... diceva Cartesio. Tuttavia il francese ha dimenticato di aggiungere che la stupidità invece è la peggio distribuita: non serve a nessuno, eppure ce n'è una quantità industriale in tutti i paesi del mondo.
A chi si fosse sentito offeso dai recenti spot pubblicitarî diffusi dalle emittenti tedesche per la ditta Media Markt, mi piacerebbe sentire dire cosa pensa degli ultimi numeri delle due più vecchie riviste satiriche tedesche, Titanic e Eulenspiegel.

"Punizione suprema per nonno Orco: Fritzl diventa mascotte dell'Europeo" - Copertina di Titanic

"Arrivano gli Austrogoti" - Copertina di Eulenspiegel
I meglio informati avranno già capito che entrambi i giornali si riferiscono alla vicenda di Amstetten. Casomai la Bild-Zeitung avesse bisogno di concorrenti in fatto di cattivo gusto e idiozia, ora saprà a quale porta bussare. Gli spot di Mediamarkt, con i loro insistenti ammiccamenti allo stereotipo del macho italiano, a confronto sono un banale scherzetto.
Che un numero non indifferente di tedeschi tenga i vicini austriaci in scarsissima considerazione in fondo non è una novità. Così come non è una novità che certa stampa tedesca non di rado si faccia interprete di questa scarsa considerazione - i numerosi esempî citati da Gabriele Holzer nel suo libro Verfreundete Nachbarn (Kremayr & Scheriau, 1995) lo dimostrano. Questo è l'ennesimo caso, anche se mi sembra più biasimevole dei precedenti.
Non ho nulla contro la satira o l'humour nero, ma forse sarebbe meglio che le due riviste tornassero a scegliersi bersaglî di ben altro tenore. Che fine hanno fatto Kurt Beck e gli altri? In un paese in cui i diktat bulgari non sono quello che si dice "il pane quotidiano", certi giornalisti satirici potrebbero tornare a prendersela con qualcuno della propria taglia.
Il 7 gennaio il Viaggio sentimentale ha compiuto un anno. Questo è il primo post dall'inizio del nuovo anno e per l'occasione ho deciso di onorare una specie di tradizione e gettare un'occhiata retrospettiva al mio 2007 virtuale. Non pubblicherò statistiche o chiavi di ricerca e non parlerò neppure dei migliori momenti che questo spazio mi ha riservato lo scorso anno, bensì coglierò l'occasione per rimediare a un paio di stupidaggini che ho scritto, compilando una sorta di Worst of, in cui aggiusto il tiro su un paio di affermazioni inesatte dell'anno passato.
Alcune sono cose di poco conto e non varrebbe neppure la pena menzionarle se non fossero ricorrenti. Infatti non è poi tanto grave aver sbagliato una volta a scrivere il nome di Herbie Hancock, ribattezzandolo Harby. Un po' più fastidiosa era tuttavia la traduzione sistematicamente errata del termine geografico Spree (il fiume che attraversa Berlino e, più a monte, Bautzen), che in Italiano non si chiama Spiria, ma Sprea. Un altro errore frequente è l'utilizzo dell'acronimo francese RDA (République Démocratique Allemande) al posto dell'italiano RDT (Repubblica Democratica Tedesca). Si tratta di una svista comprensibile, poiché, in altra sede rispetto al blog, ho parlato frequentemente di Germania-Est anche in francese, ma non ha certo contribuito a rendere più chiari i miei discorsi.
Veniamo ora alle informazioni errate o inesatte. I post su Berlino ne contengono più di una:
“Altra particolarità del quartiere [il Regierungsviertel]: vi è stata recentemente costruita una nuova stazione ferroviaria, Berlin Hauptbahnhof. Il nuovo snodo ferroviario, entrato in funzione nel 2006, ha reso necessaria la riorganizzazione di tutto il traffico ferroviario della città. Il progetto è stato fortemente criticato, in quanto giudicato una spesa eccessiva ed inutile, specie se comparata allo scarso beneficio recato alla città.”
