Nel suo intervento al Senato del 15 maggio 2008, Silvio Berlusconi, prima di ottenere la fiducia di 173 dei 313 senatori presenti in aula, ha ribadito le sue posizioni in fatto di politica energetica: “Il nucleare è una scelta indispensabile”. Nell’agenda del nuovo Governo figura dunque il rilancio del nucleare in Italia. “Non c’è contraddizione fra sviluppo e tutela ambientale”, ha assicurato il nuovo Presidente del Consiglio, reiterando un atteggiamento diffuso, che consiste nel considerare il ricorso al nucleare come una possibilità sulla quale pesano soltanto interrogativi relativi all’impatto ambientale. Pur non considerandola una questione di secondaria importanza, preferisco per ora non entrare nel merito della tutela dell’ambiente, per rivolgermi invece ad un altro aspetto altrettanto importante: l’impatto economico. In qualità di cittadino e contribuente, vorrei infatti essere sicuro che non ci sia contraddizione neppure tra lo sviluppo del nostro Paese e il rilancio del nucleare preconizzato dal Governo con il bene placito dell’opposizione. Su questo punto tuttavia ho serî dubbî, che si possono schematizzare in quattro quesiti.
1. Abbiamo pensato a tutto?
A rischio di sembrare lapalissiano, non posso fare a meno di ricordare che come per produrre biciclette non è sufficiente aprire una fabbrica di biciclette, così per produrre energia nucleare non è sufficiente costruire e mettere in funzione un reattore a fissione. Oltre alle centrali, sono necessarî materie prime, impianti di conversione e arricchimento, infrastrutture per il trattamento e lo stockaggio delle scorie, ecc. Ora, mi chiedo se tutti questi aspetti siano stati debitamente presi in considerazione. Se mai ne fosse stato previsto lo sfruttamento, quale autonomia possono garantirci le Orobie e gli altri giacimenti uraniferi italiani? Quanto tempo ci vorrà prima che anche l’Italia comincî a importare minerale dall’estero? Saranno costruiti impianti di conversione ed arricchimento sul suolo italiano o importeremo minerale già arricchito? Sono già stati individuati siti idonei ad ospitare impianti per lo smaltimento e lo stockaggio delle scorie?
Il problema delle scorie in particolare non può essere sottovalutato. I tedeschi ne sanno qualcosa, specialmente dopo la chiusura degli impianti di stockaggio di Asse e Morsleben. Attualmente le scorie prodotte dalle centrali tedesche fanno per lo più la spola tra la Normandia (il sito di trattamento di rifiuti radioattivi di cui per lo più si serve la Germania si trova a La Hague) e il centro di stoccaggio provvisorio di Gorleben, una località della Bassa Sassonia, situata a un centinaio di chilometri da Wolfsburg e a una quindicina dal confine che divideva un tempo le due reppubbliche tedesche e separa ora i due Länder di Bassa Sassonia e Sassonia-Anhalt. Il trasporto dei contenitori CASTOR e il trattamento dei rifiuti radioattivi, realizzato in massima parte all’estero, generano costi elevati. A questo si aggiunga che Gorleben non rappresenta una soluzione definitiva al problema dello stockaggio e che attualmente la Germania è a corto di alternative, poiché l’altro sito disponibile, quello di Schacht Konrad, è idoneo soltanto allo stockaggio di rifiuti bassamente radioattivi.
Nei mesi scorsi il nostro Paese ha dimostrato tutte le sue difficoltà nel gestire persino lo smaltimento dei rifiuti domestici. Se oltre a questi ultimi consideriamo i rifiuti industriali, è evidente che il problema dello smaltimento riguarda tutto il Paese e non soltanto la Campania, come troppo spesso si è tentati di credere (soltanto perché la Campania è la regione italiana che più di tutte ne ha fatte le spese). Basti pensare alle prestazioni inquietanti del Veneto, la mia regione, che il rapporto Ecomafia 2008 stilato da Legambiente colloca al secondo posto nella classifica relativa al traffico illegale di rifiuti. Ora, proprio della Germania abbiamo avuto bisogno per ridurre la pressione derivata dalla nostra “spazzatura tradizionale” – aiuto concessoci, giustamente, dietro lauto compenso. La domanda sorge spontanea: siamo davvero sicuri che quando verrà il momento di smaltire la “spazzatura radioattiva” saremo meglio attrezzati e organizzati dei nostri amici tedeschi? Che garanzie ci offre il Governo su questo punto?
2. È conveniente?
