specie di bushidō, riconosciuto e applicato da tutte le potenze. È un'ipotesi che fa riflettere, soprattutto se messa in relazione agli eventi della guerra fredda. Gli armamenti si perfezionano, il loro potenziale distruttivo aumenta, le grandi potenze munite di atomica non si sfidano più direttamente, anzi i conflitti sono stati trasferiti nelle periferie del mondo industrializzato, dove i grandi fanno guerra agli scalzacani o li incitano a scannarsi vicendevolmente. Si vede lontano un miglio che in tutto questo il bushidō non c’entra nulla, rimane dominio dei colleghi di Simmons e del feudalesimo nipponico. E forse sarà sempre così.
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Nei pressi del Großer Garten si trova un vecchio gasometro da tempo in disuso. Recentemente restaurata e riaperta al pubblico, la struttura ospita oggi un’esposizione permanente, il cui pezzo forte è un panorama tridimensionale della Dresda settecentesca, realizzato dall’architetto austriaco di origini persiane Yadegar Asisi. Titolo dell’esposizione: 1756 Dresden. Anche il 1756 fu un anno tristemente importante nella storia della capitale sassone, l’anno della sua prima – parziale – distruzione, avvenuta per mano delle truppe prussiane durante la Guerra dei Sette Anni. Asisi ha scelto di ritrarre la città così com’era a pochi giorni da quel primo disastro. Chi entra nel Panometer (un mot-valise risultante dalla fusione dei termini Panorama e Gasometer), sale un paio di rampe di scale che lo riportano indietro nel tempo di circa due secoli e mezzo e può finalmente ammirare la vecchia Dresda dalla torre campanaria della Hofkirche, la cattedrale cattolica. Per realizzare l’installazione Asisi ha studiato a fondo le vecchie planimetrie della città, ma soprattutto si è avvalso di un eccezionale contributo, rappresentato dalle vedute del Canaletto.

Wilhelm Rudolph, Dresda 1946
Nei giorni che seguirono l’attacco, Canaletto, allora ingaggiato alla corte sassone, dipinse le macerie. Così fece anche il pittore Wilhelm Rudolph nei giorni che seguirono il bombardamento del ’45 ed è a lui che si debbono molte delle testimonianze figurative e fotografiche della città distrutta e dei tumuli di cadaveri ustionati. Il paesaggio surreale delle rovine accompagnò generazioni di dresdesi. La ricostruzione della città infatti iniziò tardi, per la cronica penuria di capitali e materiali di cui soffriva la RDT e cui si è accennato più volte in questo blog, ma anche per ragioni ideologiche: l’uomo nuovo, sorto dalle rovine (Auferstanden aus Ruinen recita anche l’inno nazionale della RDT), aveva anche bisogno di una città nuova, dall’impianto urbanistico socialista. In questo clima il centro storico distrutto era più imbarazzante che altro. Mentre decadevano anche quartieri Gründerstil, come Äußere Neustadt, di cui si andava progettando la demolizione parziale, nella Altstadt si fece il minimo indispensabile o poco più. Nondimeno fu ricostruita la Semperoper, il teatro dell’opera, e la inaugurò Erich Honecker in persona. La Frauenkirche, dichiarata memoriale contro la guerra, rimase invece in rovine e a stento si poterono salvare le circa 150 pietre dell’edificio originario che punteggiano di nero le facciate di quello attuale.
La grande campagna di ricostruzione a Dresda ebbe inizio dopo la riunificazione delle due Germanie e fu finanziata con fondi provenienti dalla Dresdner Bank e da fondazioni tedesche, ma anche da fondazioni americane o inglesi, come il Dresden Trust o la Friends of Dresden. Queste iniziative dagli USA e dalla Gran Bretagna sono confortanti. Come ricorda Bernhard Schlink (6), laddove esistono colpe, torti e ferite, la cosa migliore che può accadere senza far nulla è che tutto venga un giorno dimenticato. Riconciliarsi, al contrario, richiede a entrambe le parti di fare un passo in direzione dell’altra: riconoscere le proprie colpe (ma anche l'umanità del colpevole), essere pronti, nella misura del possibile e del ragionevole, a farsi carico dei proprî errori, manifestare la volontà di ricominciare insieme. A volte sono i rappresentanti politici a compiere gesti importanti ai fini della riconciliazione, gesti che non sono soltanto di grande portata politica e morale, ma anche di grande impatto visivo ed emozionale. Ciò accadde ad esempio quando Willy Brandt, in visita a Varsavia nel 1970, si inginocchiò davanti al monumento alle vittime dello sterminio nazista. Per Dresda tuttavia sono più numerosi gli esponenti politici tedeschi ad aver detto “Ce la siamo cercata”, dei politici inglesi o americani a cui mai sia venuto in mente di chiedere scusa per l'accaduto. La tendenza è piuttosto ad evitare il confronto e a rifiutare di chiamare le cose con il proprio nome, offrendo così alla propaganda neo-nazista un ghiotto argomento sul piatto d'argento.