Su questo punto mi sembra di essere stato un po' sbrigativo e, in un certo senso, parziale. Non sono in grado di stabilire personalmente se la città avesse o meno bisogno di una stazione centrale o se potesse invece servirsi di un sistema simile a quello parigino (la rete ferroviaria della capitale francese, per intenderci, si appoggia a 7 stazioni, in posizione relativamente eccentrata, tra loro collegate per mezzo di autobus, metropolitana o RER; ognuna di queste è responsabile per una parte del traffico ferroviario – così chi va a Bordeaux in genere parte da Montparnasse e chi va a Marsiglia da Gare de Lyon, mentre Gare de Bercy è prevalentemente riservata ai treni notte). In questo caso sarebbe stato più serio da parte mia dare spazio anche alle opinioni di chi era a favore del progetto.
Camminiamo lungo il fiume, diretti a Friedrichstraße. Lungo la Sprea ci sono scorci bellissimi. Non capisco però perché molti si ostinino a chiamare Berlino “Venezia del Nord”, niente a che vedere… che poi, non era Bruges la Venezia del Nord?
Premesso che “Venezia del Nord” è un appellativo che nel tempo si sono guadagnate anche altre città, come Amsterdam, Lubecca e Stoccolma, penso di avere avuto le traveggole quando ho scritto questa frase. Anche a Berlino piace richiamarsi agli splendori di una città dell'area mediterranea, ma non a quelli di Venezia, bensì a quelli di Atene. Spreeathen (l'Atene sulla Sprea) è infatti uno degli appellativi della capitale tedesca, in riferimento soprattutto ai tesori archeologici conservati nei musei della Museumsinsel.
Lasciando Berlino, ci sono ancora due episodî che vorrei segnalare:
“Dalle mie parti la tipica azienda agricola è la grande proprietà in cui si coltivano culture estensive (orzo, frumento, senape, ecc.). Secondo i miei colleghi, la media e piccola proprietà sono quasi inesistenti nelle campagne dell’ex-RDT.”
Del post da cui è tratto questo virgolettato non vado paricolarmente fiero. Quando l'ho scritto, avevo scattato delle foto che volevo inserire nel blog, ma non mi andava di pubblicarle senza accompagnarle con del testo. Il punto è che in quell'occasione non avevo niente di intelligente da dire, tuttavia ho scritto lo stesso e ho parlato molto male degli argomenti che intendevo toccare. Per esempio, quello delle aziende agricole dei nuovi Bundesländer è un argomento che non si può affrontare senza evocare le LPG (unità cooperative di produzione agricola) e le loro trasformazioni a seguito della caduta del regime socialista in Germania-Est. Del resto, questo potrebbe essere un argomento da trattare in uno dei prossimi post.
“Mentre mi dirigo verso la taverna, suonano le campane del Duomo. I rintocchi attutiti dalla nebbia mi ricordano istintivamente Venezia, nelle narici mi sembra quasi di sentire l’aria della Laguna. Sono le nove. A quest’ora, al suono delle campane, i sorabi un tempo dovevano lasciare la città. Da secoli Bautzen, Budyšin in sorabo, è idealmente la capitale di questa piccola nazione slava. I sorabi tuttavia per lungo tempo non ebbero il diritto di abitarne il suolo. Potevano recarsi in città di giorno, per lavorare nei cantieri o per vendere derrate e manufatti, ma allo scoccare delle campane del Duomo, che alle nove di sera suonavano come se stessero chiamando a messa, dovevano tornare ai loro villaggî.”
Questo paragrafo è invece estrapolato da un post di cui sono abbastanza soddisfatto. In questa occasione però ho commesso la leggerezza di utilizzare un'informazione riguardante i sorabi senza verificarne l'attendibilità. Ora sono quasi certo che ai sorabi non fosse proibito risiedere a Bautzen. La tradizione che descrivevo tuttavia fa riferimento a un periodo in cui di fatto la maggior parte di loro abitava nelle campagne. Dovevano essere comunque in molti a recarsi in città – che consideravano la loro capitale, essendo questo il loro centro istituzionale e religioso di riferimento –, essenzialmente per la vendita di prodotti agricoli e di manufatti rurali al mercato cittadino. Ora, le porte della città la sera venivano chiuse e i sorabi che risiedevano nelle campagne dovevano affrettarsi, altrimenti non sarebbe stato loro possibile uscirne e fare ritorno a casa per la notte. Le campane del Duomo dovevano impedire che ciò accadesse, segnalando loro l'imminente chiusura delle porte. Anche questa è una ricostruzione che non ho potuto verificare, ma mi sembra più attendibile della precedente.