Il rilancio del nucleare è dunque un’operazione complessa che si snoda su varî fronti, ciascuno dei quali implica degli investimenti (non solo iniziali). A quanto ammontano realmente? Quanto tempo sarà necessario per ammortarli? Da dove contiamo di prelevare le risorse per realizzarli? Quanto ci guadagneremo? Preciso, a scanso di equivoci: quanto ci guadagnerà il Paese (non Tizio, Castor o Sempronio)? Certo, l’Italia soffre di un evidente deficit energetico ed è costretta ad importare energia dall’estero (circa il 14% del suo fabbisogno). Inoltre il suo principale fornitore è la Francia, che dal canto suo copre quasi l’80% del proprio fabbisogno di energia elettrica grazie all’apporto di una ventina di centrali nucleari (in quella di Cotentin è attualmente in costruzione un nuovo reattore, con la partecipazione dell’ENEL, che sostiene il 12,5% della spesa). Nondimeno. il rilancio del nucleare è davvero una strategia efficace per ridurre la dipendenza energetica da Francia, Austria e Slovenia? Non rischia di generare costi superiori a quelli generati dall’importazione di energia?
Sapere che anche il Regno Unito sta riconsiderando l’opzione nucleare non basta a sciogliere gli interrogativi. Del resto non mancano gli esempî di paesi europei che hanno imboccato la strada opposta. L’Austria, uno dei nostri fornitori di energia, ha rifiutato il nucleare nel 1978, prima ancora che accadesse il disastro di ÄŒernobyl’ e che l’unica centrale nucleare costruita sul territorio austriaco aprisse i battenti. I Paesi Bassi e la Spagna hanno recentemente vietato la costruzione di nuove centrali e procederanno al graduale smantellamento di quelle esistenti. Nell’ottica dello smantellamento è entrato anche il Belgio, benché non vi sia tuttora stato alcun divieto esplicito alla costruzione di nuovi impianti. In tutti e tre i casi, lo smantellamento si annuncia come un processo lungo, che almeno in Spagna potrebbe tuttavia concludersi prima ancora che le centrali italiane siano diventate produttive. L’Europa in fondo è meno nuclearista di quanto si creda. Siamo sicuri di non aver nulla da imparare da quei paesi che hanno scelto di non percorrere o di abbandonare progressivamente la strada del nucleare?
3. Non è una soluzione anacronistica?
Quando si supera una certa soglia di complessità, il gigantismo – industriale, ma anche energetico – smette di essere una strategia produttiva vincente. Se questa soglia in Italia non è già stata superata, è previsibile che lo sarà in un prossimo futuro. Con un occhio a domani, sarebbe auspicabile riprogettare oggi il sistema italiano di produzione dell’energia nel senso di una diversificazione e scomposizione dello stesso in piccole e medie unità di produzione, creando così un macrosistema articolato in una rete capillare di microsistemi.
Le centrali nucleari sono compatibili con questa strategia di sviluppo? In fondo, a questa domanda credo di poter rispondere da solo: no. Ma del resto in Italia siamo sempre in ritardo di una generazione o due: il nucleare era una strategia di sviluppo attuale venti o trent’anni fa, ma negli anni Ottanta abbiamo rifiutato di applicarla. Il rifiuto, con tutte le sue ragioni, che ognuno è libero di trovare fondate o assurde, implicava altre scelte e responsabilità, che il Paese, oggi come vent’anni fa, preferisce non assumersi. Dopo vent’anni di politica energetica assolutamente carente, non si trova nulla di meglio che spacciare per innovazione quello che è inequivocabilmente un ritorno al passato, sia pur con l’attenuante delle nuove tecnologie.
4. Il nucleare per il Governo è una scelta necessaria; ma è anche sufficiente?
Concludo con quest’ultima preoccupazione. Il nucleare non sarà l’ennesima aspirina politica? Un semplice – e costoso – palliativo a una lunga stagione di inerzia e inettitudine in fatto di sviluppo energetico? Le panacee vanno di moda, le strategie complesse sono impopolari. Ma è vero anche che le ricette uniche, per videogeniche che siano, raramente sono efficaci. Il Governo oggi fa passare un messaggio molto semplice: “L’Italia soffre di un grave deficit energetico, un male che noi allevieremo rilanciando il nucleare”. Tutto qui?
Dare un’occhiata a quel che succede al di fuori di casa propria non dovrebbe servire soltanto a gioire dinanzi al rinnovato entusiasmo per il nucleare oltremanica. Ci sono altri spunti che si possono raccogliere. A nessuno è mai venuto in mente che per ridurre il deficit energetico e i costi da questo generati una delle prime misure da adottare è l’ottimizzazione dei consumi? Nemmeno all’impreditore, da cui, a detta di alcuni, l’Italia aveva bisogno di essere governata? Comincio a pensare che i nostri dirigenti politici avrebbero tutti bisogno di una vacanza a Heidelberg.
Ridente città del Baden-Württemberg, Heidelberg non merita di essere citata soltanto per il suo splendido centro storico o per i suoi prestigiosi centri culturali e scientifici (ospita tra gli altri la più antica università tedesca). In questo contesto è soprattutto un’altra caratteristica ad interessarci: l’illuminazione urbana. Negli ultimi anni la città di Heidelberg ha infatti sostituito le lampade tradizionali che illuminavano le sue strade con lampade a risparmio energetico. L’operazione ha ovviamente implicato un investimento iniziale considerevole, in parte compensato dai costi di mantenimento, nettamente inferiori, generati dalle nuove luminarie e ammortato rapidamente grazie al contenimento dei consumi, reso possibile dall’impiego della nuova tecnologia.