Fortunatamente i politici non sono i soli a poter prendere l'iniziativa e la storia della ricostruzione di Dresda è anche una bella storia di riconciliazione, che spesso vede un altro nome affiancarsi alla città sassone: quello della città inglese di Coventry. Durante la seconda guerra mondiale Coventry subì una sorte analoga a quella di Dresda (7): il 14 novembre 1940 la Luftwaffe (l'aviazione tedesca) effettuò un pesante bombardamento della città, radendone al suolo interi settori e distruggendo buona parte del centro storico, compresa la cattedrale di St. Michael, costruita tra la fine del XIV e l'inizio del XV sec. In quella prima occasione il numero delle vittime fu contenuto, ma salì a oltre 1'700 in occasione del secondo attacco, sferrato nell'aprile dell'anno successivo. La Cattedrale di Coventry fu riedificata tra il 1956 e il 1962 (furono consolidate le rovine della vecchia Cattedrale di St. Michael, accanto alla quale fu edificata la nuova) con fondi provenienti anche da donazioni di cittadini tedeschi. Ora, negli anni '90 Coventry colse l'occasione per ricambiare il gesto. Dalla città inglese non giunsero soltanto contributi finanziarî, bensì pure un dono in segno di riconciliazione: due croci di chiodi, una per la Frauenkirche, l'altra per la Kreuzkirche.
Dall'Inghilterra arrivò anche la croce dorata che ora sormonta la cupola della Frauenkirche. La vecchia croce, che porta i segni dell'incendio di 63 anni fa, è ora conservata all'interno della chiesa. La nuova fu installata sulla cupola il 22 giugno 2004. Fu acquistata con donazioni della fondazione inglese Dresden Trust e realizzata da Alan Smith, un forgiatore londinese, figlio di un pilota della RAF che partecipò al bombardamento del 13 febbraio 1945.
W. Büscher, Deutschland - Eine Reise, Rowolth TB. Vlg., 2005.
N. Berberova, Il giunco mormorante, Adelphi, 1990, trad. it. di D. Sant'Elia.
Questa maniera di vedere le cose è piuttosto diffusa anche tra gli intellettuali tedeschi. Un esempio eloquente è fornito dalla raccolta Die Wüste Stadt – Sieben Dichter über Dresden (AA.VV., Insel, 2005, cur. da R. Deckert). Renatus Deckert ha raccolto in questo volume alcuni componimenti legati alla Dresda distrutta, opera di sette poeti originarî della città sassone; ha inoltre registrato il contenuto dei colloquî avuti con i sette autori. Uno di questi paragonava la Dresda nazista a Sodoma e Gomorra. Ora, dire che Dresda non era Gomorra e non conteneva il peggio della Germania nazista non significa assolverla da tutte le accuse; come recita il titolo di un libro del dr. M. Ulrich, prima della città bruciò la sinagoga (Nach der Synagoge brannte die Stadt, Evangelische Verlagsanstalt, 2002). Mentre scrivo queste righe, so benissimo che quel fuoco, nella Notte dei Cristalli, non fu appiccato da inglesi e americani.
Per l'Italia ricorderemo almeno l'inspiegabile bombardamento di Treviso (7 aprile 1944, circa 1'000 morti, 80% del patrimonio edilizio distrutto).
Cfr. il racconto del gen. Kassad in Hyperion, A Mondadori, 1993, trad. it. di G. L. Staffilano.
B. Schlink, “Vergeben und Versöhnen”, in Vergangenheitsschuld, Diogenes Vlg., 2007.
Il bombardamento di Coventry ha lasciato tracce anche nel tessuto della lingua tedesca e della lingua inglese. A seguito al raid del 14 novembre 1940 Joseph Goebbels, ministro della propaganda del Terzo Reich, coniò il termine “coventrieren” (radere al suolo il centro di una città). In inglese, con lo stesso significato, esiste il verbo “to coventrise”. Si tratta tuttavia di termini d'uso assai raro e generalmente limitato ai fatti d'armi della seconda guerra mondiale.