E con questo si chiude il mio Worst of Farfadet 2007. Ringrazio altri blogger, come Isadora, per avermi segnalato, nei loro commenti, altre inesattezze, consentendomi di correggere gli errori con maggiore tempestività. Naturalmente non sono così autolesionista da mettere in primo piano soltanto le mie papere. Tra qualche tempo aggiungerò un indice tematico, con i collegamenti ai post cui mi piacerebbe dare più risalto.
Questa sera non parlo di Germania-Est o di Germania tout court, né di lingua soraba o poesia francese, né di viaggî a Strasburgo o in Europa dell’Est. Stasera Farfadet torna per un momento in Italia, complice la lettura del blog di un’altra italiana all’estero, Isadora. Nel post del 22 ottobre scorso, intitolato “Spunti di riflessione”, Isadora notava come tra gli italiani sia largamente diffusa la tendenza a sottovalutare le implicazioni che il problema-mafia assume nella vita del Belpaese – di tutto il nostro Paese, compreso il mondo dei media italiani. Il post, “scritto di getto in un momento di amarezza”, è ampliato dai numerosi commenti, in cui, attraverso un vivace confronto con alcuni degli ospiti che frequentano la sua casetta virtuale, Isadora esplicita ulteriormente il proprio pensiero. Si tratta di osservazioni interessanti e condivisibili; consiglio di spendere un po’ di tempo per leggere il post e i relativi commenti.
Tuttavia non sono soltanto gli spunti di riflessione di Isa a motivare il mio intervento di questa sera. Il post sopra citato prendeva le mosse dallo sfogo di un altro blogger, Gabriele Renzi, che ho letto per intero, incappando sul link ad un articolo de Il Messagero. Ora, la lettura dell’articolo, che riferisce dell’aggressione subita il 20 ottobre scorso a Roma dal giornalista Lamberto Sposini ad opera di due ignoti malviventi, mi ha profondamente infastidito. È un articolo di pessima qualità, in cui si dimenticano le regole fondamentali del giornalismo. Non ci si scordi che a pubblicarlo non è un giornaletto di parrocchia, bensì il supporto online del quotidiano più popolare d’Italia centrale. Gli fanno compagnia articoli de La Stampa, de Il Corriere della Sera e di altri quotidiani, a dimostrare che l’Italia deve troppo spesso accontentarsi non soltanto di un’informazione poco libera, bensì pure di un’informazione di scarsa qualità (e non escludo che le due cose siano almeno parzialmente in rapporto di causa-effetto).
Ma torniamo alla notizia o, meglio, al modo in cui è stata riportata da buona parte dei media italiani: perché mi fa tanto arrabbiare? Per cominciare fornisco i link di tre articoli e ne riporto il titolo (nel caso del Corriere, anche occhiello e sommario):
Riporto ora le dichiarazioni della vittima, così come le riferisce Il Messaggero nell’articolo citato:
Io stavo uscendo dall'auto e si sono presentati con volto coperto da passamontagna neri, aggredendomi – ha raccontato Sposini. Per fortuna avevo lo sportello solo semi-aperto, in quanto di fianco c'era un muro che impediva l'apertura completa e questo mi ha salvato. Loro non sono riusciti a tirarmi fuori dalla macchina, ma mi hanno solo riempito di botte: al volto con diversi pugni e in testa con un corpo contundente metallico, forse il calcio di una pistola. Durante l'azione hanno scambiato fra di loro pochissime parole, assolutamente incomprensibili. Poteva essere una lingua straniera come anche un dialetto italiano strettissimo. Hanno farfugliato qualcosa fra di loro. Con me, di fatto, non hanno parlato: non mi hanno detto “dammi questo, dammi quello”. Mi sembra di aver capito soltanto una parola tipo “la pistola” o qualcosa del genere.