Heidelberg copre inoltre il 40% del suo fabbisogno energetico ricorrendo all’energia idroelettrica (ovviamente non tutte le città hanno la fortuna di poter sfruttare la corrente di un fiume come il Neckar). La città non è particolarmente benedetta dal vento, né dal sole, ma intende ugualmente aumentare la quota di energia ricavata da fonti rinnovabili. Ha dunque avviato un progetto che coinvolge alcuni allevamenti suini della zona. A medio termine l’iniziativa dovrebbe consentirle di utilizzare energia ottenuta dallo sterco dei maiali.
Anche dall’altra parte della Germania arrivano segnali interessanti. Un esempio degno di attenzione è la cittadina di Ostritz, che sorge nel bel mezzo del vecchio “triangolo nero” del carbone, in Sassonia. Il piccolo centro della Lusazia ha trovato in un originale progetto di ristrutturazione della propria infrastruttura energetica una chiave per resistere, seppure soltanto in parte, alla crisi economica e occupazionale che l’ha investita successivamente alla riunificazione tedesca. Dando prova di creatività e mettendo a profitto l’apporto delle nuove tecnologie, Ostritz si è elevata a città modello sul piano dell’ecologia e delle energie alternative. Oggi il piccolo centro soddisfa il proprio fabbisogno energetico combinando gli apporti dell’energia eolica, idroelettrica (Ostritz sorge sul fiume Neisse) e, soprattutto, delle biomasse.
Energie alternative e iniziative locali: un modello percorribile soltanto da piccoli e medî centri? Non la pensa così Bertrand Delanoë, esponente del Partito Socialista francese, rieletto sindaco di Parigi alle municipali del marzo scorso. L’agenda del suo mandato 2008-2014 riserva uno spazio significativo alla politica energetica e ambientale. Delanoë intende infatti realizzare un ambizioso obiettivo: fare di Parigi la capitale mondiale del fotovoltaico. Nei prossimi sette anni è dunque prevista l’installazione massiccia di pannelli solari in tutta la capitale francese, a cominciare dagli immobili di proprietà del comune. Al tempo stesso il sindaco intende agire sul fronte dell’ottimizzazione dei consumi, provvedendo a migliorare la qualità dell’isolamento degli immobili parigini, in modo tale da ridurre il consumo energetico legato al riscaldamento degli stessi. Tutti questi provvedimenti sono in linea con una delle priorità di Delanoë: allineare Parigi alle disposizioni del protocollo di Kyoto. Nel corso del precedente mandato il sindaco aveva già preso svariate misure volte a migliorare la viabilità e la qualità dei trasporti pubblici, ampliando inoltre la rete delle piste ciclabili e affidando alla società JCDecaux l’implementazione di Velib, la versione parigina del viennese Viennabike e del Bycyklen di Copenhagen. Il servizio è stato inaugurato il 15 luglio 2007 e ha riscosso notevole successo.
E in Italia? Citeremo il caso di Torraca, un comune di poco più di mille abitanti in provincia di Salerno, che ha convertito il proprio impianto di illuminazione pubblica, sostituendo le vecchie lampadine SAP con la tecnologia a LED, realizzando un risparmio energetico stimato al 75%. Nel frattempo anche Bologna ha sostituito una parte dei suoi semafori tradizionali con dei semafori a LED. I miei esempî italiani finiscono qui. Ho l’impressione – ma spero di sbagliarmi e di essere soltanto poco informato – che questi siano casi isolati e che, in fatto di energie alternative e/o rinnovabili, il Belpaese rimanga fermo nel limbo delle eterne fasi sperimentali. Le cose potrebbero anche cambiare. Il ruolo dell’iniziativa locale nell’ambito della politica energetica potrebbe un giorno trovare il dovuto riconoscimento anche nel nostro Paese. Ciò implicherebbe tuttavia il dispiegamento dei mezzi necessarî, messi a disposizione degli enti locali, per realizzare un progetto capillare di riqualificazione energetica del territorio italiano. A monte chiaramente è necessaria una volontà politica che vada in questa direzione. A quando una devolution energetica?
Il nostro presente è attraversato da due movimenti contraddittorî: il proseguimento dell’opera di destrutturazione (…) e il ritorno reattivo alle ideologie più retrograde. Il nostro compito è uscire da questa dinamica conflittuale. Non ho ricette infallibili da proporre, ma ritengo che la prima esigenza cui dare risalto sia la presa di coscienza della situazione in cui ci troviamo. Manchiamo ancora del necessario distacco riflessivo, che certamente da solo non basta, tuttavia contribuisce a cambiare molte cose. Il nostro compito è ridare un senso all’autorità, allo Stato, alla potestà pubblica – senza tuttavia ritornare ad una sacralità di stampo gaullista –, per ridare un senso al confronto con i cittadini e gli amministrati. Ormai chiunque ha il diritto e la possibilità di prendere la parola, ma questa parola non ha più senso, perché non ha più un destinatario. I responsabili delle istituzioni e dei luoghi del potere sperimentano difficoltà notevoli nell’affermare un messaggio coerente, che separi ciò che è concesso da ciò che è proibito e fissi orientamenti precisi – il solo tipo di messaggio che permetta agli individui di situarsi, fosse anche in opposizione al messaggio stesso. La fortuna dell’audit nelle imprese e in politica è sintomatico sotto questo profilo, ponendosi come modalità di legittimazione “oggettiva” di un potere che fatica ad assumersi le proprie responsabilità.
Trent’anni dopo [Maggio 1968], è tempo di procedere a una valutazione più rigorosa. Sarebbe ingiusto affermare che l’eredità del Sessantotto è interamente negativa. La rivolta per certi versi è stata salutare e ha prodotto effetti indiretti che hanno contribuito alla democratizzazione della società. (…) Siamo capaci di assumere questa parte dell’eredità del Sessantotto, pur riconoscendone e dominandone l’altra faccia, [quella del nichilismo passivo e del paradossale declino tanto dell’impegno politico quanto della politica tout court]?
(…)
Subiamo ancora gli effetti di una lunga fase di depoliticizzazione, ma forse stiamo già entrando in un periodo di rinnovo dell’impegno politico. Bisogna tuttavia fare attenzione alla natura e alla qualità di questo nuovo impegno. La ri-politicizzazione da sola non basta. Quel che conta sono soprattutto il valore dei modelli e la chiarezza delle idee che la sottendono. Su questo fronte, mi sembra presto per cantar vittoria. Sviluppare un’istruzione popolare fondata su punti di orientamento solidi e su contenuti culturali strutturati, formare delle élite popolari nell’ambito dei sindacati, delle associazioni e delle varie istanze confrontate alle evoluzioni [politiche e sociali] mi sembra un’urgente necessità. Altrimenti il richiamo alla democrazia cittadina ricadrà nella demagogia.
Jean-Pierre Le Goff, De la commémoration au retour critique (1998), in Mai ’68 : le Débat, Gallimard, Folio n° 4726 (2008). Inedito in Italia.
Il declino dei partiti politici e delle organizzazioni di classe, delle speranze operaie e delle contro-società è un’evidenza sociologica. Soltanto a un arrivista tardone oggi potrebbe venire in mente di fare carriera in un partito; anche nella carriera politica le strategie di potere non passano più per i partiti. Pensate a come si diventa ministro, deputato o presidente al giorno d’oggi. La televisione e gli apparati centrali di diffusione e dominio hanno fatto saltare i circuiti di mediazione tradizionali, tanto culturali (le università) quanto politici (partiti nazionali e assemblee locali). […] I partiti politici (così come sono nati all’inizio del XX secolo) sono diventati “anti-economici”. La verità dei prezzi si imporrà anche a queste istituzioni arcaiche. Maggio [1968] in un questo senso ha convocato le istituzioni del Vecchio Mondo all’appuntamento con la verità.
Anche su questo frangente il presente degli Stati Uniti rivela l’avvenire della Francia [e dell’Europa]. Patrick Caddel, ex-responsabile dell’agenzia d’indagini pubblicitarie Cambridge Report Inc. e direttore del servizio sondaggi di Jimmy Carter, ha illustrato chiaramente la situazione del presidente in un rapporto confidenziale datato dicembre 1976. Di fronte alla crisi di legittimità del sistema, è opportuno “fabbricare una nuova ideologia”. “Il pubblico non è più psicologicamente legato ad un partito, né intellettualmente soddisfatto dalle ideologie [attuali]”. I partiti “stanno letteralemente morendo”. “Le ideologie classiche non funzionano più.” “I giovani sono liberali sul piano sociale e conservatori sul piano economico.” Inoltre sono sensibili a una serie di “nuove problematiche, quali la controcultura, la decrescita, l’ambiente. Le vecchie definizioni si rivelano inutili. Il vecchio linguaggio della politica americana non raggiunge più l’elettorato. Il presidente dovrà dunque rivolgersi direttamente all’elettorato, aggirando i partiti e le istituzioni”; “depoliticizzare e personalizzare i problemi”; “superare le opposizioni ideologiche, faziose e demografiche”; “ristabilire un rapporto di fiducia, offrendo l’immagine di un uomo aperto, al margine dei partiti, diverso dagli altri politici, capace di ascoltare l’uomo della strada e nemico delle ideologie.” Niente è meglio di una serie di piccoli gesti, cui i media diano opportunamente risalto, per unificare e sedurre le masse (cit. da “L’essor du conservatisme américain” di Pierre Dommergues, in Le Monde diplomatique, Maggio 1978). Il rapporto Caddel fissa le norme della comunicazione sociale in tutti gli ambiti, in quello politico come in quello culturale. Queste norme si impongono a tutti coloro che nel nostro sistema aspirano all’irrinunciabile etichetta di “nuovo” – leader politici, filosofi, sociologi, intrattenitori e mediocrati del dopo-Sessantotto.