La Stampa e Il Corriere esordiscono entrambi sintetizzando l’accaduto in questi termini:
Il giornalista televisivo Lamberto Sposini è stato aggredito e rapinato, questa notte a Roma, da due persone che la stessa vittima avrebbe descritto come stranieri, quasi certamente romeni.
C’è un’evidente discrepanza, che mi sembra avere soltanto due possibili spiegazioni: o il giornalista de Il Messaggero si è divertito a complicare inutilmente le dichiarazioni della vittima, o Sposini si è espresso davvero con queste parole, ma ai colleghi dei quotidiani di Milano e Torino le dichiarazioni del giornalista telesivo sono sembrate troppo prudenti e inefficaci.
La prima ipotesi mi sembra inverosimile. Del resto il quotidiano romano apre in contraddizione con le dichiarazioni della vittima, optando per una versione dei fatti simile a quella proposta dai suoi omologhi settentrionali:
Lamberto Sposini è stato aggredito e rapinato la notte scorsa all'Aventino da una coppia di stranieri, probabilmente romeni.
Come negli altri due articoli, anche in questo caso l’ipotesi del “dialetto italiano strettissimo” è deliberatamente ignorata, l’origine straniera dei malviventi è data per certa, mentre si comincia a dar credito a una sorta di “pista rumena”, la quale rimane tuttavia una supposizione. Si noti l’avverbio probabilmente, un’ultima remora che evapora senza lasciar traccia al momento di redigere i titoli. Il lettore frettoloso, quello che legge in diagonale, buttando l’occhio ai titoli e, quando va bene, alle prime frasi di un pezzo, soffermandosi soltanto sugli articoli che più lo interessano, incapperà sull’articolo de Il Messaggero e commenterà una volta di più tra sé e sé o insieme al barista e ai compagni d’ombre che “questi rumeni vengono in Italia soltanto per rubare e ammazzare”.
Che i titoli di un quotidiano siano disinformativi e inducano il lettore in errore è grave e grave è pure che in un articolo di cronaca il giornalista dia credito ai “si pensa” e ai “si dice”. Con ciò non si vuol dire che in un articolo di cronaca non vi sia spazio alcuno per le supposizioni; nel formulare ipotesi vi sono tuttavia alcune regole da rispettare: in primo luogo, in nessuna delle parti dell’articolo (e tanto meno nel titolo, che è la parte con la maggior probabilità di essere letta) una supposizione può trasformarsi per magia in verità assodata; in secondo luogo, un’ipotesi emana sempre da qualcuno (gli inquirenti? la vittima?) e deve possedere quanto meno il requisito della probabilità. Un’ipotesi è probabile quando ha l’apparenza di verità, sul fondamento di argomenti attendibili ma privi di certezza assoluta. Tali argomenti devono essere nominati.
Nei tre articoli citati non si presta attenzione a nessuna di queste norme. I titoli viaggiano a cavallo dell’ormai scontata associazione rumeno-malvivente e sono una grossolana approssimazione del contenuto dei pezzi. Inoltre non si capisce da dove sia uscita l’ipotesi della “coppia di romeni”. La fonte non può essere la vittima, che nelle sue dichiarazioni non fornisce elementi utili a ipotizzare l’origine dei malviventi – Sposini non era neppure certo che si trattasse di stranieri. Come ci sono arrivati allora i due rumeni nelle redazioni di Milano, Roma e Torino? Semplice: per un’analogia. Dapprima l’ANSA, poi le testate giornalistiche, hanno collegato la vicenda a un’aggressione subita da Tornatore in agosto nella zona dell’Aventino. Dato che Tornatore e Sposini sono entrambi personaggi pubblici, dato che entrambi sono stati aggrediti di sera nella zona dell’Aventino e dato che gli aggressori di Tornatore erano rumeni, gli aggressori di Sposini sono quasi certamente rumeni. Ai giornalisti è sembrata una conclusione di rigore sillogistico.
A questo punto credo che inizierò ad informarmi su Astra.