Régis Débray, Modeste contribution aux discours et cérémonies officielles du dixième anniversaire, Éditions Maspero (1978), riedito da Éditions mille et une nuits, con il titolo Mai 68, une contre-révolution réussie (2008).
Per quanto ne so l’opera è inedita in Italia, ho dunque tradotto personalmente l’estratto qui proposto.
In casa editrice uno dei miei compiti è preparare la rassegna stampa per il direttore editoriale. Nulla di particolarmente interessante: il direttore visiona i giornali e la rassegna stampa del nostro portale di riferimento e io fotocopio o stampo gli articoli da lui selezionati, insieme ai dispacci in tedesco di Radio Vaticana. L’editore per cui lavoro è da anni specializzato in una nicchia di mercato: quella dei libri religiosi, prevalentemente di ispirazione cattolica. Per questo mio padre recentemente mi ha canzonato: un miscredente come me che passa le sue giornate a proporre alle case editrici straniere libri sul papa? Ma Come? Un po’ viene da ridere anche a me. Tuttavia quest’esperienza lavorativa è anche un’occasione per osservare da un punto privilegiato un mondo, nei confronti del quale non nascondo di avere numerose riserve.
La rassegna stampa è un’attività che ultimamente mi ha offerto diversi spunti. In particolare i dispacci di Radio Vaticana, che non venivano stampati da fine gennaio, mi hanno permesso di ripercorrere gli ultimi mesi secondo la prospettiva se non della Chiesa cattolica, quantomento delle sue principali istituzioni. Ovviamente non ho tempo di leggere tutti gli articoli, su alcuni tuttavia ritorno non appena mi è possibile, spesso spinto dall’irritazione in misura almeno pari all’interesse.
Uno sguardo all’Italia
Particolare interesse – e perplessità – hanno suscitato in me alcuni dispacci e articoli pubblicati successivamente alle ultime elezioni politiche in Italia:
È singolare notare che Rocco Buttiglione è l’unico politico italiano di cui il portale in tedesco di Radio Vaticana abbia pubblicato un commento. Bisogna ammetterlo: è coraggioso affidare il compito di illuminare gli analisti stranieri a un politico, che all’estero è noto soltanto per le sue maldestre affermazioni di Bruxelles sul ruolo sociale delle donne. Colpisce inoltre vedere il presidente del Pontificio Consiglio della Giustizia e della Pace sostenere la causa del nucleare a scopi umanitarî. Quanto alle dichiarazioni di padre Michele Simone, se condivido il giudizio da lui espresso sui quadri della sinistra, mi sembra che il suo intervento contenga fin troppi cliché. Certo, Silvio Berlusconi è stato eletto per la terza volta: in questo io vedo un Paese con la memoria corta, non un Paese che vuole voltare pagina. Certo, l’ultimo governo Prodi si reggeva su numeri risicati e su una coalizione estremamente eterogenea e fragile, ma spiegarne le difficoltà operative con la sola ostruzione dell’estrema sinistra mi sembra parziale: l’ala destra della coalizione (UDEUR e LD) è stata un elemento di instabilità almeno altrettanto importante, anzi nelle ultime battute della passata legislatura si è dimostrata più frondista della famigerata “estrema” sinistra. Quanto a Walter Veltroni, i numeri non dovrebbero nascondere il relativo fallimento del suo progetto, che in sostanza ha raccolto adesioni allargando la base di consensi a spese della Sinistra (della quale non nego i torti), senza riuscire ad intaccare il bacino elettorale del Centro-destra.
In Francia
Ma lasciamo l’Italia e le questioni trite e ritrite. Facciamo una puntatina in Spagna, dove la Conferenza Episcopale, a poche settimane dalle elezioni politiche, invita a boicottare il programma del governo socialista di José Luis Rodríguez Zapatero. La notizia è nei dispacci di Radio Vaticana del 2 febbraio. La Conferenza Episcopale Spagnola tuttavia ha già pubblicato il 30 gennaio un documento che in 10 punti illustra quali valori dovrebbero orientare la politica del governo spagnolo. Radio Vaticana ne cita soltanto alcuni: la salvaguardia della famiglia tradizionale, l’impegno contro l’eutanasia e l’aggravamento delle restrizioni legali in materie quali l’aborto o il divorzio. Il PSOE esce lo stesso vincitore dalle elezioni del 9 marzo e i vescovi si dichiarano nuovamente disponibili al dialogo. Che qualche gesuita spagnolo abbia commentato pubblicamente il voto, definendolo un segnale chiaro della Spagna, l’espressione della volontà del Paese di continuare sulla strada tracciata nel corso dell’ultima legislatura? Lo chiederò a padre Simone.
Ma lasciamo stare le domande maligne dalla Spagna e andiamo piuttosto a far visita ai francesi, dall’altra parte dei Pirenei. Dal 16 maggio 2007 Nicolas Sarkozy è il sesto presidente della V Repubblica francese (sì i francesi sono già alla quinta – e siccome in Italia non vogliamo essere da meno, ci stiamo dando da fare per mandare in malora la seconda il più presto possibile, così da ridurre il vantaggio dei nostri vicini). Nicolas Sarkozy ha vinto la battaglia elettorale raccogliendo consensi nei più svariati ambienti. Per il bene della Repubblica si è turato il naso, ha chiuso gli occhî e ha flirtato con tutti, avventurandosi con particolare successo nei terreni di caccia di Lepen e Mégret.
Le petit Nicolas non ha trascurato neppure gli adepti delle più svariate sette e confessioni religiose, a cominciare da scientology – a meno che nell’agosto del 2004, da ministro delle finanze, non abbia invitato Tom Cruise a Bercy soltanto per chiedergli l’autografo. Nell’autunno del 2006 l’allora ministro degli Interni, tramite il BCC (Bureau Central des Cultes – Ufficio centrale dei culti), che è una sezione alle dipendenze di Place Beauveau, assicurava ai testimoni di Geova che a tutte le associazioni loro facenti capo – ivi inclusa l’ATJ, che gestisce le attività editoriali delle comunità francese – sarebbe stato riconosciuto lo statuto di associazioni di culto, in conformità con una risoluzione del Consiglio di Stato del 23 giugno 2000. La decisione aveva importanti implicazioni sul piano fiscale, ché la legge del 9 novembre 2005 sulla separazione delle Chiese e dello Stato, tutt’oggi in vigore, prevede sgravi e esenzioni per le associazioni di culto.
Tra il 2000 e il 2004 tre corti di giustizia francesi (la Corte d’assise del Tribunale di Nanterre, la Corte d’appello di quello di Versailles e infine la Corte di Cassazione) hanno successivamente condannato la ATJ al pagamento di oltre 22 milioni di Euro, dovuti al fisco francese per avere indebitamente beneficiato delle agevolazioni fiscali previste dalla legge del 1905. Nel febbraio del 2005 l’affare è stato portato davanti alla Corte Europea dei diritti dell'uomo e lo Stato francese si è infine dichiarato disponibile a una soluzione di compromesso. La posizione di Didier Leschi e Nicolas Sarkozy tuttavia andava ben oltre questa disponibilità e forse – ma non ho dati che confermino questa supposizione – ha indotto le comunità dei testimoni di Geova francesi a non osservare, per una volta, il principio della neutralità cristiana (in nome del quale sono soliti astenersi dal voto o consegnare schede nulle) e ad andare alle urne in sostegno dell’avvocato di Neully.
Quanto all’elettorato cattolico, in base ai sondaggi alle ultime presidenziali ha sostenuto Nicolas Sarkozy con l’80% dei voti. L’indice di popolarità del Presidente nei primi due mesi del 2008 registrava tuttavia una netta flessione anche negli ambienti cattolici, presso i quali il gradimento era sceso al 63% (la fonte è sempre Radio Vaticana, che cita il settimanale La Vie). All’origine del calo di popolarità sarebbero secondo Le Monde e La Croix le vicende matrimoniali del Presidente. Tuttavia è opportuno notare che lo scorso 6 aprile i vescovi francesi, riuniti a Lourdes, criticavano la politica di immigrazione selettiva caldeggiata dall’avvocato di Neully. Già nell’aprile del 2006 il Consiglio delle Chiese Cristiane in Francia, che riunisce rappresentanti delle Chiese cattolica, protestante e ortodossa, aveva preso le distanze dal progetto di legge in una lettera indirizzata all’allora primo ministro Dominique de Villepin. Quanto alle dichiarazioni di Lourdes, fanno seguito alla morte di Baba Traoré, cittadino ventinovenne del Mali immigrato clandestinamente in Francia, caduto e annegato nelle acque della Marna il 4 aprile scorso, mentre cercava di evitare un controllo di polizia alla stazione RER di Joinville-le-Pont (a sud-est di Parigi). L’evento è stato all’origine di numerose manifestazioni di protesta popolare.
Il Vaticano tuttavia sembra interessarsi ad altri problemi, in particolare alla laicità, che nella sua versione francese è stata spesso declassata da Roma al rango di infantile laicismo. Del resto la laicità francese è sovente oggetto di fraintendimenti anche presso i cattolici italiani più illuminati, come il priore del monastero di Bose, Enzo Bianchi, che spesso ne enfatizza le componenti giacobine e anticlericali, trascurando di ricordare il ruolo che l’emergenza di una cultura laica ha svolto nell’affermazione e mantenimento del sistema repubblicano francese. Ora, Nicolas Sarkozy sembra voler rompere con la tradizione laica repubblicana e questo gli vale l’attenzione del Vaticano e le lodi dell’Osservatore Romano. Attraverso i dispacci di Radio Vaticana è possibile ripercorrere alcune delle tappe di questo idillio:
Uno dei relais tradizionali della cultura repubblicana in Francia è proprio la scuola, il che dovrebbe spiegare l’indignazione suscitata da dichiarazioni che sminuiscono il ruolo degli insegnanti. Inoltre è interessante notare come, se scompaiono i crocifissi dalle aule dalle classi italiane, si deprechi il disconoscimento dell’identità cristiana del nostro Paese; se Nicolas Sarkozy invece decide di distanziarsi da un principio che è uno dei fondamenti dell’identità repubblicana francese dalla III Repubblica a oggi, gli si lanciano i fiori. Beata coerenza!
Un discorso a parte meriterebbe il Trattato costituzionale europeo. Persino Enzo Bianchi si è rammaricato per il fatto che “i retaggi culturali, religiosi e umanistici [dell’Europa], tra cui soprattutto il cristianesimo nelle sue diverse espressioni, sovente in fecondo rapporto con la civiltà ebraica e islamica” non fossero menzionati dal Trattato (cf. La differenza cristiana, Einaudi, 2006). In forma meno ecumenica, il riferimento esplicito alle radici religiose e a Dio era stato suggerito in primis dalla Polonia, mentre il testo del trattato era ancora in fase di elaborazione. I più strenui oppositori a quest’iniziativa furono Berlino e Parigi. Ho già avuto modo di esprimere la mia opinione in merito in uno dei primi post, ma la ribadirò brevemente. Non nego le radici cristiane dell’Europa (nel Medio Evo il termine era praticamente sinonimo di christianitas) e penso che cimentarsi con questo tema sia senz’altro produttivo. Cristallizzarlo in un testo di legge tuttavia, sia anche la costituzione europea, va nella direzione opposta, anche perché muove da preoccupazioni ben diverse. Inoltre pone di fronte a un problema grottesco: dobbiamo integrare alla costituzione anche articoli che illustrino il concetto di imperium, gli apporti del diritto romano, della filosofia greca, dell’espansione europea, della Rivoluzione francese, ecc.? E di quanti volumi dovrebbe comporsi questo TCE? Tra un comma e l'altro possiamo inserirci anche un trattatello di agronomia o di microeconomia? È evidente che non è competenza di un testo di legge approfondire certe problematiche. Lasciamo lavorare invece gli storici, diffondiamo i risultati delle loro ricerche anche quando queste non riguardano il XX secolo o Maria Antonietta e integriamo una buona volta i nostri programmi scolastici con una disciplina che potremmo chiamare “grammatica delle culture”, ispirandoci a un’opera iniziata da Fernand Braudel, la quale attende soltanto di essere proseguita.
La laicità è un tema che mi sta molto a cuore. Un altro è l’ecumenismo. Di questo parlerò nella seconda parte del post – che pubblicherò in seguito –, soffermandomi in particolare sull’atteggiamento ambiguo del Vaticano nei confronti dell’ebraismo. Parleremo dunque della nuova versione della Oremus et pro iudaeis e della nomina di SÅ‚awoj Leszek GÅ‚ódź a pastore dell’arcidiocesi di Danzica. La seconda parte del post dovrebbe giustificare in maniera più chiara il titolo.
Comincio questo post con una comunicazione di servizio: da un paio di settimane mi trovo nuovamente in Germania, a Lipsia, dove sto effettuando uno stage di tre mesi presso una piccola casa editrice. Non ho una connessione privata a internet, così posso navigare soltanto al lavoro o in un cybercafé. Per ovvie ragioni (correttezza professionale nel primo caso, tendenza al risparmio nel secondo) sto centellinando i miei interventi. Naturalmente vorrei raccontare anche quest'esperienza, perciò sto prendendo appunti che a casa metto in bella forma, nell'attesa di poterli postare. Uso un vecchio laptop, che funziona ancora benissimo, ma mi permette di salvare il materiale soltanto su floppy disc. Probabilmente pubblicherò più post in una volta sola, quando potrò usare un computer dotato di connessione a internet e in grado di leggere i miei dischetti. So che questo li penalizzerà un po' sotto il profilo della visibilità, ma siccome non soffro di ansia da prestazione applicata al blog, mi è abbastanza facile farmene una ragione. Rimando all'autunno la pubblicazione dei post sull'Ucraina, in parte per i motivi di cui sopra, in parte perché il mio programma di storia del 5° semestre prevede un interessante modulo sulla Galizia e la Bukowina, dal quale spero di trarre ulteriori elementi da integrare ai miei articoletti.
Passiamo ora al post vero e proprio, che scrivo in previsione della festa del 1 Maggio. Di seguito pubblico infatti il testo di una canzone di Bertolt Brecht (testo) e Hanns Eisler (musica), scritta a quattro mani a Londra sul finire del 1934 dai due artisti tedeschi. Se il primo non ha bisogno di presentazioni, mi sembra invece opportuno spendere due parole per introdurre brevemente il secondo. Nato a Lipsia, Eisler fu musicologo e compositore. In comune con Brecht ha un lungo e travagliato passato di esule. Di origini ebree e di simpatie comuniste, Eisler trascorse in esilio gli anni dal 1933 al 1948, toccando svariati paesi, dall'Austria alla Francia, dall'Olanda alla Spagna, fino agli Stati Uniti. Nel 1948, l'anno che segnò l'inizio del mccarthysmo, fu costretto a lasciare l'America e si stabilì in quella che di lì a poco sarebbe divenuta la Repubblica Democratica Tedesca. Mantenne tuttavia la cittadinanza austriaca, che aveva acquisita nei primi anni dell'esilio. Da musicologo collaborò con il filosofo Theodor W. Adorno, mentre da compositore è ricordato soprattutto per aver composto l'inno nazionale della RDT (Auferstanden aus Ruinen) e l'Einheitsfrontlied, di cui segue il testo.
La copertina di un disco di Hannes Wader (1977), in cui è ripreso anche l'Einheitsfrontlied
Einheitsfrontlied
Und weil der Mensch ein Mensch ist,
Drum braucht er was zum Essen, bitte sehr!
Es macht ihn ein Geschwätz nicht satt,
Das schafft kein Essen her.
|: Drum links, zwei, drei! :|
Wo dein Platz, Genosse ist!
Reih dich ein, in die Arbeitereinheitsfront,
Weil du auch ein Arbeiter bist.
Und weil der Mensch ein Mensch ist,
Drum braucht er auch Kleider und Schuh!
Es macht ihn ein Geschwätz nicht warm
Und auch kein Trommeln dazu!
Drum links, . . . .
Und weil der Mensch ein Mensch ist,
Drum hat er Stiefel im Gesicht nicht gern!
Er will unter sich keinen Sklaven sehn
Und über sich keinen Herrn
Und weil der Mensch ein Mensch ist,
drum hat er Stiefel im Gesicht nicht gern!
Er will unter sich keinen Sklaven sehn
und über sich keinen Herrn.
Drum links, zwei, drei!
Und weil der Prolet ein Prolet ist,
Drum wird ihn kein anderer befrein.
Es kann die Befreiung der Arbeiter
Nur das Werk der Arbeiter sein.
Drum links, . . . .
È un testo cui sono molto affezionato per varî motivi. Il primo è l'appello alla concretezza, espresso nelle prime due strofe, che invitano a non perdere di vista aspetti fondamentali, spesso oscurati da chi preferisce chiaccherare sul sesso degli angeli e nascondere i problemi dietro alla pompa delle fanfare. Il secondo è la tensione illuministica che anima l'ultima strofa, che riecheggia, oltre al marxismo, la formula kantiana dell'uscita dell'individuo dallo stato di minorità, senza affidarsi alla tutela di un'autorità (sia essa la Chiesa, il senso comune o il Partito). Paradossalmente mi piace anche il ritornello. Il verbo sich einreihen (schierarsi, entrare nei ranghi) può sembrare quasi guerresco e non nego che questo sia anche un canto di lotta. Tuttavia è anche un canto antimilitarista, da cui si può trarre pure una lezione non-violenta: per progredire è anche necessario non disperdere le forze, bensì canalizzarle, consolidarle, organizzarle intorno ad obiettivi comuni.
Chi sa leggere tra le righe, non si lascerà sfuggire la vena critica di questo testo. Basterebbe chiedersi: di chi sono le chiacchiere (Geschwätz) a cui allude? Il testo suona come un ammonimento, del quale i partiti dei lavoratori non sono meno destinatarî degli altri. A questi si rammenta anzi che l'emancipazione delle masse è un processo che non può essere delegato ad alcun partito, bensì deve partire da una presa di coscienza individuale, in altre parole dal basso. Stupisce che un testo così poco ossequioso possa essere stato scritto su incarico di un'istituzione ufficiale, qual era l'Ufficio Internazionale per la Musica di Mosca. Stupisce, se non si conosce bene Brecht.
Chiaramente, trattandosi di una canzone, c'è anche una melodia. Per chi volesse ascoltarla, lascio il collegamento al sito Chambre claire, che ne contiene una versione breve incisa da Hannes Wader nel 1977.
Nei commenti a breve apparirà anche la mia traduzione del testo in italiano.
A tutti: buon 1 Maggio!